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UN INVITO ALL’AZIONE

di Dale Allen Pfeiffer

 

Sommario

Avvertimenti senza precedenti da parte della comunità scientifica indicano che gli ecosistemi del pianeta sono prossimi al collasso; non è più possibile andare avanti come si è sempre fatto, e ci rimane poco tempo per reagire. La civiltà si sta avvicinando a un crocevia di crisi sociali. Tutti questi problemi derivano dalla natura del capitalismo, e non possiamo aspettarci soluzioni dai dirigenti politici o dalle multinazionali. Quindi, l’autore chiede consigli agli esperti e a chiunque possa suggerire misure che la gente con pochi mezzi possa mettere in atto per addolcire il passaggio ad un mondo post-petrolifero. Quanto inviato verrà pubblicato in un libro i cui profitti saranno impiegati per informare la gente e possibilmente per aiutare la gente a prepararsi per la transizione prossima futura.

 

Indice

  1. Un pianeta in crisi
  2. I soliti affari
  3. I risultati dei soliti affari
  4. Una fine per i soliti affari
  5. Linee guida per l’invio
  6. Note e riferimenti

 

Un pianeta in crisi

Nell’ultimo decennio, la comunità scientifica mondiale ha rilasciato una serie di avvertimenti senza precedenti. [1] Gli scienziati hanno lavorato febbrilmente per studiare lo stato del pianeta, ed hanno scoperto che tutti gli ecosistemi terrestri sono sofferenti e molti sono prossimi al collasso. Essi ci avvertono che abbiamo una generazione, al massimo due, per porre rimedio a questa situazione. [2] Eppure, neanche loro comprendono quanto poco tempo ci rimane. Essi ci dicono che non possiamo andare avanti coi soliti affari. E i loro studi rimangono inascoltati.

Veniamo avvisati che il pianeta è minacciato da un cambiamento climatico globale e dall’esaurimento dell’ozono. I ghiacci polari si stanno spezzando, e le specie sensibili all’accresciuta penetrazione dei raggi ultravioletti si riducono numericamente. I tumori della pelle e le cataratte oculari vanno aumentando, così come la desertificazione. Le specie settentrionali si ritirano, mentre quelle che amano il caldo si espandono dalle latitudini equatoriali verso latitudini più alte, portando con sè malattie che un tempo si definivano tropicali. E le specie vegetali in tutto il mondo, comprese diverse di quelle coltivate a fini alimentari, soffrono per la maggiore quantità di raggi ultravioletti che raggiungono il suolo. [3]

Ci troviamo già nel mezzo della terza maggiore estinzione nella storia del pianeta. La velocità delle estinzioni è da 100 a 1000 volte superiore a quella naturale. [4] La diversità della vita su questo pianeta, che è un chiaro indicatore della salute della biosfera e della sua capacità di adattarsi al cambiamento, risulta gravemente ridotta. Il genere umano si è appropriato della metà della luce solare disponibile sul pianeta per la fotosintesi, e sta coltivando praticamente tutti i terreni arativi disponibili al mondo. [5] Il resto del biota è costretto a farsi bastare i terreni marginali avanzati, o a cercare di che vivere tra le nostre immondizie.

L’agricoltura moderna tra prosciugando le sostanze nutrienti del suolo più velocemente di quanto possano essere rimpiazzate, mentre i suoli vengono erosi ovunque siano esposti. Le acque di superficie vengono intercettate fino al punto che nel letto di molti fiumi rimane a malapena un rigagnolo. Le acque sotterranee vengono estratte, per impieghi agricoli e industriali, a velocità molte volte superiori a quella di rigenerazione. [6] Le risorse ittiche mondiali stanno collassando. [7] Le scorte di risorse vitali vengono ovunque esaurite. [8]

All’altro estremo della scala entropica, i rifiuti sono straripanti. L’inquinamento, i metalli pesanti e le sostanze chimiche artificiali stanno avvelenando l’atmosfera, l’acqua e il suolo, entrando ovunque nelle catene alimentari. È dubbio che oggi possa esistere qualcuno al mondo che non stia immagazzinando veleni dentro di sè. [9]

Non è che un piccolo campionario della miriade di problemi associati con il nostro portare avanti i soliti affari. La comunità scientifica mondiale ci avverte che dobbiamo occuparci di questi problemi ora, fintanto che c’è ancora tempo, o saranno i problemi ad occuparsi di noi. In effetti, pochi di questi scienziati sanno quanto poco tempo abbiamo per occuparcene. Non abbiamo una o due generazioni. Più probabilmente, abbiamo alcuni anni al massimo.

Entro i prossimi 5-10 anni, la nostra base energetica comincerà a ridursi in modo irreversibile. Tale contrazione sarà dovuta all’inevitabile picco e declino della produzione petrolifera globale. Attualmente viviamo nell’opulenza dell’età del petrolio. Ciascuno di noi dispone dell’equivalente energetico di qualcosa come una cinquantina di schiavi che lavorano al suo posto e gli forniscono tutti i più recenti comfort tecnologici. Gli idrocarburi vengono impiegati come materia prima per oltre 500.000 prodotti diversi: fertilizzanti, medicinali, materie plastiche, isolanti, computer, asfalto, inchiostri, vernici, colle, solventi, antisettici, palle da golf, CD, borse per rifiuti, smalto per le unghie, detergenti e gomme da masticare, per citarne solo alcuni. [10] Praticamente tutti i nostri processi industriali funzionano grazie all’energia degli idrocarburi.

Gli idrocarburi ci hanno fornito un forziere colmo d’energia di alta qualità e facile da ottenere, dal quale abbiamo potuto attingere senza limiti finché sono durate le scorte. È questo abbondante magazzino di energia che ha alimentato tutti i nostri avanzamenti tecnologici, compresa la rivoluzione verde, rendendo possibile una crescita quasi logaritmica della popolazione umana. Per quanto riguarda la resa, nulla può eguagliare il petrolio. Un litro di benzina contiene tanta energia quanto 1000 litri di gas naturale, tre chili di legna da ardere, o ventiquattro pannelli solari che funzionano per tutto il giorno nella soleggiata Brisbane. [11] Il petrolio fornisce un valore economico in calorie da 1,3 a 2,45 volte maggiore di quello del carbone. [12]

Ci stiamo velocemente avvicinando al giorno in cui avremo prodotto tutto il petrolio facilmente estraibile. [13] D’ora in poi, dobbiamo investire una sempre maggiore quantità di energia per estrarre il petrolio. In breve, verrà il giorno in cui per produrre (ovvero per estrarre, raffinare e immettere sul mercato) un barile di petrolio ci vorrà altrettanta energia quanta da esso se ne può ricavare. Passato quel punto, l’energia netta della produzione petrolifera assumerà segno negativo. Non rimarremo mai senza petrolio; ce ne sarà sempre un po’ nel sottosuolo. I pozzi petroliferi non vengono abbandonati perché si prosciugano, ma perché la loro produzione ha raggiunto lo zero in termini di energia netta.

Niente ha la stessa resa del petrolio, e niente lo può sostituire né singolarmente né complessivamente. L’etanolo ha una energia netta pari a zero (senza contare i danni al suolo e all’acqua dovuti alle pratiche agricole) — costituisce giusto un favore reso al mondo dell’agricoltura industriale, sotto forma di sussidi. [14] l’energia solare produce un’energia netta marginale, e le celle fotovoltaiche solari vengono fabbricate da materie prime basate sugli idrocarburi. Le turbine eoliche hanno un profilo energetico netto apprezzabile ma, nel migliore dei casi, il vento è intermittente- [15]

Le tanto decantate celle ad idrogeno (fuel cell) non sono per nulla una fonte d’energia — più propriamente dovrebbero essere definite come un modo per immagazzinare l’energia. L’idrogeno allo stato libero non esiste sul nostro pianeta. Ci vuole più energia per spezzare i legami molecolari dell’idrogeno di quanta ne potrà mai essere ricavata dall’idrogeno coì ottenuto. L’attuale fonte di idrogeno è il gas naturale — cioè un idrocarburo. Nel sistema di pannelli fotovoltaici solari e celle ad idrogeno che molti hanno in mente, ogni componente rilevante richiede energia e materie prime deruvate su idrocarburi. L’era del petrolio non sarà mai sostituita da un’economia a celle combustibili alimentate ad idrogeno. [16]

Il carbone è abbondante, ma il suo profilo energetico netto è povero in confronto a quello del petrolio, e continuerà a ridursi rapidamente. La produzione di carbone è estremamente dannosa per l’ambiente, e bruciare carbone è di gran lunga più “sporco” che bruciare petrolio. [17] Le centrali nucleari sono semplicemente troppo costose da costruire, l’uranio è raro, e i rifiuti (compresi quelli provenienti dallo smantellamento delle centrali esauste) devono essere immagazzinati e tenuti sotto controllo praticamente per sempre. [18]

L’agricoltura industriale, sullo stile di quella della cosiddetta “rivoluzione verde”, è particolarmente esigente in termini di energia. Ogni caloria contenuta nel cibo prodotto oggigiorno richiede l’investimento di 10 calorie di energia proveniente da idrocarburi. [19] Questo dato comprende l’energia richiesta per il confezionamento e per il trasporto verso i punti vendita, ma non quella impiegata dai consumatori per raggiungere i punti vendita stessi e tornare a casa, né quella necessaria per cucinare il cibo. Senza idrocarburi, il pianeta può produrre cibo sufficiente a sostenere solo una popolazione di 2,5 miliardi di persone. L’attuale popolazione mondiale supera i 6 miliardi [nel 2006 abbiamo superato i 6 miliardi e mezzo, e la crescita continua senza che neppure se ne parli (se non per invocare interventi a favore della natalità) - N.d.T.]. Negli Stati Uniti, senza l’agricoltura industriale, potremmo nutrire solo i due terzi della popolazione attuale. [20]

La nostra base energetica comincerà presto a contrarsi. Le risorse del pianeta vengono esaurite e ci troviamo ad aver a che fare con un pianeta in crisi. Non possiamo continuare ad andare avanti con i “soliti affari”.

 

I soliti affari

Invece di concentrarci su questi problemi critici, che minacciano di mettere a rischio la qualità della vita sul pianeta, abbiamo scelto di ignorarli. Invece di cercare e implementare delle soluzioni, dedichiamo il grosso dei nostri sforzi al negare la stessa esistenza dei problemi o, non riuscendoci, al negare che sia necessario farci qualcosa. Al massimo, scrolliamo il capo continuando con i nostri cospicui consumi e con la nostra spinta verso un mercato libero globale.

Gli economisti neoclassici ci dicono che il mercato risolverà per noi tutti i problemi. Essi assicurano che l’inquinamento, l’esaurimento delle risorse, il collasso degli ecosistemi e il cedimento dell’agricoltura produrranno lo stimolo economico che spronerà la scoperta di nuove risorse e lo sviluppo di nuove tecnologie. Il mercato, dicono, manterrà l’equilibrio, indipendentemente da quanto la gente e l’ambiente dovranno patire. Ma dobbiamo evitare qualsiasi spinta verso la regolamentazione, che potrebbe inibire la crescita economica. Essi non hanno idea di come si potrebbe mantenere la crescita economica con una base energetica in fase di contrazione, così negano allegramente che tale contrazione esista.

Gli economisti neoclassici credono che il capitalismo del libero mercato abbia provato la sua supremazia per via del collasso del comunismo autoritario. La globalizzazione è l’ultimo approdo del capitalismo, e spinge per ottenere il libero accesso alle risorse in tutto il globo, così come spinge per abbattere il costo del lavoro al fine di fornire prodotti a buon mercato e profitti massimi. Tutto quel che dobbiamo fare per dividerci i benefici di questo sistema che si presume benevolo è consumare, consumare e consumare ancora di più.

Eppure la disparità di potere sulla quale si basa il sistema è stata esagerata fino al punto di rottura. I regnanti e le baronie delle ere precedenti non sono neppure riusciti a sognare una concentrazione di ricchezze come quella oggi a disposizione dei Walton, dei Gates e degli Eisner del mondo. Negli Stati Uniti del 2002, il dirigente medio ha ottenuto circa 282 volte quanto ottenuto dal lavoratore medio. [21] E il lavoratore statunitense medio di oggi sta in realtà ottenendo meno di quanto ottenesse 30 anni fa, sebbene la produttività dei lavoratori sia aumentata. [21]

Il trasferimento all’estero delle produzioni ha dato alle compagnie la possibilità di spostare i lavori in qualsiasi posto nel quale i lavoratori possano essere pagati di meno, e nel quale le imprese siano soggette alla minore regolamentazione e tassazione possibile. I colletti bianchi non sono meno vulnerabili nei confronti di tale trasferimento all’estero delle produzioni. Anche i lavori del settore dei servizi stanno finendo fuori dagli Stati Uniti ogni volta che è possibile. E per coprire i posti malamente retribuiti che rimangono, le compagnie stanno importando ogni anno decine di migliaia di migranti in più. Come risultato, la globalizzazione è diventata una corsa verso il fondo per la classe lavoratrice, per le comunità e per gli ecosistemi in tutto il mondo.

Non solo la gente della classe lavoratrice lavora più duramente per una paga inferiore, ma riceve anche meno salvaguardie rispetto a 30 anni fa. [23] Negli Stati Uniti, i consumatori hanno un tasso di indebitamento personale da primato, e il fallimento personale supera oggi il tasso dei divorzi. Nel frattempo, la nostra rete di previdenza sociale viene smantellata e le nostre infrastrutture, quando non vengono privatizzate, vengono lasciate andare in rovina. L’istruzione pubblica è ridotta all’elemosina, mentre l’industria carceraria è una delle attività del Paese che crescono più in fretta. [24]

Il crudo individualismo è lo standard del giorno e costringe tutti noi alla competizione diretta. L’istinto umano alla cooperazione è stato completamente dimenticato nella pazza frenesia che spinge a sbattere da parte tutti gli altri. La nostra società si è atomizzata; il verde cittadino è stato sostituito dai centri commerciali. Il dibattito e la comunicazione delle idee e delle notizie si possono trovare solo più nel cyberspazio.

Allo stesso tempo, individualità e originalità genuine sono diventate sospette. La gente viene incoraggiata a conformarsi. Le distinzioni culturali vanno perse nell’omogeneizzazione delle culture del globo — è quel che Benjamin Barber ha chiamato “McWorld”.

Gran parte della gente sta diventando sempre più “bovina” e segue l’autorità senza fare domande. Il pensiero critico è stato rimpiazzato da impulsi reazionari, da riflessi dettati da spinte emotive, e da altri sostituti del dibattito razionale. Atomizzata e allontanata dall’interazione diretta con il mondo circostante, la popolazione soggetta a superlavoro dipende ampiamente dal foraggiamento “culturale” fornito dal mercato. È una dieta di immondizia mentale, condita con fantasie ansiose, allettamenti al consumo, diffusione di paura e rassegnazione, una dieta promossa dall’industria dei mezzi di comunicazione i cui inserzionisti a pagamento preferiscono un pubblico di spettatori passivi, assuefatti all’intrattenimento e ampiamente incapaci di governare i propri stessi affari.

 

I risultati dei soliti affari

Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprendere. Si tratta del risultato naturale e prevedibile dei soliti affari in un sistema capitalistico. In quel tipo di sistema, il capitale genera profitti tramite lo sfruttamento del lavoro e delle risorse. Così, quando il capitalismo si avvicina al suo culmine su scala globale, deve portare ad una disparità di poteri instabile, con la concentrazione delle ricchezze nell’ambito di una classe superiore ristretta ed esclusiva, e con una classe lavoratrice impoverita e privata di ogni potere, comunità in bancarotta, ecosistemi stremati e risorse esaurite. Il solo modo per evitarlo è fare a meno del capitalismo.

Il capitalismo non può essere riformato. Ogni tentativo di regolamentarlo in modo più equo, ogni tentativo di riformarlo — per mezzo di riforme monetarie o di ogni altro tipo — è destinato a fallire a causa della inalterabile natura di base del capitalismo stesso. Le regolamentazioni e le riforme possono aiutare a equilibrare il campo di gioco per un po’, ma alla luga il capitalismo troverà il modo di aggirare o deregolamentare ogni tentativo di mitigarlo. Il capitalismo è un sistema di sfruttamento che è, alla fine, insostenibile.

Come tale, il capitalismo è in antitesi alla democrazia. Un sistema è democratico solo nella misura in cui i suoi cittadini sono uguali — nei loro diritti politici; nel loro accesso allo spazio della partecipazione sociale; nelle loro opportunità di garantire il proprio potere d’acquisto contro la minaccia della povertà o dell’espropriazione; e nel loro ricorso alla legge, la cui protezione equa deve essere garantita a chiunque se si vuole poter usare il termine “democrazia”. La vera sovranità popolare (il significato letterale di democrazia) è sostenuta da una cittadinanza informata. Invece, il capitalismo è basato sullo sfruttamento delle disparità di potere, e il suo funzionamento è garantito da una classe lavoratrice priva di potere e di informazione.

In questo stanno le ragioni del fallimento della democrazia negli Stati Uniti. E in questo sta il segreto della ragione per la quale i nostri padri fondatori hanno scelto un sistema di democrazia rappresentativa, e per la quale la ratifica della Costituzione degli Stati Uniti trovò in quegli anni l’opposizione dell’opinione pubblica. Coloro che stilarono la Costituzione erano, senza eccezioni, ricchi maschi bianchi preoccupati di una rivolta popolare. Sotto il velo della democrazia, essi progettarono un sistema politico nel quale il potere decisionale fosse isolato dalla popolazione comune e facilmente controllabile da ricchi e potenti. Questa disparità è stata in seguito aumentata garantendo alle compagnie protezioni particolari e diritti legali. [25]

Come risultato, ogni guerra combattuta dagli Stati Uniti, ogni intervento, ogni briciola di aiuto estero, è stato messo in atto per sostenere il diritto della classe dirigente di sfruttare il lavoro e le risorse. Il tutto in nome della democrazia.

 

Una fine per i soliti affari

Non si può lasciare che i soliti affari continuino. Andare avanti con gli affari di sempre significa promuovere il collasso della civiltà, la distruzione degli ecosistemi, la morte di miliardi di esseri umani, inaudita sofferenza e povertà per coloro che sopravviveranno, e forse anche un’estizione di massa simile o superiore a quella verificatasi alla fine del Permiano. [26] E tutto per lavarci la coscienza, mentre permettiamo il gioco finale di avidità e ignoranza senza freni.

Non possiamo confidare che i nostri dirigenti eletti facciano la cosa giusta, ancor meno le compagnie. Rimane pochissimo tempo, e a questo punto potrebbe anche essere impossibile riprogettare la nostra civiltà nella sua interezza. Ma possiamo forse ristrutturare le nostre stesse vite e le nostre comunità per sopravvivere alla transizione. È il nostro dovere verso le generazioni future e verso il resto della biosfera. [vedi anche www.vhemt.org per conoscere un modo per assolvere concretamente a questo dovere - N.d.T.]

Ma abbiamo bisogno di opzioni e consigli. Abbiamo bisogno di suggerimenti pratici che possano essere messi in atto dagli individui, dalle famiglie e dalle piccole comunità. Abbiamo bisogno di una guida riguardo quel che si può fare a livello locale e con mezzi limitati. E abbiamo bisogno di consigli su come ottenere tutto ciò nel modo più democratico ed egalitario possibile. [vedi, ancora, www.vhemt.org - N.d.T.]

Per agevolare tutto ciò, sono qui a chiedere consiglio agli specialisti di vari campi, quali la permacoltura, l’ecologia sociale, le riforme del lavoro e altre discipline. Sollecito l’invio di articoli da parte di chiunque senta di avere consigli da offrire. Il tema è: «Data la situazione esposta in questo scritto, quali misure può mettere in atto la gente con pochi mezzi per mitigare gli effetti della transizione verso un mondo post-tecnologico?».

I consigli inviati, con questo saggio, saranno raccolti e pubblicati. Gli eventuali utili provenienti da questo progetto saranno usati per informare la gente sui cambiamenti che si prospettano e, auspicabilmente, per offrire garanzie atte ad aiutare la gente a prepararsi per la transizione.

Dale Allen Pfeiffer
Geologo, giornalista scientifico, scrittore
Holly, Michigan, USA
26 aprile 2004

 

Note e riferimenti

1. Per la storia di questi avvertimenti, si veda The End of the Oil Age, Chapter 15, Imminent Peril, Part 1, di questo autore; (http://www.lulu.com/allenadale). Potete trovare lo stesso articolo negli archivi di www.fromthewilderness.com. Potete trovare i singoli avvertimenti in rete:
Population Growth, Resource Management and a Sustainable World. Joint Statement of the Royal Society of London and the US National Academy of Sciences, 1992. Archived at http://www.dieoff.com/page7.htm
World Scientists’ Warning to Humanity. Union of Concerned Scientists, 11/18/1992. http://www.ucsusa.org/ucs/about/page.cfm?pageID=1009
Joint Statement by 58 of the World’s Scientific Academies. US National Academy of Sciences, 10/27/1993. http://www4.nas.edu/iap/iaphome.nsf/weblinks/SAIN-4XVKHY?OpenDocument
Joint National Academy of Sciences and Royal Society Resolution: Towards Sustainable Consumption. US National Academy of Sciences, 1997. http://www4.nas.edu/NAS/nashome.nsf/Multi+Database+Search/65F4E52642745F1485256709006FBD91?OpenDocument
World Scientists’ Call for Action. Union of Concerned Scientists, December, 1997. http://www.ucsusa.org/ucs/about/page.cfm?pageID=1007
Transition to Sustainability in the 21st Century: The Contribution of Science & Technology. InterAcademy Panel, May 2000. http://www4.nas.edu/iap/iaphome.nsf/weblinks/SAIN-4XVLCT?OpenDocument
2. Potete trovare una visione d’insieme di questi studi globali in The End of the Oil Age, Chapter 15, Imminent Peril, Part 1, di questo autore; (http://www.lulu.com/allenadale). Potete trovare lo stesso articolo negli archivi di www.fromthewilderness.com. Potete accedere agli studi originali tramite questi collegamenti:
Guide to World Resources, 2000-2001: People & ecosystems; The Fraying Web of Life. World Resources Institute, April 2000. http://wri.igc.org/wri/wrr2000/
Global Environmental Outlook-3. United Nations Environment Programme, May 22 2002. http://www.grida.no/geo/geo3/
State of the World 2003. Worldwatch Institute, June 2003. http://www.worldwatch.org/pubs/sow/2003/
3. La storia del cambiamento climatico globale determinato dall’industria è presentata nelle mie serie Global Climate Change and Peak Oil, reperibili presso www.fromthewilderness.org.
L’approccio scientifico al cambiamento climatico globale determinato dall’industria e al suo impatto è discusso nei dettagli in Climate Change 2001, The Intergovernmental Panel on Climate Change. Cambridge University Press, 2001. http://www.grida.no/climate/ipcc_tar/
Una dichiarazione del mondo accademico a sostegno di quello studio si può trovare su The Science of Climate Change. 5/17/2001. http://www.royalsoc.ac.uk/files/statfiles/document-138.pdf
Alcuni siti contenenti informazioni sul “buco nell’ozono” sono:
http://www.epa.gov/ozone/
http://www.igc.org/envreview/blaustei.html
http://www.arn.org/currpage/uvhealth.htm
Siti con informazioni aggiuntive sul cambiamento climatico globale sono:
http://www.climatehotmap.org/
http://www.ucsusa.org/warming/
4. Un eccellente sito web per reperire informazioni sull’attuale estinzione di massa è: http://www.well.com/user/davidu/extinction.html
5. Human appropriation of the products of photosynthesis, Vitousek, P.M. et al. Bioscience 36, 1986. http://www.science.duq.edu/esm/unit2-3
Land, Energy and Water: the constraints governing Ideal US Population Size, Pimental, David and Pimental, Marcia. Focus, Spring 1991. NPG Forum, 1990. http://www.dieoff.com/page136.htm
6. Per informazioni sugli effetti dell’agricoltura moderna, si veda The End of the Oil Age, Chapter 17, Eating Fossil Fuels, di quest’autore; (http://www.lulu.com/allenadale). Lo stesso articolo si può trovare negli archivi di www.fromthewilderness.com. [tradotto in italiano, in questo stesso sito: Stiamo mangiando combustibili fossili - N.d.T.]
Food, Land, Population and the U.S. Economy, Executive Summary, Pimentel, David and Giampietro, Mario. Carrying Capacity Network, 11/21/1994. http://www.dieoff.com/page40.htm
7. Collapse of Wild Fisheries, Western Canada Wilderness Committee. Co-published by Wilderness Committee and the Union of B.C. Indian Chiefs, Vol. 21. No. 5; Fall, 2002. http://www.wildernesscommittee.org/campaigns/marine/policy/fish_farms/reports/fall2002/collapse
Why Fisheries Collapse and what to do about it, Roughgarden, Jonathan, & Smith Fraser. Proceedings of the National Academy of Sciences, Vol. 93, pp. 5078-5083; May, 1996.
http://www.pnas.org/cgi/reprint/93/10/5078.pdf
8. The Limits to Growth, Meadows, Dennis, et al. Universe Books, 2nd Edition.
Limits to Growth: the 30 year global update, Meadows, Dennis, Randers, Jorgen, & Meadows, Donella. Chelsea Green Publishing Company, June 2004.
Influence of Capital Inertia on Renewable Resource Depletion, Weisbuch, Gerard, et al. Labratorie de Physique Statistique de l’Ecole Normale Supérieure; February, 1997. http://www.lps.ens.fr/~weisbuch/inert/p3/p3.html
9. http://www.pbs.org/tradesecrets/
10. The Oil Crash and You, Thomson, Bruce. Cercate nella sezione file del gruppo di Yahoo RunningOnEmpty2. Nome del documento: !CONVINCE SHEET v19.doc. 9/2/2001. http://groups.yahoo.com/group/RunningOnEmpty2/files/
11. Oil Crisis Powerpoint Presentation, Stasse, Mike. Cercate nella sezione file del gruppo di Yahoo RunningOnEmpty2. Nome del documento: oil crisis.ppt. 2/14/2004. http://groups.yahoo.com/group/RunningOnEmpty2/files/
12. Synopsis, pubblicato da Hanson, Jay. 8 marzo 2001. http://www.dieoff.com/synopsis.htm
13. «Gli esperti petroliferi Colin Campbell, Jean Laherrere, Brian Fleay, Roger Blanchard, Richard Duncan, Walter Youngquist, e Albert Bartlett (usando vari metodi) hanno tutti stimato il 2005 circa come anno del “picco” del petrolio “convenzionale”. Inoltre, i dirigenti di Agip, ENI SpA, (compagnie petrolifere italiane) e Arco hanno tutti pubblicato stime del “picco” per il 2005. Sembra quindi una stima attendibile.» Synopsis, pubblicato da Hanson, Jay. 8 marzo 2001. http://www.dieoff.com/synopsis.htm
Per ulteriori informazioni sul picco della produzione petrolifera, si veda The End of the Oil Age, di questo stesso autore. Lulu Press, April, 2004. http://www.lulu.com/allenadale. O The Party’s Over; oil, war, and the fate of industrial societies, Heinberg, Richard. New Society Publishers, 2003.
L’Energy Information Administration e l’US Geological Survey stimano il “picco” della produzione petrolifera mondiale in un periodo compreso tra il 2025 e il 2030. Ma i loro metodi sono stati molto criticati, e membri di entrambe le agenzie hanno privatamente espresso dubbi circa tali stime.
14. Ethanol from Corn: clean renewable fuel for the future, or drain on our resources and pockets?, Patzek, Tad W. Dept. of Civil and Environmental Engineering, University of California, June 14, 2003. http://www.ce.berkeley.edu/Courses/E11/PatzekEthanolPaper.pdf
Ethanol from Corn: just how unsustainable is it?, Patzek, Tad W. Seminar at Stanford University. http://pangea.stanford.edu/ESYS/Energy%20seminars/patzek_ethanol.pdf
15. The Party’s Over; oil, war, and the fate of industrial societies, Heinberg, Richard. New Society Publishers, 2003; pp. 139-146.
16. Per uno sguardo critico ad alcuni dei problemi associati con la tecnologia delle celle ad idrogeno (fuel cells), si veda The End of the Oil Age, Chapter 8, Much Ado about Nothing, di questo stesso autore. Lulu Press, April, 2004. http://www.lulu.com/allenadale
O si veda The Party’s Over; oil, war, and the fate of industrial societies, Heinberg, Richard. New Society Publishers, 2003; pp. 146-149.
17. The Party’s Over; oil, war, and the fate of industrial societies, Heinberg, Richard. New Society Publishers, 2003; pp. 129-132.
Beyond Oil, Gever, John, et al. Univ. Pr. Colorado, 1991. pp. 65-68.
18. The Party’s Over; oil, war, and the fate of industrial societies, Heinberg, Richard. New Society Publishers, 2003; pp. 132-139.
19. The Tightening Conflict: Population, Energy Use, and the Ecology of Agriculture, Giampietro, Mario and Pimentel, David, 1994. http://www.dieoff.com/page69.htm
20. The End of the Oil Age, Chapter 17, Eating Fossil Fuels, Pfeiffer, Dale Allen. Lulu Press, April, 2004. http://www.lulu.com/allenadale
21. Executive Excess 2002, Anderson, Sarah, et al. Institute for Policy Studies & United for a Fair Economy, August 26th, 2003. http://www.ufenet.org/press/2003/EE2003.pdf
22. State of Working America 2002-2003: Executive Summary and Introduction. Economic Policy Institute. http://www.epinet.org/press/embargoed/swa2002.pdf
23. 23 Ibid.
24. The Prison Industry. http://www.corpwatch.org/issues/PII.jsp?topicid=119
25. Toward an American Revolution: Exposing the Constitution and other Illusions, Fresia, Jerry. South End Press, 1988.
A People’s History of the United States: 1492 to present, Zinn Howard. Perennial, 2003 (latest edition).
26. Il Permiano terminò circa 250 milioni di anni fa con un’estinzione che uccise il 95% della vita marina del pianeta e il 70% di quella terrestre. Fu molto peggio della fine dei dinosauri, che si piazza ad un distante secondo posto nella classifica delle estinzioni (l’attuale estinzione si colloca al terzo posto). È ora ampiamente accettato che l’estinzione del Permiano cominciò con l’emissione di gas da parte dei vulcani, che consusse a un riscaldamento globale che, a sua volta, liberò massicce quantità di metano dal permafrost e dai fondali oceanici, provocando un’ulteriore impennata del riscaldamento globale. Le implicazioni per il riscaldamento globale attuale sono terrificanti.
Per saperne di più sull’estinzione del Permiano, un buon punto di partenza è: http://palaeo.gly.bris.ac.uk/Palaeofiles/Permian/intro.html


Tratto da http://survivingpeakoil.com/article.php?id=callforaction.
Questo articolo è apparso originariamente su http://www.lulu.com/allenadale.

Traduzione di Carpanix.
Versione originale in inglese: fai click qui.