Home

 

LA FINE DELL’ISOLA DI PASQUA

di Jared Diamond
traduzione di Carpanix

 


In una manciata di secoli, la gente dell’Isola di Pasqua cancellò le proprie foreste, portò le proprie piante e i propri animali all’estinzione e vide la propria complessa società cadere a spirale nel caos e nel cannibalismo. Stiamo per seguire il loro esempio?

 

Tra i più frequenti misteri della storia umana ci sono quelli posti dalla scomparsa di intere civiltà. Chiunque abbia visto gli edifici abbandonati dei Khmer, dei Maya o degli Anasazi è immediatamente indotto a porsi la stessa domanda: “Perché scomparvero le società che eressero quelle strutture?”.

La loro scomparsa ci tocca come la scomparsa di nessun altro animale, neanche quella dei dinosauri, potrà mai toccarci. Non importa quanto quelle civiltà sembrino esotiche, i loro artefici erano umani come noi. Chi ci dice che non soccomberemo allo stesso destino? Forse un giorno i grattacieli di New York [o, perché no?, il Pirellone di Milano - N.d.T.] si ergeranno abbandonati e coperti di vegetazione, come i templi di Angkor e di Tikal.

Tra tutte le civiltà scomparse a questo modo, quella della antica società Polinesiana dell’Isola di Pasqua rimane insuperata per mistero e isolamento. Il mistero nasce in particolar modo dalle gigantesche statue di pietra dell’isola e dal suo paesaggio “esaurito”, ma è rafforzato dalla particolare popolazione coinvolta: i Polinesiani rappresentano per noi l’ultima delle leggende esotiche, lo sfondo per molte visioni paradisiache di adulti e bambini. Il mio interesse per l’Isola di Pasqua ebbe inizio oltre 30 anni fa, quando lessi il racconto favoloso di Thor Heyerdahl, relativo al suo viaggio con il Kon Tiki.

Ma il mio interesse è stato rinverdito di recente da un resoconto ancora più eccitante, riguardante non viaggi eroici ma una coscienziosa ricerca e analisi. Il mio amico David Steadman, un paleontologo, ha lavorato con una quantità di altri ricercatori che stanno portando avanti i primi, sistematici scavi sull’Isola di Pasqua, allo scopo di identificare gli animali e le piante che una volta vivevano lì. Il loro lavoro sta contribuendo a una nuova interpretazione della storia dell’isola che la rende una storia ricca non solo di meraviglie, ma anche di avvertimenti.

L’Isola di Pasqua, con una superficie di soli 166 km2, è il più isolato pezzo di terra abitabile. Esso si trova nell’Oceano Pacifico, oltre 3200 km ad ovest del continente più vicino (il Sud America), 2250 km dalla più vicina isola abitata (Pitcairn). La sua collocazione subtropicale e la sua latitudine — essendo 27° a sud si trova approssimativamente tanto sotto all’equatore quanto Houston si trova sopra di esso — contribuisce a dare un clima piuttosto temperato, mentre le sue origini vulcaniche ne rendono fertile il suolo. In teoria, questo insieme di “benedizioni” dovrebbe aver fatto dell’Isola di Pasqua un paradiso in miniatura, lontano dai problemi che affliggono il resto del mondo.

L’isola deriva il proprio nome dalla sua “scoperta” da parte dell’esploratore danese Jacob Roggeveen, nella Pasqua (il 5 di aprile) del 1722. La prima impressione di Roggeveen non fu quella di un paradiso, ma di una terra desertica: “Dapprima, da lontano, pensammo che l’Isola di Pasqua fosse sabbiosa; la ragione di ciò è dovuta al fatto che prendemmo per sabbia l’erba secca, la paglia o altra vegetazione inaridita e bruciata, poiché la sua apparenza desertica non ci diede altra impressione che quella di una eccezionale povertà e sterilità”.

L’isola che Roggeveen vide era una terra erbosa senza un singolo albero o arbusto alto più di tre metri. I moderni botanici hanno identificato solo 47 specie di piante superiori native dell’Isola di Pasqua, la maggior parte delle quali erbe, carici e felci. La lista comprende solo due specie di piccoli alberi e due di arbusti legnosi. Con una tale flora, gli isolani che Roggeveen incontrò non avevano alcuna fonte di vera legna da ardere per scaldarsi durante i freddi, umidi e ventosi inverni dell’Isola di Pasqua. I loro animali nativi non comprendevano nulla di più grande degli insetti, neppure una sola specie di pipistrelli autoctoni, uccelli terrestri, serpenti di terra o lucertole. Come animali domestici, disponevano solamente di polli.

I visitatori europei, durante l’intero corso del XVIII secolo e all’inizio del XIX secolo, stimarono che la popolazione umana dell’Isola di Pasqua fosse di circa 2.000 persone, una quantità modesta considerata la fertilità dell’isola. Come il Capitano James Cook riconobbe durante la sua breve visita nel 1774, gli isolani erano Polinesiani (un Tahitiano che accompagnava Cook fu in grado di conversare con loro). Ciononostante, a dispetto della ben meritata fama di grandi naviganti dei Polinesiani, gli isolani dell’Isola di Pasqua che uscirono in mare alla volta delle navi di Roggeveen e di Cook lo fecero a nuoto o pagaiando su canoe che Roggeveen descrisse come “scadenti e fragili”. Le loro imbarcazioni, scrisse, erano “messe insieme con molte piccole assi e una leggera ossatura interna in legno, che avevano assemblato dligentemente con fibre attorcigliate molto sottili… Ma poiché mancano della conoscenza e in particolare dei materiali per il calafataggio e per il montaggio stretto del gran numero di giunture delle canoe, queste fanno di conseguenza molta acqua, per cui essi sono obbligati a passare la metà del loro tempo a sgottare”. Le canoe, lunghe solo tre metri, portavano al massimo due persone e si videro solo tre o quattro canoe sull’intera isola.

Con delle imbarcazioni così inconsistenti, i Polinesiani non avrebbero mai potuto colonizzare l’Isola di Pasqua, né avrebbero potuto portarsi molto al largo per pescare. Gli isolani che Roggeveen incontrò erano totalmente isolati, inconsapevoli dell’esistenza di altre persone. Gli studiosi in tutti gli anni dal momento della sua visita non hanno trovato traccia del fatto che gli isolani avessero avuto altri contatti esterni: non una sola roccia o prodotto dell’Isola di Pasqua era mai giunto da un altro luogo, né è stato trovato qualcosa sull’isola che potesse esservi stato portato da chiunque altro se non dagli abitanti originari o dagli Europei. Eppure la gente che viveva sull’Isola di Pasqua rivendicava memorie di viaggi alla barriera corallina disabitata di Sala y Gomez, a 420 km di distanza, ben oltre il raggio d’azione delle inaffidabili canoe viste da Roggeveen. Come poterono gli antenati degli isolani raggiungere quella barriera corallina dall’Isola di Pasqua, o raggiungere l’Isola di Pasqua da un qualsiasi altro luogo?

La caratteristica più famosa dell’Isola di Pasqua è data dalle sue enormi statue di pietra, più di 200 delle quali un tempo stavano ritte su massicce piattaforme di pietra allineate lungo la costa. Almeno altre 700, in diversi stadi di completamento, erano abbandonate in cave o su antiche strade tra le cave e la costa, come se gli scultori e le squadre di trasporto avessero gettato a terra i propri attrezzi e avessero abbandonato il lavoro. La maggior parte delle statue erette furono scolpite in una singola cava e quindi trasportate in qualche modo per ben 10 km — a dispetto dell’altezza, fino a 10 metri, e del peso, fino a 82 tonnellate. Le statue abbandonate, invece, erano alte fino a 20 metri e pesavano fino a 270 tonnellate. Le piattaforme di pietra erano altrettanto gigantesche: lunghe fino a 150 metri e alte fino a 3 metri, con lastre di rivestimento pesanti fino a 10 tonnellate.

Roggeveed stesso riconobbe rapidamente il problema posto dalle statue: “Le statue di pietra dapprima ci riempirono di sorpresa”, scrisse, “poiché non potevamo capire come fosse possibile che quella gente, che non dispone di legname pesante per costruire alcun macchinario, così come non dispone di corde robuste, fosse stata comunque in grado di erigere simili statue”. Roggeveen avrebbe potuto aggiungere che gli isolani non disponevano di ruote, di animali da tiro, né di alcuna fonte di energia a parte i propri stessi muscoli. Come trasportarono le statue giganti per chilometri, ancora prima di metterle in piedi? Per rendere ancora più fitto il mistero, le statue erano ancora in piedi nel 1770, ma nel 1864 erano state tutte abbattute dagli isolani stessi. Perché quindi le scolpirono prima di tutto? E perché smisero?

Le statue implicano una società molto differente da quella che Roggeeven vide nel 1722. La loro semplice quantità e dimensione suggerisce una popolazione molto maggiore di 2.000 persone. Che ne è stato di tutti loro? Inoltre, quella società deve essere stata altamente organizzata. Le risorse di Pasqua erano sparse per l’intera isola: la miglior pietra per le statue fu cavata a Rano Raraku, nei pressi dell’estremità nord-orientale dell’isola; la pietra rossa usata per le grandi corone che adornano alcune delle statue, fu cavata a Puna Pau, all’interno verso sud-ovest; gli attrezzi da cavatore venivano per la maggior parte da Aroi, nel nord-ovest. Nel frattempo, il miglior terreno agricolo si trova a sud e a est, e le migliori aree di pesca sono sulle coste a nord e a ovest. Estrarre e ridistribuire tutti quei beni richiese una organizzazione politica complessa. Che ne fu di quella organizzazione, e come si è mai potuta sviluppare in un territorio così povero?

I misteri dell’Isola di Pasqua hanno generato volumi di speculazioni per oltre due secoli e mezzo. Molti Europei stentavano a credere che i Polinesiani — solitamente dipinti come “semplici selvaggi” — avessero potuto creare le statue o le ben costruite piattaforme in pietra. Negli anni ‘50, Heyerdahl sostenne che la Polinesia doveva essere stata popolata da società avanzate di Indiani americani, i quali a loro volta avevano ricevuto la civilizzazione attraverso l’Atlantico da società più avanzate del Vecchio Mondo. I viaggi in zattera di Heyerdahl miravano a dimostrare la fattibilità di simili contatti transoceanici preistorici. Negli anni ‘60 lo scrittore svizzero Erich von DS niken, che credeva ardentemente nelle visite alla Terra effettuate da astronauti extraterrestri, andò ancora oltre, asserendo che le statue dell’Isola di Pasqua erano il lavoro di esseri intelligenti che possedevano attrezzi ultramoderni, si arenarono sull’Isola di Pasqua e furono infine recuperati.

Sia Heyerdahl che Von DS niken misero da parte la schiacciante evidenza che gli isolani dell’Isola di Pasqua erano tipici Polinesiani provenienti dall’Asia piuttosto che dalle Americhe e che la loro cultura (incluse le loro statue) emerse dalla cultura polinesiana. Il loro linguaggio era polinesiano, come Cook aveva già concluso. Più specificamente, essi parlavano un dialetto polinesiano orientale connesso all’Hawaiano e al Marchesano, un dialetto isolato dal 400 a.C. circa, come stimato in base a leggere differenze nel vocabolario. I loro ami e le loro asce di pietra somigliavano ai modelli dei primi abitanti delle Isole Marchesi. Lo scorso anno fu dimostrato che anche il DNA estratto da dodici scheletri dell’Isola di Pasqua era polinesiano. Gli isolani coltivavano banane, taro, patate dolci e canna da zucchero — tipiche coltivazioni polinesiane, principalmente di origini legate al sud-est asiatico. Il loro unico animale domestico, il pollo, era anch’esso tipicamente polinesiano e fondamentalmente asiatico, così come i topi che arrivarono come clandestini nelle canoe dei primi colonizzatori.

Che accadde a quei colonizzatori? Le teorie fantasiose del passato devono cedere il passo alle prove conquistate per mezzo del duro lavoro di professionisti in tre campi: archeologia, analisi dei pollini e paleontologia.

I moderni scavi archeologici sull’Isola di Pasqua sono continuati fino alla spedizione di Heyerdahl del 1955. Le più antiche datazioni associate alle attività umane, effettuate secondo la metodologia del tracciamento degli isotopi del carbonio, risalgono a un periodo compreso tra il 400 e il 700 circa, in ragionevole accordo con la data di insediamento approssimativa del 400 stimata dai linguisti. Il periodo della costruzione delle statue raggiunse il suo apice tra il 1200 e il 1500 con poche statue, se pure ne esistono, erette successivamente. La densità dei siti archeologici suggerisce una popolazione numerosa; una stima di 7.000 persone è diffusamente citata dagli archeologi, ma altre stime si estendono fino a 20.000, il che non sembra implausibile per un’isola delle dimensioni e fertilità di Pasqua.

Gli archeologi hanno anche ottenuto l’appoggio degli isolani ancora vivi in esperimenti mirati a calcolare come le statue potrebbero essere state scolpite ed erette. Venti persone, usando solo scalpelli di pietra, potrebbero avere scolpito anche la più grande delle statue completate entro un anno. Avendo a disposizione legname e fibra per fabbricare corde a sufficienza, squadre composte al massimo da alcune centinaia di persone potrebbero avere caricato le statue su slitte di legno, averle trascinate su percorsi di legno lubrificato o rulli e avere usato tronchi come leve per disporle in posizione eretta. Le corde potrebbero essere state fabbricate usando la fibra di un piccolo albero locale, imparentato col tiglio, chiamato hauhau. Ad ogni modo, quest’albero è oggi estremamente raro sull’Isola di Pasqua, e trasportare una statua avrebbe richiesto centinaia di metri di corda. Poté, un tempo, l’ora arido paesaggio dell’Isola di Pasqua sostenere gli alberi necessari?

Si può rispondere a questa domanda grazie alla tecnica dell’analisi dei pollini, che comporta l’estrazione di una colonna di sedimenti da una palude o uno stagno, con i depositi più recenti nella parte alta e i depositi relativamente più antichi verso il fondo. L’età assoluta di ogni strato può essere datata con i metodi del tracciamento del carbonio radioattivo. Quindi comincia il lavoro duro: l’esame di decine di migliaia di grani di polline al microscopio, il loro conteggio e l’identificazione delle specie di piante che li produssero, confrontandoli con il polline moderno prodotto dalle specie di piante conosciute. Per l’Isola di Pasqua, gli scienziati dalla vista acuta che effettuarono questo lavoro furono John Flenley, ora all’Università di Massey in Nuova Zelanda, e Sarah King dell’Università di Hull in Inghilterra.

Gli eroici sforzi di Flenley e King furono ricompensati dal sorprendente nuovo quadro che emerse dal paesaggio preistorico dell’Isola di Pasqua. Per almeno 30.000 anni prima dell’arrivo degli uomini e durante i primi anni della colonizzazione polinesiana, l’Isola di Pasqua non era per nulla un deserto. Invece, una foresta subtropicale di alberi e arbusti legnosi torreggiava su un sottobosco di cespugli, piante erbacee, felci e erba. Nella foresta crescevano margherite arboree, l’hauhau produttore di corde e il toromiro, che fornisce un legname da ardere compatto. L’albero più comune nella foresta era una specie di palma ora assente sull’Isola di Pasqua, ma precedentemente così abbondante che gli strati inferiori della colonna di sedimenti erano stipati del suo polline. La palma dell’Isola di Pasqua era strettamente imparentata con la tutt’ora esistente palma da vino del Cile, che cresce fino a 30 metri di altezza e 2 metri di diametro. L’alto tronco privo di rami della palma dell’Isola di Pasqua sarebbe stato ideale per trasportare e erigere statue e costruire grandi canoe. La palma sarebbe anche stata una valida fonte di cibo, dal momento che l’equivalente cileno fornisce noci commestibili così come linfa dalla quale i Cileni ottengono zucchero, sciroppo, miele e vino.

Cosa mangiavano i primi colonizzatori dell’Isola di Pasqua quando non si deliziavano con l’equivalente dello sciroppo d’acero? Recenti scavi effettuati da David Steadman, del Museo di Stato di New York ad Albany, hanno fornito un quadro del mondo animale originario dell’Isola di Pasqua altrettanto sorprendente del quadro del mondo vegetale fornito da Flenley e King. Le attese di Steadman per l’Isola di Pasqua erano condizionate dalle sue esperienze maturate altrove in Polinesia, dove il pesce è di gran lunga il cibo principale nei siti archeologici, costituendo tipicamente oltre il 90% delle ossa nei cumuli di immondizia degli antichi Polinesiani. L’Isola di Pasqua, invece, è troppo fredda per le barriere coralline amate dai pesci, e la sua linea costiera circondata da scogliere permette la pesca in acque basse solo in pochi punti. Meno di un quarto delle ossa nei suoi più antichi cumuli di immondizia (nel periodo compreso tra il 900 e il 1300) appartengono ai pesci; invece, quasi un terzo di tutte le ossa provengono da focene.

In nessun altro posto in Polinesia le focene raggiungono anche solo l’1% delle ossa di scarto nel cibo. Ma la maggior parte delle altre isole polinesiane offriva cibo animale sotto forma di uccelli e mammiferi, come nel caso dei moa giganti della Nuova Zelanda, ora estinti, e delle oche incapaci di volare delle Hawaii, anch’esse ora estinte. La maggior parte degli isolani aveva anche maiali e cani domestici. Sull’Isola di Pasqua, le focene sarebbero stati gli animali di maggiori dimensioni disponibili, a parte gli esseri umani. Le specie di focene identificate sull’Isola di Pasqua, i comuni delfini, pesano fino a 75 kg. Esse generalmente vivono in alto mare, così non potevano essere cacciate dalla spiaggia per mezzo della pesca con la canna o con la lancia. Invece, dovevano essere arpionate molto al largo, da grandi canoe in grado di reggere il mare, costruite impiegando le palme ormai estinte.

In aggiunta alla carne di focena, scoprì Steadman, i primi colonizzatori Polinesiani banchettavano con gli uccelli marini. Per quegli uccelli, l’isolamento e la mancanza di predatori facevano dell’Isola di Pasqua un rifugio ideale come luogo di riproduzione, almeno fino all’arrivo degli uomini. Tra il prodigioso numero di uccelli di mare che si riproducevano sull’Isola di Pasqua c’erano gli albatross, le fregate, le procellarie, le sterne e uccelli tropicali. Con almeno 25 specie nidificanti, l’Isola di Pasqua era il più ricco sito di riproduzione per uccelli marini della Polinesia e probabilmente dell’intero Pacifico.

Anche gli uccelli terrestri finirono nelle prime pentole dell’Isola di Pasqua. Steadman identificò ossa di almeno sei specie, inclusi civette, aironi, pappagalli e ralli. Lo stufato di uccello è stato condito con la carne di un gran numero di ratti, che i colonizzatori polinesiani portarono inavvertitamente con sé; l’Isola di Pasqua è l’unica isola polinesiana nota dove le ossa di topo superano quelle di pesce nei siti archeologici. (In caso foste schizzinosi e consideraste i topi non commestibili, ricordo ancora ricette per topi da laboratorio cremati che i miei amici biologi inglesi usavano per integrare la propria dieta durante i loro anni di razionamento alimentare durante la guerra.)

Le focene, gli uccelli marini e terrestri e i topi non esauriscono la lista delle fonti di carne precedentemente disponibili sull’Isola di Pasqua. Alcune ossa suggeriscono anche la possibilità di allevamenti di colonie di foche. Tutte queste delizie venivano cucinate in forni alimentati dal legname proveniente dalle foreste dell’isola.

Queste prove ci permettono di immaginare l’isola sulla quale sbarcarono i primi colonizzatori Polinesiani qualcosa come 1.600 anni fa, dopo un lungo viaggio in canoa dalla Polinesia Orientale. Essi si ritrovarono in una paradiso intatto. Cosa ne fu dopo? I grani di polline e le ossa ci forniscono una triste risposta.

Le registrazioni relative ai pollini mostrano che la distruzione delle foreste dell’Isola di Pasqua era già a buon punto nell’800, solo alcuni secoli dopo l’inizio dell’insediamento umano. Da quel momento il carbone proveniente dai fuochi di legna cominciò a pervadere i sedimenti, mentre il polline delle palme e degli altri alberi e arbusti legnosi diminuì o scomparve, e il polline delle erbe che rimpiazzarono la foresta divenne più abbondante. Non molto tempo dopo il 1400 le palme si estinsero definitivamente, non solo come risultato del fatto di essere state abbattute, ma anche perché i topi ormai onnipresenti ne impedivano la rigenerazione: delle dozzine di noci prodotte da palme e scoperte nelle caverne dell’Isola di Pasqua, tutte erano state rose dai topi e non avrebbero potuto germinare. Mentre l’hauhau non si estinse ai tempi dei Polinesiani, il suo numero declinò drasticamente fino al momento in cui non ne rimasero abbastanza per ricavarne corde. All’epoca in cui Heyerdahl visitò Pasqua, sull’isola era rimasto solo un singolo, moribondo albero di toromiro e anche quel sopravvissuto solitario è ora scomparso. (Fortunatamente, il toromiro cresce ancora nei giardini botanici da qualche altra parte.)

Il XV secolo segnò la fine non solo delle palme dell’Isola di Pasqua ma della foresta stessa. La sua fine si stava avvicinando perché la gente liberava il terreno per farne giardini; perché abbatteva gli alberi per costruire canoe, per trasportare ed erigere statue, e per alimentare il fuoco; perché i topi divoravano i semi; e probabilmente perché gli uccelli del luogo che impollinavano i fiori degli alberi e ne disperdevano i frutti si estinsero. Il quadro complessivo è tra gli esempi di distruzione delle foreste più estremi nel mondo: l’intera foresta scomparve e quasi tutte le specie arboree che la costituivano si estinsero.

La distruzione degli animali dell’isola fu estrema quanto quella della foresta stessa: senza eccezioni, ogni specie di uccello terrestre si estinse. Anche i crostacei furono oggetto di pesca eccessiva, fino al punto che la gente dovette adattarsi a piccole lumache di mare piuttosto che ai molluschi più grandi. Le ossa delle focene scomparvero improvvisamente dai mucchi di rifiuti verso il 1500; nessuno poteva più arpionare le focene, dal momento che gli alberi usati per costruire le grandi canoe per la navigazione in mare non esistevano più. Le colonie di oltre la metà delle specie di uccelli marini che nidificavano sull’Isola di Pasqua o sulle isolette al largo furono spazzate via.

Al posto di queste fonti di carne, gli isolani di Pasqua intensificarono la loro produzione di polli, che erano stati solo un cibo occasionale. Essi si rivolsero anche alla maggior fonte di carne residua ancora disponibile: gli esseri umani, le ossa dei quali divennero comuni nei mucchi di rifiuti più recenti dell’Isola di Pasqua. Le tradizioni orali degli isolani abbondano di riferimenti al cannibalismo; l’insulto più cocente che potesse essere rivolto a un nemico era: “Ho ancora la carne di tua madre tra i denti”. Senza legname disponibile per cucinare questi nuovi beni, gli isolani fecero ricorso a rimasugli di canna da zucchero, erba e carici per alimentare i propri fuochi.

Tutti questi frammenti di prove possono essere fatti confluire in una narrazione coerente del declino e della caduta di una società. I primi colonizzatori Polinesiani si ritrovarono su un’isola fornita di suolo fertile, cibo abbondante, materiali da costruzione a piene mani e tutti i prerequisiti per una vita confortevole. Essi prosperarono e si moltiplicarono.

Dopo alcuni secoli, essi cominciarono a erigere statue di pietra su piattaforme, come quelle che i loro antenati polinesiani avevano scolpito. Col passare degli anni, le statue e le piattaforme divennero sempre più grandi, e le statue cominciarono a ostentare una corona rossa da dieci tonnellate — probabilmente in una spirale ascendente di rincorsa al primato, quando i clan rivali cercavano di superarsi a vicenda mettendo in mostra ricchezza e potere. (Allo stesso modo, Faraoni successivi costruirono piramidi sempre più grandi. Gli attuali magnati del cinema Hollywoodiano vicino alla mia casa a Los Angeles stanno mettendo in mostra la propria ricchezza e il proprio potere costruendo dimore sempre più sfarzose. Tycoon Marvin Davis superò il precedente magnate con progetti per una casa di 5.500 m2, per cui Aaron Spelling ha superato Davis con una casa di 6.200 m2. Tutto ciò che manca a quegli edifici per rendere esplicito il messaggio sono corone rosse da dieci tonnellate.) Sull’Isola di Pasqua, come nella moderna America, la società era tenuta insieme da un complesso sistema politico per redistribuire le risorse disponibili localmente e per integrare le economie di differenti zone [per l’Italia possono valere le stesse considerazioni - N.d.T.].

Alla fine la popolazione in crescita dell’Isola di Pasqua stava tagliando la foresta più rapidamente di quanto la foresta stessa fosse in grado di rigenerarsi. La gente usava i terreni per i giardini e il legname come combustibile, per la costruzione di canoe e edifici — e, ovviamente, per trascinare statue. Non appena la foresta scomparve, gli isolani rimasero senza legname e senza corde per trasportare ed erigere le proprie statue. La vita divenne più disagevole — le sorgenti e i torrenti si prosciugarono, e la legna non era più disponibile per accendere fuochi.

La gente trovò anche più difficile riempirsi lo stomaco, dal momento che gli uccelli terrestri, le grandi conchiglie di mare e molti uccelli marini scomparvero. Poiché il legname per costruire canoe per la navigazione in mare non era più disponibile, la pesca declinò e le focene sparirono dalla tavola. Anche i raccolti declinarono, dal momento che la deforestazione permise che il suolo venisse eroso dalla pioggia e dal vento, seccato dal sole e le sue sostanze nutritive dilavate. L’intensificata produzione di polli e il cannibalismo rimpiazzarono solo parte di quelle perdite di generi alimentari. Alcune statuette con guance incavate e costole visibili che si sono conservate suggeriscono che la gente aveva fame.

Con la scomparsa della sovrabbondanza di cibo, l’Isola di Pasqua non poté più nutrire i capi, i burocrati e i preti che avevano mantenuto in funzione una società complessa. Gli isolani ancora in vita descrissero ai primi visitatori europei come il caos locale rimpiazzò il governo centrale e una classe di guerrieri prese il sopravvento sui capi ereditari. Le punte di pietra di lance e pugnali, fabbricate dai guerrieri durante l’epoca della loro maggiore prosperità nel ‘600 e nel ‘700, sono ancora sparse sul terreno dell’Isola di Pasqua oggi. Verso il 1700, la popolazione cominciò a crollare verso una quantità compresa tra un quarto e un decimo del suo numero precedente. La gente cominciò a vivere in caverne per proteggersi contro i nemici. Verso il 1770 i clan rivali cominciarono a rovesciarsi le statue a vicenda, demolendo le teste. Entro il 1864 l’ultima statua era stata abbattuta e profanata.

Nel momento in cui cerchiamo di immaginare il declino della civiltà occidentale, ci chiediamo “Perché non si sono guardati intorno, non si sono accorti di ciò che stavano facendo e non si sono fermati prima che fosse troppo tardi? Cosa stavano pensando quando tagliarono l’ultima palma?”

Sospetto, tuttavia, che il disastro non si sia verificato con uno scoppio, ma con un gemito. Dopo tutto, ci sono quelle centinaia di statue abbandonate da tenere in considerazione. La foresta dalla quale gli isolani dipendevano per i rulli e le corde non è semplicemente scomparsa in un giorno — è svanita poco a poco, nel corso di decenni. Forse la guerra interruppe le squadre al lavoro; forse nel momento in cui gli scultori ebbero finito la loro parte, l’ultima corda si strappò. Nel frattempo, ogni isolano che tentasse di avvertire dei pericoli della progressiva deforestazione sarebbe stato scavalcato dagli interessi acquisiti degli scultori, dei burocrati e dei capi, il lavoro dei quali dipendeva dal proseguimento della deforestazione. I nostri taglialegna del Nord-Ovest sul Pacifico sono solo gli ultimi di una lunga dinastia di taglialegna a gridare: “Il lavoro prima degli alberi!”. [analoghe situazioni sono riscontrabili anche in Italia: si pensi all’edilizia turistica costiera… - N.d.T.] I cambiamenti nella copertura forestale da un anno all’altro sarebbero stati difficili da vedere: sì, quest’anno abbiamo tagliato quei boschi laggiù, ma gli alberi stanno cominciando a ricrescere in questo giardino abbandonato, qui. Solo i più anziani, ricordando i decenni della loro fanciullezza, potrebbero aver visto la differenza. I loro bambini non avrebbero potuto comprendere i racconti dei loro genitori più di quanto i miei figli di otto anni oggi possano comprendere quelli di mia moglie e miei su come era Los Angeles 30 anni fa [o come fosse l’Italia solo 40 anni fa - N.d.T.].

Gradualmente gli alberi divennero meno numerosi, più piccoli e meno importanti. Nel momento in cui l’ultima palma fruttifera adulta venne tagliata, le palme avevano da tempo cessato di avere un qualche significato economico. Questo fatto lasciò solo palme sempre più piccole da tagliare ogni anno, insieme ad altri arbusti e alberelli residui. Nessuno avrebbe notato la caduta dell’ultima piccola palma.

A questo punto il significato della storia dell’Isola di Pasqua per noi dovrebbe essere freddamente ovvio. L’Isola di Pasqua è la Terra in piccolo. Oggi, di nuovo, una popolazione crescente si confronta con la riduzione delle risorse. Anche noi non abbiamo una valvola migratoria, poiché tutte le società umane sono interconnesse per mezzo di trasporti internazionali, e noi non possiamo fuggire nello spazio più di quanto gli isolani di Pasqua potessero fuggire nell’oceano. Se continuiamo a seguire il percorso attuale, ci ritroveremo ad avere esaurito le più grandi riserve di pesca del mondo, le foreste tropicali, i combustibili fossili e gran parte del nostro suolo entro il momento in cui i miei figli raggiungeranno l’età che ho oggi [in effetti, sarebbe saggio non avere affatto figli - N.d.T.].

Quotidianamente i giornali riportano i dettagli di paesi alla fame — Afghanistan, Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, ex-Yugoslavia, Zaire — nei quali i soldati si sono appropriati delle ricchezze o nei quali il governo centrale si piega a bande locali di assassini. Con il rischio della guerra nucleare che diviene più remoto, la minaccia di vedere la fine in un’esplosione non può più indurci a fermare la nostra corsa. Il rischio è ora nel declinare, lentamente, in un lamento. L’azione correttiva è bloccata da interessi acquisiti, da dirigenti politici ed economici bene intenzionati e dai loro elettorati, tutti perfettamente nel giusto nel non notare grandi cambiamenti da un anno all’altro. Invece, ogni anno ci sono giusto un po’ più persone e un po’ meno risorse, sulla Terra.

Sarebbe facile chiudere gli occhi o arrendersi per la disperazione. Se migliaia di semplici isolani dell’Isola di Pasqua con i loro soli attrezzi in pietra e la sola forza dei propri muscoli riuscirono a distruggere la propria società, come possono miliardi di persone con attrezzi in metallo e potenti macchine fallire nel fare di peggio? Ma c’è una sostanziale differenza. Gli isolani dell’Isola di Pasqua non avevano libri, né storie di altre società condannate. A differenza di quegli isolani, noi abbiamo storie del passato — informazioni che possono salvarci. La mia principale speranza per la generazione dei miei figli è che potremmo ora scegliere di imparare dal destino di società quale quella dell’Isola di Pasqua.

 

Pubblicato in Discover Magazine del 08/01/1995
Traduzione di Carpanix
Versione originale in inglese: fai click qui.