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STIAMO MANGIANDO COMBUSTIBILI FOSSILI

di Dale Allen Pfeiffer
traduzione di Carpanix

 


Alcuni mesi fa, preoccupato da una affermazione fatta a Parigi dal professor Kenneth Deffeyes di Princeton a proposito delle proprie preoccupazioni relative all’impatto del picco nella produzione petrolifera e di gas sulla produzione dei fertilizzanti, ho chiesto al Contributing Editor per l’Energia di FTW, Dale Allen Pfeiffer, di cominciare a fare ricerche su cosa avrebbe comportato una carenza di gas naturale nel campo dei costi di produzione dei fertilizzanti. La sua ricerca, lo ha portato a osservare l’intera produzione alimentare degli Stati Uniti. Poiché gli Stati Uniti e il Canada nutrono gran parte del mondo, le risposte hanno implicazioni a livello globale.

Ciò che segue è quasi certamente il più terrificante articolo che io abbia mai letto e sicuramente il più allarmante mai pubblicato da FTW. Inoltre, come abbiamo visto, la CNN, l’inglese Independent e il Defence Weekly di Jane nell’ultima settimana riconoscono la concretezza del problema del raggiungimento del picco massimo nella produzione petrolifera e di gas, prendendo atto del fatto che le riserve mondiali di petrolio e di gas sono dell’80% inferiori a quanto previsto; stiamo anche vedendo quanto poco si è concretamente pensato alle numerose crisi che senza dubbio ne seguiranno, almeno in termini di pensiero pubblicamente accessibile.

Il seguente articolo è così serio nelle sue implicazioni che ho compiuto il non consueto passo di sottolinearne alcuni passaggi chiave. L’ho fatto con l’intento di fare in modo che il lettore tratti ciascun passo sottolineato come un fatto distinto e incredibilmente importante. Ognuno di questi fatti dovrebbe essere letto e digerito separatamente, per assimilarne l’importanza. Mi sono ritrovato a leggere un fatto per poi alzarmi e andare da un’altra parte, fintanto che mi fosse possibile tornare indietro e leggere (s)comodamente il successivo.

Detto ciò, la ricerca e la relazione di Dale Allen Pfeiffer conferma i peggiori sospetti di FTW circa le conseguenze del raggiungimento del picco nella produzione petrolifera, e pone serie domande circa ciò che si dovrà fare dopo. Quella non meno importante è perché, in un anno di elezioni presidenziali, nessuno dei candidati ha neppure considerato il problema. Fino ad ora, è chiaro che le risposte a queste domande, forse le più importanti che l’umanità si trova a dover fronteggiare, dovranno essere per forza trovate dagli individui e dalle comunità, indipendentemente dall’aiuto del governo. Che la concreta ricerca delle risposte avvenga ora o col divenire inevitabile della crisi, dipende solo da noi. — M.C. Ruppert


Introduzione
La Rivoluzione Verde
I costi dei combustibili fossili
Suolo, terreni agricoli e acqua
I consumi degli Stati Uniti
Popolazione e sostenibilità
Tre scelte
Nota dell’autore
Note finali


Introduzione

3 ottobre 2003, 1200 PDT — Gli esseri umani (come tutti gli altri animali) traggono la propria energia dal cibo che mangiano. Fino al XIX secolo, tutta l’energia proveniente dal cibo disponibile sul pianeta derivava dal sole attraverso la fotosintesi. Sia che mangiaste vegetali, sia che mangiaste animali nutriti con vegetali, l’energia contenuta nel cibo a vostra disposizione alla fin fine derivava dal sole.

Sarebbe stato assurdo pensare che un giorno saremmo potuti rimanere senza sole. No, la luce del sole era una risorsa abbondante, rinnovabile e il processo della fotosintesi nutriva tutta la vita sul pianeta. Essa imponeva anche un limite alla quantità di cibo che poteva essere generata in un dato momento e, quindi, imponeva un limite alla crescita della popolazione. La Terra riceve un flusso limitato di energia solare. Per aumentare la produzione di cibo si doveva aumentare la superficie di terreno coltivato, ed eliminare i competitori. Non esisteva altro modo per aumentare la quantità di energia disponibile per la produzione alimentare. La popolazione umana crebbe scacciando ogni competitore e appropriandosi di sempre maggiori quote dell’energia solare disponibile.

Il bisogno di espandere la produzione agricola era una delle cause che stavano dietro alla maggior parte delle guerre nella storia nota, insieme all’espansione della base energetica (e la produzione agricola è in verità una porzione essenziale della base energetica). E quando gli Europei non poterono espandere oltre le proprie coltivazioni, si dedicarono al compito di conquistare il mondo. Gli esploratori furono seguiti dai conquistatori e dai commercianti e dai coloni. Le ragioni dichiarate dell’espansione potevano essere il commercio, l’avidità, l’imperialismo o la semplice curiosità, ma alla base si trattava solo dell’espansione della produttività agricola. Ovunque andassero gli esploratori e i conquistatori, portavano via il bottino, ma lasciavano le proprie piantagioni. E i coloni lavoravano duramente per bonificare il terreno e costruire le proprie fattorie. Conquista ed espansione andarono avanti fino a quando non rimase posto per una ulteriore estensione dei territori da adibire all’agricoltura. Senza dubbio, oggi, i proprietari terrieri e gli agricoltori combattono per rivendicare ancora più terreni, ma combattono per le briciole. Oggi, virtualmente tutto il terreno produttivo del pianeta viene sfruttato per mezzo dell’agricoltura. Ciò che è inutilizzato è troppo ripido, troppo umido, troppo secco o caratterizzato da un suolo povero di sostanze nutrienti.[1]

Proprio quando la produzione agricola non poté più espandersi aumentando la superficie coltivata, nuove innovazioni resero possibile un maggiore sfruttamento delle superfici già disponibili. Il processo di allontanamento dei “flagelli” e di appropriazione di territori per l’agricoltura accelerò con la rivoluzione industriale, non appena la meccanizzazione dell’agricoltura rese più rapido il dissodamento e la lavorazione della terra e aumentò la quantità di terreno agricolo che poteva essere gestito da una persona. Ad ogni incremento della produzione alimentare, la popolazione umana crebbe velocemente.

Oggi, gli esseri umani si sono appropriati di quasi il 40% dell’intera capacità fotosintetica basata sul terreno.[2] Negli Stati Uniti ci siamo appropriati di oltre la metà dell’energia catturata dalla fotosintesi.[3] Ci siamo appropriati di tutti migliori territori del pianeta. Il resto della natura è costretta a farsi bastare gli avanzi. Semplicemente, si tratta di uno dei principali fattori che determinano le estinzioni delle specie e lo stress dell’ecosistema.

 

La Rivoluzione Verde

Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’agricoltura fu soggetta a una drastica trasformazione alla quale comunemente ci si riferisce come Rivoluzione Verde. La Rivoluzione Verde ebbe come effetto l’industrializzazione dell’agricoltura. Parte del progresso fu il risultato dell’introduzione di nuove varietà vegetali ibride, che portarono a coltivazioni alimentari più cospicue. Tra il 1950 e il 1984, mentre la Rivoluzione Verde trasformava l’agricoltura nel mondo, la produzione cerealicola mondiale aumentò del 250%.[4] Si tratta di un tremendo aumento nella quantità di energia alimentare disponibile per il consumo umano. Questa energia aggiuntiva non proveniva da un aumento della luce solare disponibile, né dall’introduzione dell’agricoltura in nuove grandi porzioni di territorio. L’energia per la Rivoluzione Verde era fornita dai combustibili fossili sotto forma di fertilizzanti (gas naturale), pesticidi (petrolio) e irrigazione alimentata da idrocarburi.

La Rivoluzione Verde aumentò in media di 50 volte il flusso di energia verso l’agricoltura rispetto all’agricoltura tradizionale.[5] Nei casi più estremi, il consumo di energia da parte dell’agricoltura aumentò di 100 volte o anche più.[6]

Negli Stati Uniti, vengono utilizzati ogni anno 400 galloni [1514 litri circa - N.d.T.] di petrolio equivalente per nutrire ciascun americano (secondo dati forniti nel 1994).[7] Il consumo di energia in agricoltura è suddiviso come segue:

I costi energetici per il confezionamento, la refrigerazione, il trasporto verso i punti di distribuzione e la cottura domestica non sono considerati nelle cifre citate.

Per dare al lettore un’idea delle alte esigenze energetiche dell’agricoltura moderna, la produzione di un chilo di azoto per fertilizzanti richiede l’equivalente energetico di una quantità di gasolio che oscilla tra 1,4 e 1,8 litri. Tutto ciò senza considerare il gas naturale impiegato come materia prima.[9] Secondo l’Istituto dei Fertilizzanti [The Fertilizer Institute - http://www.tfi.org], nell’anno compreso tra il 30 giugno 2001 e il 30 giugno 2002 gli stati uniti hanno usato 10.894.837 tonnellate di fertilizzanti azotati.[10] Usando la cifra più bassa di 1,4 litri di gasolio equivalente per chilogrammo di azoto, questa quantità equivale al contenuto energetico di 15,3 miliardi di litri di gasolio, o 96,2 milioni di barili.

Ovviamente, questo è solo un confronto approssimativo per aiutare a capire le esigenze energetiche dell’agricoltura moderna.

In un senso molto concreto, stiamo letteralmente mangiando i combustibili fossili. Ad ogni modo, a causa delle leggi della termodinamica, in agricoltura non esiste una corrispondenza diretta tra l’immissione e la produzione di energia. Lungo la strada, si ha una marcata perdita di energia. Tra il 1945 e il 1994, l’immissione di energia in agricoltura è stata quadruplicata, mentre i raccolti si sono solo triplicati.[11] Da allora, l’immissione di energia ha continuato a crescere senza un corrispondente aumento nei raccolti. Abbiamo raggiunto un punto oltre il quale i ritorni sono marginali. In effetti, a causa del degrado del suolo, delle accresciute esigenze dovute al controllo dei parassiti e ai sempre maggiori costi energetici per la gestione dell’irrigazione (che saranno tutti esaminati più avanti), l’agricoltura moderna deve continuare ad aumentare il suo investimento energetico semplicemente per mantenere l’entità dei raccolti attuali. La Rivoluzione Verde sta andando in bancarotta.

 

I costi dei combustibili fossili

L’energia solare è una risorsa rinnovabile limitata solo dalla velocità alla quale il sole la fornisce alla Terra. I combustibili fossili, d’altra parte, sono una risorsa da accumulo che può essere sfruttata a una velocità quasi illimitata. Ad ogni modo, su scala temporale umana, i combustibili fossili non sono rinnovabili. Essi rappresentano un deposito planetario di energia al quale possiamo attingere alla velocità che desideriamo, ma che alla fine si esaurirà senza possibilità di rinnovo. La Rivoluzione Verde ha messo un rubinetto a questo deposito di energia e l’ha usato per aumentare la produzione agricola.

L’uso totale di combustibili fossili negli Stati Uniti è aumentato di 20 volte negli ultimi quattro decenni. Negli Stati Uniti, consumiamo da 20 a 30 volte più energia derivata da combustibili fossili a testa rispetto alla gente dei Paesi in via di sviluppo. L’agricoltura assorbe direttamente il 17% dell’energia usata complessivamente in questo Paese.[12] Nel 1990, usavamo all’incirca 1.000 litri (6,41 barili) di petrolio per produrre cibo da un ettaro di terreno.[13]

Nel 1994, David Pimentel e Mario Giampietro stimarono che il rapporto tra produzione ed immissione in agricoltura fosse di circa 1,4.[14] Per 0,7 kilocalorie (kcal) di energia fossile consumata, l’agricoltura statunitense produceva 1 kcal di cibo. La cifra dell’immissione nel calcolo di questo rapporto era basato sulle statistiche della FAO (Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite), che considerano solo i fertilizzanti (senza includere nel calcolo le materie prime impiegate nella preparazione dei fertilizzanti), l’irrigazione, i pesticidi (senza includere nel calcolo le materie prime impiegate nella preparazione dei pesticidi), e i macchinari e il carburante per la gestione dei campi. Altre immissioni di energia in agricoltura non considerate erano l’energia e i macchinari usati per essiccare i raccolti, il trasporto per i materiali e i prodotti per e dalle aziende agricole, l’elettricità, la costruzione e la manutenzione degli edifici e delle infrastrutture agricoli. Aggiungere nelle stime questi costi energetici abbassava il rapporto energetico tra produzione e immissione fino a 1.[15] Eppure, questa stima non include ancora l’energia spesa per il confezionamento, il trasporto verso i punti vendita, la refrigerazione o la cottura casalinga.

In uno studio successivo completato più tardi nello stesso anno (1994), Giampietro e Pimentel riuscirono a calcolare un rapporto più accurato circa l’energia netta derivata da combustibili fossili impiegata in agricoltura.[16] In questo studio, gli autori definirono due forme distinte di immissione di energia: energia endosomatica e energia esosomatica. L’energia endosomatica è quella generata dalla trasformazione metabolica del cibo in energia muscolare nel corpo umano. L’energia esosomatica è quella generata dalla trasformazione di energia all’esterno del corpo umano, come nel caso della benzina che brucia in un trattore. Questo tipo di approccio permise agli autori di considerare l’immissione di combustibili fossili da soli e in rapporto agli altri tipi di immissione.

Prima della rivoluzione industriale, praticamente il 100% dell’energia tanto endosomatica quanto esosomatica proveniva dal sole. I combustibili fossili, ora, rappresentano il 90% dell’energia esosomatica impiegata negli Stati Uniti e negli altri Paesi sviluppati.[17] Il tipico rapporto tra energia esosomatica e energia endosomatica nelle società preindustriali, che ricavavano energia dal sole, è di circa 4 a 1. Il rapporto è cresciuto di 10 volte nei Paesi sviluppati, fino ad arrivare a 40 a 1. E negli Stati Uniti, esso ha superato i 90 a 1.[18] È cambiato anche il modo in cui impieghiamo l’energia endosomatica.

La maggior parte dell’energia endosomatica non viene più spesa per fornire energia per processi diretti. Ora la maggior parte dell’energia endosomatica viene utilizzata per generare il flusso di informazioni che dirige i macchinari alimentati dall’energia esosomatica. Considerando il rapporto di 90 a 1 tra energia esosomatica e energia endosomatica proprio degli Stati Uniti, ogni kcal di energia endosomatica spesa in quel Paese induce la circolazione di 90 kcal di energia esosomatica. Come esempio, un piccolo motore a benzina è in grado di convertire le 38.000 kcal contenute in un gallone di benzina [1 gallone = 3,785 litri - N.d.T.] in 8,8 KWh (kilowatt ora), che equivalgono a circa tre settimane del lavoro di un essere umano.[19]

Nel loro raffinato studio, Giampietro e Pimentel scoprirono che nel sistema alimentare degli Stati Uniti sono necessarie 10 kcal di energia esosomatica per produrre una kcal di cibo consegnato al consumatore. Questo comprende le spese di confezionamento e di trasporto, ma esclude la cottura domestica).[20] Il sistema alimentare statunitense consuma dieci volte più energia di quanta ne produca sotto forma di cibo. Questa disparità è resa possibile dalle riserve di combustibili fossili non rinnovabili.

Negli Stati Uniti, Presupponendo una dieta che apporti giornalmente 2.500 kcal pro-capite, il rapporto 1/10 si traduce in un costo giornaliero di 35.000 kcal di energia esosomatica a testa. Ad ogni modo, considerando che un’ora di lavoro endosomatico negli Stati Uniti implica l’uso di circa 10.000 kcal di energia esosomatica, nel nostro sistema attuale, il flusso di energia esosomatica richiesto per fornire quanto richiesto dalla dieta giornaliera viene raggiunto in soli 20 minuti di lavoro. Sfortunatamente, se si rimuovessero i combustibili fossili dall’equazione, la dieta giornaliera richiederebbe 111 ore di lavoro endosomatico a testa; cioè, la dieta giornaliera attuale negli Stati Uniti richiederebbe, per essere prodotta, circa tre settimane di lavoro a testa.

Molto semplicemente, quando la produzione di combustibili fossili comincerà a calare entro il prossimo decennio, sarà disponibile meno energia per produrre cibo.

 

Suolo, terreni agricoli e acqua

La moderna agricoltura intensiva è insostenibile. L’agricoltura potenziata per mezzo della tecnologia ha aumentato l’erosione del suolo, inquinato e sfruttato eccessivamente le risorse acquifere sotterranee e di superficie, e anche provocato seri problemi di salute pubblica e ambientali (in gran parte a causa dell’incrementato uso dei pesticidi). L’erosione del suolo, uno sfruttamento superiore alle possibilità del terreno agricolo e un eccessivo prelievo idrico hanno portato a loro volta a un uso ancora maggiore di combustibili fossili e di prodotti derivati dagli idrocarburi. Occorre impiegare più fertilizzanti basati sugli idrocarburi, così come più pesticidi; pompare l’acqua per l’irrigazione richiede più energia; e i combustibili fossili sono usati per trattare le acque inquinate.

Rimpiazzare 1 pollice [2.54 centimetri - N.d.T.] di suolo superficiale richiede 500 anni.[21] In un ambiente naturale, il suolo superficiale viene generato da materiale vegetale in decomposizione e rocce erose, ed è protetto dall’erosione dalla copertura vegetale. Nel suolo reso suscettibile dall’agricoltura, l’erosione sta riducendo la produttività fino al 65% all’anno.[22] I territori della prateria primordiale, che costituiscono il paniere degli Stati Uniti, hanno perso metà del proprio suolo di superficie dopo circa 100 anni di agricoltura. Il suolo viene eroso 30 volte più in fretta di quanto non si riformi naturalmente.[23] Le colture alimentari sono molto più esigenti delle erbe spontanee che una volta ricoprivano le Grandi Pianure. Come conseguenza, il suolo superficiale rimanente viene progressivamente impoverito dei propri nutrienti. L’erosione del suolo e l’esaurimento delle sostanze minerali rimuovono dai suoli agricoli americani circa 20 miliardi di dollari ogni anno in nutrienti per le piante.[24] Gran parte del suolo delle Grandi Pianure è ridotto a poco più che una spugna nella quale dobbiamo versare fertilizzanti ricavati dagli idrocarburi per produrre raccolti.

Ogni anno negli Stati Uniti si perdono oltre 2 milioni di acri di terreno agricolo [809.375 ettari, cioè 8.094 km2 - N.d.T.] a causa dell’erosione, della salinizzazione e dell’imbibimento. In aggiunta a questi, la costruzione di strade e l’industria sottraggono annualmente un altro milione di acri all’agricoltura. Approssimativamente i tre quarti della superficie territoriale degli Stati Uniti sono riservati all’agricoltura e alla forestazione commerciale.[25] La popolazione umana in espansione mette ulteriormente sotto pressione la disponibilità di territorio. Incidentalmente, solo una piccola porzione della superficie territoriale statunitense rimane disponibile per le tecnologie necessarie a sostenere un’economia basata sull’energia solare. Allo stesso modo, la superficie territoriale destinabile alla produzione di biomasse è limitata. Per questa ragione, lo sviluppo dell’energia solare o basata sulle biomasse deve avvenire a spese dell’agricoltura.

L’agricoltura moderna mette sotto sforzo anche le nostre risorse idriche. L’agricoltura consuma l’85% dell’acqua dolce statunitensi.[26] Si sta verificando un prelievo eccessivo da molti corpi acquiferi di superficie, specialmente nell’ovest e nel sud. Il tipico esempio è il fiume Colorado, che è ridotto ad un rigagnolo quando raggiunge il Pacifico. Inoltre le acque di superficie forniscono solo il 60% dell’acqua usata per l’irrigazione. Il resto, e in alcuni posti la maggior parta dell’acqua destinata ad usi irrigui, proviene da corpi acquiferi sotterranei. L’acqua presente nel sottosuolo viene sostituita lentamente per mezzo della percolazione dell’acqua piovana attraverso la crosta terrestre. Meno dello 0,1% dell’acqua immagazzinata nel sottosuolo prelevata annualmente viene rimpiazzata da quella proveniente dalle piogge.[27] Il grande corpo acquifero di Ogallala, che rifornisce l’agricoltura, l’industria e le esigenze domestiche di gran parte degli stati delle pianure del sud e del centro, è sottoposto a un prelievo del 160% rispetto alla velocità di riempimento. Il corpo acquifero di Ogallala diverrà improduttivo nel giro di alcuni decenni.[28]

Possiamo illustrare il peso che l’agricoltura moderna ha sulle risorse idriche osservando un territorio destinato alla produzione del mais. Un raccolto di mais che fornisca 118 staia per acro all’anno, richiede oltre 500.000 galloni d’acqua per acro durante la stagione della crescita. La produzione di 1 libra di mais richiede 1.400 libre (o 175 galloni) d’acqua.[29] [Per agevolare il lettore italiano: “Un raccolto che fornisca 10.600 litri di mais per ettaro all’anno, richiede oltre 4.677.000 litri d’acqua per ettaro durante la stagione della crescita. La produzione di 1 kg di mais richiede 1.400 litri d’acqua” - N.d.T.] A meno che venga fatto qualcosa per abbassare questi consumi, l’agricoltura moderna contribuirà a spingere gli Stati Uniti in una crisi idrica.

Negli ultimi due decenni, negli Stati Uniti, l’uso di pesticidi derivati dagli idrocarburi è cresciuto di 33 volte, eppure ogni anno perdiamo più raccolti a causa dei parassiti.[30] Questo è il risultato dell’abbandono delle pratiche colturali tradizionali della rotazione. Quasi il 50% del terreno dedicato alla coltura del mais negli Stati Uniti è soggetto ad un regime monocolturale.[31] Questo porta a un aumento dei parassiti del mais, che a sua volta richiede l’uso di maggiori quantità di pesticidi. L’uso dei pesticidi nella coltura del mais è cresciuto di 1.000 volte ancor prima dell’introduzione di varietà di mais resistenti ai pesticidi, ottenute per mezzo dell’ingegneria genetica. Eppure, le perdite nella produzione si sono quadruplicate.[32]

L’agricoltura intensiva moderna non è sostenibile. Sta danneggiando il territorio, prosciugando le scorte d’acqua, inquinando l’ambiente. E tutto ciò richiede un sempre maggior ricorso ai combustibili fossili per pompare l’acqua per l’irrigazione, per rimpiazzare le sostanze nutrienti del suolo, per fornire protezione contro i parassiti, per rimediare ai danni ambientali e semplicemente per mantenere costante la produzione. Eppure, il ricorso ai combustibili fossili diverrà impossibile a causa del ridursi della loro produzione.

 

I consumi negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, ogni persona consuma una media di 2.175 libre di cibo all’anno [circa 987 kg - N.d.T.]. Questo fornisce al consumatore statunitense una disponibilità media giornaliera di 3.600 Calorie. La media mondiale è di 2.700 Calorie al giorno.[33] Il 19% della disponibilità calorica, negli Stati Uniti, proviene da fast food. Il fast food copre il 34% del consumo totale di cibo per il cittadino medio statunitense. Il cittadino medio consuma il proprio pasto fuori una volta su quattro.[34]

Un terzo delle calorie assunte dall’Americano medio proviene da fonti animali (compresi uova e formaggi), per un totale di 800 libre per persona all’anno [circa 363 kg - N.d.T.]. Questa dieta significa che i cittadini statunitensi ricavano il 40% delle proprie calorie dai grassi — quasi la metà della propria dieta.[35]

Gli Americani sono anche grandi consumatori d’acqua. Secondo dati di un decennio fa, gli Americani consumavano 1.450 galloni al giorno a testa [circa 5.489 litri - N.d.T.], impiegandone la maggior parte in agricoltura. Stando alla crescita della popolazione prevista, le proiezioni indicano che il consumo per il 2050 sarà di 700 galloni al giorno a testa [circa 2.650 litri - N.d.T.], che gli idrologi considerano il minimo necessario per le necessità umane.[36] Ciò senza considerare la riduzione della produzione di combustibili fossili.

Fornire tuttto questo cibo richiede, in Nord America, l’impiego di 0,6 milioni di tonnellate di pesticidi all’anno. Questa quantità corrisponde a circa un quinto dell’uso mondiale totale annuo di pesticidi, che è stimato essere di 2,5 milioni di tonnellate.[37] Globalmente, vengono usati ogni anno più fertilizzanti azotati di quanti ne possano essere reperiti per mezzo di fonti naturali. Analogamente, l’acqua viene pompata dal sottosuolo a una velocità molto maggiore di quanto venga ripristinata. E le riserve di minerali importanti, quali il fosforo e il potassio, si stanno velocemente avvicinando all’esaurimento.[38]

Il consumo di energia totale degli Stati Uniti è più di tre volte la quantità di energia solare acquisita sotto forma di raccolti agricoli e prodotti forestali. Gli Stati Uniti consumano annualmente il 40% in più di energia della quantità totale di energia solare captata dall’intera biomassa vegetale del territorio. L’uso pro-capite di energia proveniente da combustibili fossili nel Nord America è di cinque volte superiore alla media mondiale.[39]

La nostra prosperità è basata sul principio dell’esaurimento più rapido possibile delle risorse mondiali, senza alcun pensiero per i nostri vicini, per le altre forme di vita del pianeta o per i nostri bambini.

 

Popolazione e sostenibilità

Considerando un tasso di crescita dell’1,1% all’anno, si calcola che la popolazione degli Stati Uniti raddoppi entro il 2050. Con l’espandersi della popolazione, si stima che sarà perso un acro [4.046,873 metri quadrati - N.d.T.] di terreno per ogni persona aggiunta alla popolazione statunitense. Correntemente, ogni cittadino degli Stati Uniti dispone di 1,8 acri [7.284 metri quadrati - N.d.T.] di terreno agricolo per coltivare il proprio cibo. Nel 2050, questa quantità scenderà a 0,6 acri [2.428 metri quadrati - N.d.T.]. Sono necessari 1,2 acri [4.856 metri quadrati - N.d.T.] per persona per mantenere gli standard della dieta attuale.[40] [A questo punto, non posso fare a meno di notare che, secondo i dati ISTAT del 2002, in Italia ognuno dei 57.800.000 abitanti dispone di 5.213 metri quadrati di territorio complessivo, del quale solo 2.284 metri quadrati sono costituiti da terreno agricolo produttivo; anche da questi pochi dati, risulta fin troppo evidente come il territorio italiano non sia in grado di sostenere la propria popolazione neppure da un punto di vista strettamente alimentare; ampliare il campo di analisi per comprendere altri aspetti che rendono indispensabile la possibilità di usufruire del territorio non farebbe che peggiorare il quadro complessivo: viviamo sul filo di un rasoio, contando per il nostro sostegno vitale su un equilibrio internazionale che si sta rivelando sempre più precario - N.d.T.]

Al momento attuale, due sole nazioni del pianeta sono grandi esportatrici di cereali: gli Stati Uniti e il Canada.[41] Ci si aspetta che nel 2025 gli Stati Uniti cesseranno di essere esportatori di cibo a causa del crescere della domanda interna. L’impatto sull’economia statunitense potrebbe essere devastante, dal momento che l’esportazione di derrate alimentari fornisce ogni anno agli Stati Uniti 40 miliardi di dollari. Ancora più importante è il fatto che milioni di persone nel mondo intero potrebbero morire di fame senza le esportazioni alimentari statunitensi.[42]

A livello interno statunitense, 34,6 milioni di persone vivono in povertà secondo i dati del censimento del 2002.[43] E questa quantità continua ad aumentare a una velocità allarmante. Troppa di questa gente non dispone di una dieta sufficiente. Col peggiorare della situazione, questa quantità aumenterà e gli Stati Uniti vedranno crescere il numero delle morti per fame.

Ci sono alcune cose che possiamo fare per almeno alleviare questa tragedia. Viene suggerito che snellire l’agricoltura per liberarsi delle perdite, degli sprechi e della disorganizzazione potrebbe ridurre le necessità di impiegare energia per la produzione di cibo fino alla metà.[44] Al posto dei fertilizzanti derivati dai combustibili fossili, potremmo usare quel concime proveniente dagli allevamenti che viene oggi sprecato. Si stima che il concime da allevamento equivale a 5 volte la quantità di fertilizzante correntemente utilizzato ogni anno.[45] Forse la maggiore efficacia si avrebbe eliminando completamente la carne dalla nostra dieta.[46]

Mario Giampietro e David Pimentel postulano che un sistema alimentare sostenibile è possibile solo se si verificano quattro condizioni:

  1. Devono essere implementate tecnologie agricole ambientalmente sicure.
  2. Devono essere messe in atto tecnologie energetiche basate sul rinnovabile.
  3. Deve essere ridotto il consumo pro-capite di energia esosomatica per mezzo di un notevole incremento nell’efficienza energetica.
  4. Le dimensioni e i consumi della popolazione devono essere compatibili con il mantenimento della stabilità dei processi ambientali.[47]

Qualora le prime tre condizioni fossero ottenute, con una riduzione di oltre la metà dei consumi di energia esosomatica individuale, gli autori indicano la quantità massima di popolazione compatibile con una economia sostenibile in 200 milioni di persone.[48] Molti altri studi hanno prodotto cifre analoghe (Energia e popolazione, Werbos, Paul J. http://www.dieoff.com/page63.htm; Impatto della crescita della popolazione sulla disponibilità di cibo e ambiente, Pimentel, David, et al. http://www.dieoff.com/page57.htm).

Dal momento che l’attuale popolazione statunitense eccede i 292 milioni di persone,[49] ciò significa una riduzione di 92 milioni. Per raggiungere un’economia sostenibile ed evitare un disastro, gli Stati Uniti devono ridurre la propria popolazione di almeno un terzo. L’epidemia di peste verificatasi durante il XIV secolo uccise circa un terzo della popolazione europea (e oltre la metà delle popolazioni asiatiche e indiane), gettando il continente in un periodo oscuro dal quale furono necessari quasi due secoli per uscire.[50]

Nessuna di queste ricerche considera l’impatto del declino nella produzione di combustibili fossili. Gli autori di tutti questi studi credono che la crisi agricola menzionata comincerà a colpirci solo dopo il 2020, e non diverrà critica fino al 2050. L’attuale raggiungimento del picco massimo nella produzione petrolifera globale (e il conseguente calo nella produzione), insieme al raggiungimento del picco massimo nella produzione di gas naturale nel Nord America, molto probabilmente condurrà verso questa crisi molto prima di quanto ci si aspetti. Molto probabilmente, una riduzione di un terso della popolazione statunitense non sarà efficacie nell’ottenimento della sostenibilità; la riduzione necessaria potrebbe essere superiore alla metà. E, per raggiungere la sostenibilità, la popolazione globale dovrà essere ridotta dagli attuali 6,32 miliardi di persone[51] a 2 miliardi — una riduzione del 68%, oltre i due terzi. La fine di questo decennio potrebbe vedere una crescita inarrestabile dei prezzi dei generi alimentari. E il prossimo decennio potrebbe portare stragi per fame a livello globale, quali non sono mai state sperimentate in precedenza dal genere umano.

 

Tre scelte

Considerando la assoluta necessità di ridurre la popolazione, ci si prospettano tre scelte ovvie.

Possiamo — come società — divenire consapevoli del nostro dilemma e coscientemente prendere la decisione di non aggiungere altre persone alla nostra popolazione. Scegliere in modo cosciente e volontario di ridurre responsabilmente la nostra popolazione costituirebbe la più benvenuta delle tre opzioni. Però, sfida apertamente l’imperativo biologico che spinge alla procreazione [si vocifera che quella umana sia una specie intelligente e capace di controllare i propri istinti: che sia questa una buona occasione per dimostrarlo? - N.d.T.]. La capacità della medicina moderna di estendere la nostra longevità e il rifiuto da parte del Diritto Religioso di prendere in considerazione il controllo volontario delle nascite complicano ulteriormente la situazione. Inoltre, c’è una forte spinta da parte del mondo degli affari per mantenere alto il tasso di immigrazione, allo scopo di tenere basso il costo del lavoro [che sia in corso una analoga operazione anche in Italia, squallidamente mascherata sotto una ipocritamente falsa apparenza di “solidarietà”? - N.d.T.]. Sebbene il controllo della popolazione sia probabilmente la scelta migliore, si tratta anche dell’opzione che è meno probabile che venga messa in atto.

Fallendo nel ridurre responsabilmente la nostra popolazione, possiamo imporre a forza una sua riduzione per mezzo di imposizioni da parte del governo. C’è bisogno di precisare quanto questa soluzione sarebbe poco appetibile? Quanti di noi sceglierebbero di vivere in un mondo di sterilizzazione coatta e di controllo delle nascite imposti a norma di legge? Quanto facilmente questo tipo di risoluzione potrebbe portare a una selezione della popolazione secondo principi eugenetici?

Queste considerazioni ci portano alla terza scelta, che implica essa stessa un quadro di indicibili sofferenze e di morte. Se dovessimo fallire nel prendere in seria considerazione la crisi che ci si prospetta e nel decidere di affrontarla, ci troveremmo a dover fronteggiare delle morìe dalle quali è molto probabile che la civilizzazione non si riprenderà mai. Morirebbero persone in quantità assai maggiore di quella necessaria per raggiungere il livello di sostenibilità. In uno scenario di questo tipo, le condizioni si deteriorerebbero in modo così grave che la popolazione superstite sarebbe una trascurabile frazione di quella attuale. E quei superstiti soffrirebbero il trauma dell’aver visto morire la propria civiltà, i propri vicini, i propri amici e le proprie famiglie. Quei sopravvissuti avrebbero visto il proprio mondo ridotto in cenere.

Le domande che dobbiamo porci ora sono “come possiamo consentire che tutto ciò accada?” e “cosa possiamo fare per impedirlo?”. Il nostro stile di vita attuale significa per noi così tanto da indurci ad assoggettare noi stessi e i nostri bambini ad una tragedia che si prospetta sempre più prossima, semplicemente per poter godere di pochi ulteriori anni di alti consumi?

 

Nota dell’autore

Questo è probabilmente l’articolo più importante che ho stilato fino ad oggi. Sicuramente è il più terrificante, e la conclusione è la più tragica che mi sia mai capitato di scrivere. Probabilmente questo articolo sconvolgerà il lettore; certamente ha sconvolto me. È però importante per il nostro futuro che queste parole vengano lette, prese in considerazione e discusse.

Sono per natura un tipo positivo ed ottimista. A dispetto di questo articolo, continuo a credere che possiamo trovare una soluzione alle molteplici crisi che incombono su di noi. Sebbene questo articolo possa provocare un’alluvione di lettere astiose, non è altro che una oggettiva relazione su una serie di dati e sulle ovvie conclusioni che ad essi conseguono.

 

Note finali

1 Availability of agricultural land for crop and livestock production, Buringh, P. Food and Natural Resources, Pimentel. D. and Hall. C.W. (eds), Academic Press, 1989.
2 Human appropriation of the products of photosynthesis, Vitousek, P.M. et al. Bioscience 36, 1986. http://www.science.duq.edu/esm/unit2-3
3 Land, Energy and Water: the constraints governing Ideal US Population Size, Pimental, David and Pimentel, Marcia. Focus, Spring 1991. NPG Forum, 1990. http://www.dieoff.com/page136.htm
4 Constraints on the Expansion of Global Food Supply, Kindell, Henry H. and Pimentel, David. Ambio Vol. 23 No. 3, May 1994. The Royal Swedish Academy of Sciences. http://www.dieoff.com/page36htm
5 The Tightening Conflict: Population, Energy Use, and the Ecology of Agriculture, Giampietro, Mario and Pimentel, David, 1994. http://www.dieoff.com/page69.htm
6 Op. Cit. See note 4.
7 Food, Land, Population and the U.S. Economy, Pimentel, David and Giampietro, Mario. Carrying Capacity Network, 11/21/1994. http://www.dieoff.com/page55.htm
8 Comparison of energy inputs for inorganic fertilizer and manure based corn production, McLaughlin, N.B., et al. Canadian Agricultural Engineering, Vol. 42, No. 1, 2000.
9 Ibid.
10 US Fertilizer Use Statistics. http://www.tfi.org/Statistics/USfertuse2.asp
11 Food, Land, Population and the U.S. Economy, Executive Summary, Pimentel, David and Giampietro, Mario. Carrying Capacity Network, 11/21/1994. http://www.dieoff.com/page40.htm
12 Ibid.
13 Op. Cit. See note 3.
14 Op. Cit. See note 7.
15 Ibid.
16 Op. Cit. See note 5.
17 Ibid.
18 Ibid.
19 Ibid.
20 Ibid.
21 Op. Cit. See note 11.
22 Ibid.
23 Ibid.
24 Ibid.
25 Op Cit. See note 3.
26 Op Cit. See note11.
27 Ibid.
28 Ibid.
29 Ibid.
30 Op. Cit. See note 3.
31 Op. Cit. See note 5
32 Op. Cit. See note 3.
33 Op. Cit. See note 11.
34 Food Consumption and Access, Lynn Brantley, et al. Capital Area Food Bank, 6/1/2001. http://www.clagettfarm.org/purchasing.html
35 Op. Cit. See note 11.
36 Ibid.
37 Op. Cit. See note 5.
38 Ibid.
39 Ibid.
40 Op. Cit. See note 11.
41 Op. Cit. See note 4.
42 Op. Cit. See note 11.
43 Poverty 2002. The U.S. Census Bureau. http://www.census.gov/hhes/poverty/poverty02/pov02hi.html
44 Op. Cit. See note 3.
45 Ibid.
46 Diet for a Small Planet, Lappé, Frances Moore. Ballantine Books, 1971-revised 1991. http://www.dietforasmallplanet.com/
47 Op. Cit. See note 5.
48 Ibid.
49 U.S. and World Population Clocks. U.S. Census Bureau. http://www.census.gov/main/www/popclock.html
50 A Distant Mirror, Tuckman Barbara. Ballantine Books, 1978.
51 Op. Cit. See note 40.


Traduzione di Carpanix
Versione originale in inglese: fai click qui.