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COME E PERCHÉ I GIORNALISTI EVITANO DI AFFRONTARE
IL LEGAME POPOLAZIONE/AMBIENTE

di T. Michael Maher, Università della Louisiana Sudoccidentale
traduzione di Carpanix

 


L’informazione imparziale circa il legame esistente tra la pressione della popolazione su un determinato territorio e la qualità dell’ambiente pare essere una merce così preziosa da non potersela permettere. Sono innumerevoli i casi nei quali un determinato evento potrebbe essere agevolmente collegato alla sua causa di fondo (la sovrappopolazione) ma, nella quasi totalità dei casi, questo collegamento non viene neppure sfiorato. Eppure, le occasioni non mancherebbero. Basti pensare agli onnipresenti pistolotti sulla situazione dell’aria nelle nostre città, sulla condizione delle acque dei nostri fiumi e dei nostri mari, sulla desertificazione delle nostre campagne determinata dall’espansione dell’edilizia e dell’industria, sulla impossibilità di reperire siti distanti dai centri abitati ove collocare le attività “poco gradite”, sugli inestricabili ingorghi nel traffico, sulla cronica insufficienza delle infrastrutture di servizi… Ebbene, MAI nella cronaca che ci viene propinata dagli organi di informazione trapela il legame indissolubile tra pressione antropica e qualità della vita in declino. Perché? T. Michael Maher, in questo suo studio, tenta di rispondere a questa domanda, calandosi nella realtà statunitense. Lascio al lettore il compito di definire i paralleli con la situazione italiana. — Carpanix

 

Recenti sondaggi mostrano che gli Americani sono meno preoccupati della popolazione di quanto fossero 25 anni fa e che non collegano il degrado ambientale con la crescita della popolazione. La copertura dell’informazione è una variabile significativa che influisce sull’opinione pubblica, e il modo in cui i giornalisti inquadrano un problema frequentemente suggerisce ciò che lo provoca: usando un campione casuale di 150 articoli riferiti all’espansione urbana, alle specie minacciate e alla carenza d’acqua, la prima parte di questo studio mostra che solo uno su dieci circa dipinge la crescita della popolazione come una fonte di problemi. Inoltre, solo un articolo nell’intero campione menziona la stabilità della popolazione tra le possibili soluzioni. La seconda parte presenta i risultati di interviste con 25 giornalisti, i cui articoli riguardanti i problemi ambientali locali evitano di menzionare il ruolo causale della crescita della popolazione [so che è superfluo, ma ci tengo a far notare che il termine “causale” indica l’identificazione della causa alla base di un qualche effetto; non lo si confonda con il termine “casuale”, che indica qualcosa che accade a caso - N.d.T.]. Essa mostra che i giornalisti sono consapevoli della natura controversa della questione demografica e, se possibile, preferiscono evitarla. Nella maggior parte delle interviste si dice che un fenomeno nazionale come la crescita della popolazione andava oltre il campo di quanto essi avrebbero potuto scrivere come giornalisti locali.


Introduzione
Piano d’azione e teoria dell’inquadramento dell’informazione
Parte I: Come i giornalisti inquadrano i problemi ambientali
Parte II: Perché i giornalisti evitano di parlare di popolazione
Discussione
Riferimenti


 

Introduzione

Nel 1992 l’Accademia Nazionale delle scienze e la Società Reale Inglese produssero una dichiarazione unitaria che spingeva i leader mondiali a frenare la crescita della popolazione prima che fosse troppo tardi (Società Reale, 1992). In quello stesso anno, 1600 scienziati (inclusi 99 premi Nobel) produssero una dichiarazione che avvisava l’umanità che avrebbe dovuto stabilizzare al più presto la popolazione e fermare la distruzione dell’ambiente (Detjen, 1992). Ancora in quello stesso anno, un sondaggio mostrò che gli Americani erano meno preoccupati dalla popolazione di quanto fossero 20 anni prima (Newport & Saad, 1992). Sempre in quello stesso anno, i leader mondiali ignorarono la crescita della popolazione al più grande summit sull’ambiente della storia, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo che si tenne a Rio de Janeiro.

Perché l’opinione pubblica americana e i leader politici sono così indifferenti nei confronti di un problema che preoccupa così tanto i più eminenti scienziati ed ambientalisti del mondo? Non perché gli Americani siano contro l’ambiente: un altro recente sondaggio (Hueber, 1991) mostrò che il 78% degli Americani si consideravano ambientalisti e che il 71% era a favore di una forte protezione ambientale, anche a spese della crescita economica. Come possono gli Americani esprimere forte preoccupazione per l’ambiente e, nel contempo, una sempre minore preoccupazione per la crescita della popolazione, che molti esperti ambientalisti considerano il problema ambientale definitivo?

Sembra probabile che gli Americani non colleghino la crescita della popolazione ai problemi ambientali. In aggiunta al già citato sondaggio, una serie di gruppi di studio a livello nazionale allestiti per la Pew Global Stewardship Initiative ha confermato gli stessi dati. Lo studio cercò di determinare le attitudini circa la popolazione tra dieci diversi gruppi di elettori, tra i quali Cattolici, Protestanti, Ebrei e ambientalisti.

La relazione riassuntiva del gruppo di studio riportò: «Il tema della popolazione non è invisibile, ma il più delle volte è solo un debole bip sugli schermi radar della maggior parte dei gruppi di elettori — con l’eccezione degli ambientalisti e degli internazionalisti impegnati» (Pew, 1993, p. 22).

I gruppi di studio sono ideali per andare oltre la superficie dell’opinione pubblica, per comprendere perché la gente pensa ciò che pensa. E ancor più significativamente, quando i gruppi di studio finanziati da Pew furono esaminati per stabilire se chi rispondeva sarebbe stato in grado di collegare la crescita della popolazione al degrado ambientale, ci riuscirono solo gli ambientalisti e alcuni degli internazionalisti e degli Ebrei, «ma complessivamente» affermò la relazione di Pew «la maggior parte degli altri non scorge molte connessioni dirette e non guidate tra la popolazione e l’ambiente» (p. 26, i corsivi sono nella relazione originale).

Ma perché il pubblico americano non scorge quelle connessioni? Questo articolo analizza la possibilità che siano gli articoli dei notiziari, dai quali gli Americani potrebbero dedurre la causalità dei problemi ambientali, ad impedire loro di giungere al legame esistente tra la crescita della popolazione e i problemi che essa causa.

I ricercatori nel campo della popolazione Paul e Anne Ehrlich hanno iniziato il loro libro, The Population Explosion, con un capitolo intitolato “Perché non sono tutti preoccupati come noi?”. Essi hanno rilevato che «l’individuo medio, anche lo scienziato medio, raramente realizza la connessione tra [i vari problemi ambientali] e il problema della popolazione, e quindi rimane tranquillo» (1990, p. 21). Ma mentre hanno notato che i notiziari della sera non collegano quasi mai la crescita della popolazione ai problemi ambientali, gli Ehrlich, per quanto riguarda l’indifferenza dell’opinione pubblica relativamente alla popolazione, se la prendevano principalmente con i tabù sociali diffusi dalla Chiesa Cattolica e con «un colossale fallimento del sistema educativo» (p. 32). Anche Howell (1992) ha minimizzato il ruolo dei mezzi di informazione nell’influenzare l’attitudine del pubblico verso la scienza e l’ambiente, per prendersela invece con il sistema educativo:

Il punto di partenza ovvio per l’individuo sono le scuole pubbliche… L’educazione avanza verso programmi universitari che possono avere un ruolo più che importante nel potenziare l’istruzione scientifica (p. 1 60).

Gli Ehrlich e Howell sembrano presupporre che l’educazione sia il fattore principale che guida l’opinione pubblica a proposito della causalità ambientale. Ma in Tradeoffs: Imperatives of Choice in a High-Tech World, Wenk (1986) ha offerto una visuale di come il pubblico apprenda più centrata sui mezzi di informazione: «Qualunque sia l’istruzione nelle scienze e nella tecnologia che la gente comune ha raggiunto, essa non deriva dall’educazione formale. Piuttosto, proviene dai mezzi di informazione di massa. Questa responsabilità della stampa è stata quasi completamente ignorata» (p. 162).

Questo studio esaminerà la responsabilità della stampa per quanto riguarda l’indifferenza dell’opinione pubblica nei confronti della crescita della popolazione prendendo in esame due domande:

Prima di discutere i metodi e le scoperte, però, dobbiamo citare le basi teoriche del ruolo dei mezzi di informazione nel modellare l’opinione pubblica.

 

Piano d’azione e teoria dell’inquadramento dell’informazione

L’idea di Wenk secondo la quale i mezzi di informazione sono il più importante tra i fattori che muovono l’opinione pubblica è perfettamente coerente con la recente dottrina della comunicazione di massa. Le stime degli studiosi circa il potere dei mezzi di informazione hanno subito notevoli oscillazioni durante il XX secolo. Nei primi decenni, i mezzi di informazione di massa sembravano esercitare un grande potere, come provato dal successo del Creel Committee nel vendere miliardi di obbligazioni di guerra durante la Prima Guerra Mondiale e dal panico a livello nazionale che Orson Wells creò nella sua trasmissione-beffa del 1938 durante la quale diffuse la notizia di un’invasione da Marte. Ma le stime degli studiosi circa l’influenza dei mezzi di informazione crollarono quando lo studio The People’s Choice mostrò che quanto da essi diffuso aveva poca influenza su un gruppo di votanti e Harrison (1992) sostenne che l’impatto ambientale risulta da tre cause primarie: la popolazione, i livelli di consumo (a volte espressi come livello economico di ricchezza materiale) e la tecnologia (o le risorse). Solitamente, questo concetto viene espresso per mezzo della formula I=PAT [Impact = Population x Affluence x Technology - N.d.T.]; ovvero, l’impatto ambientale è il prodotto dei fattori costituiti dalla popolazione, dalla ricchezza e dalla tecnologia. Bailey (1990) riportà altri modelli addizionali, POET e PISTOL, che aggiungono l’organizzazione sociale, l’informazione e gli standard di vita al modello di base I=PAT.

Con riferimento specifico alla perdita di habitat, Sears (1956), Jackson (1981), Myers (1991), Ehrlich e Ehrlich (1990), Harrison (1992) e molti altri, hanno mostrato che la crescita della popolazione spinge la gente verso ambienti relativamente intatti, naturali. I problemi delle specie minacciate sono spesso il rovescio della medaglia: quando la gente trasforma gli habitat selvaggi nel proprio habitat, abbatte gli alberi, introduce prodotti chimici, canalizza i torrenti, costruisce dighe, altera l’assetto idrologico e danneggia l’habitat in numerosi altri modi.

Mentre è risaputo che gli esperti di ambiente collegano il degrado ambientale alla crescita della popolazione, è meno noto che chi si occupa di “sviluppo del territorio” identifica altrettanto direttamente la crescita della popolazione con un agente causale per la lottizzazione degli habitat selvaggi e dei terreni agricoli:

«I due principali elementi che determinano la necessità della costruzione di case e aree commerciali sono la crescita della popolazione e la demolizione e l’abbandono delle strutture esistenti…
La crescita della popolazione crea la necessità non solo di alloggio, ma anche di strutture immobiliari di supporto quali centri commerciali, stazioni di servizio, cliniche mediche, scuole, centri affari, e così via» (Goodkin, 1974, p. 14).

«La cosa principale da tenere in mente nel cercare investimenti immobiliari redditizi è che, in generale, i prezzi dei terreni sono il risultato della popolazione. Non appena più gente giunge su una certa porzione di terra, tanto per costruire case quanto per lavorare nei grandi magazzini, nei centri uffici, nelle fabbriche, nelle istituzioni finanziarie o nei supermercati, crea una domanda di spazio vitale, terreni e strutture. Questa domanda, eccetto nei periodi di recessione, sembra probabile che si espanda indefinitamente» (Cobleigh, 1971, p. 10).

«La domanda di proprietà immobiliari a livello nazionale è influenzata dalla crescita della popolazione nazionale e dal cambiamento demografico, insieme alle opportunità di impiego in espansione e ai redditi individuali in crescita» (McMahan, 1976, p. 76).

Naturalmente, presentano il risultato con linguaggi diversi: ciò che chi si occupa di “sviluppo del territorio” potrebbe chiamare “conversione di terreno nudo in comunità felici” è spesso lo stesso fenomeno che gli ambientalisti chiamerebbero “perdita di habitat selvaggio critico”. Ma tanto gli ambientalisti quanto chi si occupa di sviluppo concordano sul fatto che la crescita della popolaizone è una forza primaria che porta al processo di conversione del territorio. La conversione del territorio, a sua volta, è spesso associata al declino delle specie e all’espansione urbana, due questioni delle quali questo studio esamina la copertura da parte degli organi di informazione. Anche una terza questione esaminata in questa ricerca, la carenza idrica, è esacerbata dalla crescita della popolazione, secondo Postel (1993), Ehrlich e Ehrlich (1990), la Commissione sulla Crescita della Popolazione e sul Futuro Americano (1972), Homer-Dixon, Boutwell e Rathjens (1993), Orians e Skumanich (1995) e molti altri autori.

Dovremmo prendere atto che gli economisti dell’abbondanza (per esempio, Simon, 1981; 1990; Bailey, 1993) contestano che la crescita della popolazione abbia mai prodotto un qualsiasi effetto ambientale negativo. Ad ogni modo, le loro argomentazioni hanno avuto un potere di previsione molto maggiore in riferimento al prezzo e alla disponibilità nel breve periodo delle risorse non rinnovabili. Chi sostiene l’abbondanza non ha saputo spiegare oltre la continua perdita netta di habitat selvaggi e la crescente incidenza delle carenze idriche e della sempre minore qualità dell’acqua. In generale, c’è un buon accordo tra gli esperti circa il fatto che la crescita della popolazionesia una variabile significativa che influisce sull’uso del territorio e dell’acqua. Ma i notiziari dei mezzi di informazione rispecchiano questo fatto?

Questo è uno studio in due parti. La prima parte impiega l’analisi dei contenuti per determinare la misura in cui i giornalisti includono il ruolo causale della crescita della popolazione nell’inquadrare gli articoli relativi all’ambiente. La seconda parte è un seguito della prima. Essa impiega le interviste per comprendere perché i giornalisti ignorano il legame tra la crescita della popolazione e i problemi ambientali. Dal momento che la prima parte fornisce la premessa per la seconda, i suoi metodi e i suoi risultati saranno discussi separatamente.

 

Parte I: Come i giornalisti inquadrano i problemi ambientali

Per misurare l’inquadramento degli articoli relativi all’ambiente da parte dei mezzi di informazione, la prima parte usa un campione casuale di 50 articoli per ciascuno dei tre problemi comuni influenzati dalla popolazione: le specie in pericolo, l’espansione urbana e le carenze idriche. Gli articoli sono stati scaricati da Lexis-Nexis, il maggior archivio mondiale di articoli completi. Al momento dello studio, la libreria di Nexis comprendeva 170 giornali e 330 riviste, così come servizi via cavo. Nell’ambito di Nexis, il file ATTUALE limitava la ricerca agli articoli a partire dal 1991. Usare il connettore “w/2” (cioè “endangered w/2 species”) ha prodotto solo articoli nei quali i termini ricercati comparivano entrambi.

La ricerca ha prodotto 1349 articoli relativi alla carenza idrica, 1942 articoli relativi all’espansione urbana e 6001 articoli relativi alle specie in pericolo. Tra questi, si è estratto a sorte impiegando una tavola di numeri casuali. Gli articoli sono stati selezionati solo tra i giornali, le riviste e i servizi via cavo statunitensi e canadesi. Per essere preso in considerazione nella ricerca, l’articolo doveva descrivere un conflitto ambientale dovuto alla popolazione (è ormai consuetudine da parte di vari gruppi di scontenti definirsi “specie in pericolo”; tali articoli sono stati scartati).

Tutti gli articoli sono stati presi in esame in relazione al fatto che in essi la crescita della popolazione fosse o non fosse menzionata come causa del problema descritto. Un secondo esaminatore, ha letto il 30% degli articoli di ognuno dei tre temi come verifica di affidabilità. L’affidabilità degli esaminatori è stata del 100% perché esaminare articoli secondo la presenza o l’assenza di un riferimento alla crescita della popolazione è molto più affidabile che raccoglierli sotto forma di riassunti, sovrapponendo categorie di contenuto.

Risultati

Del campione di 150 articoli, 16 (meno dell’11%) menzionava la crescita della popolazione come causa del problema ambientale descritto. La crescita della popolazione compariva in 8 articoli sull’espansione urbana, in 7 articoli sulla carenza idrica e in 1 articolo sulle specie in pericolo. I risultati vengono presentati nelle Tabelle 1, 2 e 3 [purtroppo le tabelle non erano disponibili nella copia della ricerca a mia disposizione; lavorate di fantasia - N.d.T.].

Le tavole 1, 2 e 3 elencano anche le soluzioni citate in ogni articolo. Queste soluzioni sono numericamente riassunte nella Tavola 4. Come osservato in precedenza, molti esperti concordano sul fatto che l’impatto ambientale è un prodotto di tre fattori determinanti primari: la popolazione, la ricchezza materiale e la tecnologia. Se questi fattori costituiscono delle cause, affrontarli potrebbe costituire una soluzione. La Tabella 4 analizza quali soluzioni sono state individuate nel campione degli articoli.

Le Tabelle 1-3 mostrano che la crescita della popolazione è menzionata come causa solo nel 10,7% degli articoli inerenti problemi ambientali. Ma la popolazione è ancora più impopolare come soluzione: la Tabella 4 mostra che in un campione di 150 articoli, solo uno riporta che un popolazione stabile potrebbe essere una possibile soluzione ai problemi ambientali.

La Tabella 4 suggerisce che la riduzione dei consumi è il rimedio preferito negli articoli circa le specie in pericolo e l’espansione urbana; ma per il problema delle carenze idriche, i rimedi tecnologici sono in posizione più elevata tra le cose da fare secondo i mezzi di informazione. In altre parole, la maggior parte delle misure di salvaguardia per le specie in pericolo comprendono il divieto di sfruttare l’habitat di alcune rare creature (per esempio, antiche foreste o sorgenti o territori deserti). Analogamente, molti articoli circa l’espansione urbana presentano la pianificazione — cioè misure legali per limitare il consumo di territorio — come misura principale per contenere l’ampliamento del perimetro di una città. Tale soluzione scarica semplicemente il problema della popolazione su qualche altra comunità. Ma gli articoli inerenti le carenze idriche presentano rimedi tecnologici (per esempio, la costruzione di nuove dighe, di nuovi pozzi, di nuovi acquedotti, la desalinizzazione dell’acqua marina) il 56% più frequentemente della riduzione dei consumi.

Discussione

Sebbene molti gruppi scientifici, scienziati ambientali e anche esperti in “sviluppo del territorio” siano concordi nel ritenere che la crescita della popolazione è una causa di base del cambiamento ambientale, il modo di presentare le cose tipico dei mezzi di informazione si scosta ampiamente da quello tipico degli esperti. Appena più del 10% del campione di articoli relativi all’ambiente tratti da Lexis-Nexis collega la crescita della popolazione umana ai problemi ambientali che da questa sono influenzati. Ancor più significativamente, solo 1 articolo nel campione di 150 presenta la prospettiva secondo la quale limitare la crescita della popolazione potrebbe essere una soluzione per i problemi ambientali. Dal punto di vista del futuro ambientale degli Americani, le storie più dannose potrebbero essere quelle che menzionano la crescita della popolazione come una causa del problema, trascurando la stabilità della popolazione come una soluzione. Tali articoli dicono in effetti al lettore: la crescita della popolazione influisce sul degrado ambientale, ma la stabilità della popolazione è troppo assurda anche solo per poterla menzionare come opzione politica.

Ignorando che un popolazione stabile potrebbe essere una soluzione a lungo termine per i problemi ambientali, gli articoli indirizzano invece l’attenzione pubblica verso soluzioni palliative: la costruizione di nuove dighe per fornire acqua. La pianificazione del territorio per prevenire l’espansione urbana. L’accantonamento di territorio per le specie in pericolo.

Data l’inclinazione dei giornalisti per proclamare il proprio “raccontare ogni aspetto delle questioni”, il proprio fornire tutte le notizie per le quali c’è spazio sui giornali, il proprio rispondere a chi? cosa? dove? quando? e perché?, sorge spontanea una domanda: «Perché i giornalisti evitano tanto fermamente le questioni che riguardano la popolazione?».

 

Parte II: Perché i giornalisti evitano di parlare di popolazione

Come abbiamo visto, tanto gli economisti dediti allo sviluppo del territorio quanto gli esperti ambientali riconoscono la crescita della popolazione come la fonte del cambiamento amvbientale. Ma i giornalisti inquadrano la causalità ambientale in modo diverso.

Perché? La teoria della comunicazione offre diverse possibilità. La prima è l’interpretazione data dalla teoria egemonica: i giornalisti omettono ogni riferimento al fatto che la crescita della popolazione potrebbe produrre effetti negativi per sostenere l’ideologia delle élite che ricavano profitti dalla crescita della popolazione stessa. Secondo il modo di Molotch e Lester (1974) di porre la questione, si possono intendere i contenuti forniti dai mezzi di informazione come un riflesso delle «pratiche di coloro che hanno il potere di determinare l’esperienza altrui» (p. 120). Dal momento che gli interessi della proprietà terriera, dell’edilizia e delle banche sostengono direttamente i mezzi di informazione mediante l’acquisto di spazi pubblicitari, questa interpretazione pare plausibile. Una quantità di critici dei mezzi di informazione (ad esempio, Gandy, 1982; Altschull, 1984; Bennett, 1988) hanno suggerito che i messaggi dei mezzi di informazione riflettono i valori dei potenti interessi politici e commerciali. Burd (1972), Kaniss (1991) e altri hanno messo in evidenza che i giornali hanno tradizionalmente spinto la crescita della popolazione nelle loro città tramite la promozione civica. Molotch (1976) suggerisce anche che le città possono essere meglio comprese come entità in competizione per la crescita della popolazione, con i giornali locali che agiscono come principali concertatori della tifoseria.

Sicuramente, la maggior parte dei giornalisti verrebbero irritati dall’accenno al fatto che essi schermano le loro notizie per soddisfare interessi commerciali. Ma lo studio classico di Breed sul controllo sociale nelle sale stampa (1955) ha evidenziato che i valori dei direttori possono essere trasmessi ai giornalisti per mezzo di molte forme di pressione: le paghe, l’assegnazione dei casi, il trattamento dell’impaginazione, le modifiche e una varietà di altre strategie danno forma agli articoli in modo da renderli accettabili per la dirigenza.

Un’altra spiegazione possibile che spiega perché i giornalisti omettono la crescita della popolazione dall’inquadramento delle notizie è costituita semplicemente dalla mancanza di conoscenza di altre spiegazioni. I giornalisti che si occupano di questioni ambientali possono non essere consapevoli di alcun altro modo possibile di inquadrare queste notizie, quindi ricavano la propria impostazione da altri giornalisti. I giornalisti frequentemente leggono reciprocamente i propri lavori e prendono l’imbeccata per le proprie informazioni da altri colleghi, in particolare dai mezzi di informazione principali (Reese & Danielian, 1989). Forse, la prevedibilità diffusa dell’inquadramento dei problemi esaminato nella prima parte è un altro esempio dell’influenza reciproca tra i mezzi di comunicazione. D’altra parte, sembra difficile credere che i giornalisti possano essere all’oscuro del ruolo della crescita della popolazione nelle questioni ambientali, poiché la copertura dei mezzi di informazione spesso collega la crescita della popolazione all’avvio delle attività di costruzione e all’espansione dell’affare. Inoltre, “Perché” è una delle cinque domande insegnate in ogni corso di giornalismo. Un libro sul giornalismo riferito alle questioni pubbliche, Interpreting Pubblic Issues (Griffin, Molen, Schoenfeld, & Scotton, 1991), ammonisce i giornalisti: «Un errore giornalistico comune è semplicemente l’occuparsi degli eventi — che siano veri o che siano messe in scena — trascurando i problemi che ne stanno alla base» (p. 320). Il libro identificava le tendenze demografiche come uno dei “punti cardine di grandi problemi” e elencava la popolazione mondiale come il principale tra i “problemi di primo piano negli anni ‘90” (p. 320). Quindi, non possiamo dire che riportare le cause profonde vada oltre il ruolo che i giornalisti reclamano per se stessi. Invero, un gruppo di esperti della Società dei Giornalisti Ambientali del 1994 discusse il tema “Occuparsi della popolazione in articoli locali” (Wheeler, 1994). Ma l’ignoranza rimane una ragione possibile, poiché non tutti i giornalisti sono istruiti circa le questioni ambientali.

Una terza, possibile spiegazione proviene dalla teoria della “spirale del silenzio” della studiosa tedesca Noelle-Neumann (1984):

«La paura dell’isolamento sembra la forza che mette in movimento la spirale del silenzio. Seguire il branco è relativamente appagante; ma se non puoi, perché non condivideresti mai apertamente quella che sembra essere la convinzione pubblicamente acclamata, come ripiego puoi almeno restartene zitto, in modo che gli altri possano sopportarti.» (p. 6)

Secondo Noelle-Neumann, «i mezzi di comunicazione influenzano la percezione individuale di ciò che può essere detto o fatto senza correre il rischio di venire isolati» (p. 156). Ciò che diffondono i mezzi di informazione, legittima una certa prospettiva. La mancanza di diffusione — l’omissione sistematica di un certo punto di vista dagli articoli — rende l’espressione di quella prospettiva socialmente pericolosa. Noelle-Neumann suggerisce anche che i mezzi di informazione hanno una funzione di articolazione della parola: «I mezzi di informazione forniscono alle persone le parole e le frasi che esse possono usare per sostenere un punto di vista. Se le persone non trovano espressioni correnti e frequentemente ripetute da usare per esprimere il proprio punto di vista, cadono nel silenzio; esse divengono a tutti gli effetti mute» (p. 1 73).

La descrizione si adatta al campione nazionale degli articoli discussi nella prima parte di questo studio. Quegli articoli mostravano spesso un doppio livello di miopia causale. Non solo i giornalisti non dicevano ai lettori che la crescita della popolazione stava provocando il problema, ma anche le persone negli articoli stessi — le fonti citate dai giornalisti — sembravano inconsapevoli del fatto che la loro situazione era escerbata da una popolazione in espansione. Tanto i giornalisti quanto i loro soggetti sembravano cadere nel silenzio. Ma perché i giornalisti eviterebbero così compatti di menzionare la popolazione come fattore causale del degrado ambientale? Dopo tutto, i giornalisti non sono coinvolti in alcuna cospirazione misantropica volta ad ingannare il pubblico. Ma gli Americani sono estremamente sensibili ai temi che coinvolgono la riproduzione, come dimostra la perdurante opposizione all’aborto. Forse i giornalisti considerano la crescita della popolazione un argomento tabù. Le fonti dei giornalisti, prendendo spunto dal silenzio dei mezzi di informazione circa le tematiche demografiche, si tengono essi stessi alla larga dalla questione.

In Come pensano i giornalisti?, Stocking e Gross (1989) offrono un modello di psicologia cognitiva che suggerisce come i giornalisti costruiscano ipotesi nell’affrontare nuovi articoli, ma tendano a cadere in una quantità di errori di attribuzioni causali. Tra questi, la dendenza a semplificare troppo, a preferire informazioni aneddotiche piuttosto che informazioni statistiche valide, e l’“errore fondamentale di attribuzione” — la “tendenza a dare più peso a variabili causali legate alle persone piuttosto che a variabili legate alle situazioni” (p. 47). Dal momento che la crescita della popolazione è una forza legata a una situazione, questo modello suggerisce come mai i giornalisti potrebbero attribuire l’espansione urbana ai costruttori piuttosto che alla crescita della popolazione.

La superficialità dei mezzi di informazione ha attratto i commenti degli studiosi fin da Lippmann (1922) che evidenziò che i giornalisti devono occuparsi di stereotipi a causa delle pressioni delle scadenze e delle preferenze dei lettori nei confronti della semplicità. Molti altri studiosi hanno commentato la natura superficiale ed episodica delle notizie giornalistiche. Bennett (1988, p.9) scrisse: «Le notizie che ci vengono fornite non sono adatte ad una democrazia; esse sono superficiali, ristrette, stereotipate, imbottite di propaganda, di scarso valore chiarificatore e non adatte al dibattito critico o all’azione dei cittadini». Linsky (1988) osservò: «Il fatto che le notizie siano orientate agli eventi costituisce un problema particolare, poiché l’attenzione viene deviata dalle idee e dal contesto e non si fa nulla per incoraggiare l’individuazione dei legami tra i casi» (p. 216).

Entman (1989) identificò tre tendenze di produzione comuni agli articoli giornalistici:

  1. la semplificazione — il pubblico preferisce il semplice al complesso;
  2. la personalizzazione — sono gli individui a provocare gli eventi, piuttosto che le forze istituzionali, storiche o altre forze astratte;
  3. la simbolizzazione — il pubblico vuole azioni drammatiche, personalità intriganti, e slogan appassionanti, e i mezzi di informazione li forniscono

Bennett (1988) offrì una lista analoga della debolezza dei contenuti dei mezzi di informazione: l’enfasi sulle persone piuttosto che sui processi e sulle crisi piuttosto che sulla continuità; l’isolamento reciproco delle storie e le rassicurazioni ufficiali circa la normalità.

In sostanza, molte teorie esistenti possono spiegare la tendenza comune dei giornalisti ad evitare di menzionare la crescita della popolazione come fonte dei problemi dei quali si occupano. Senza ulteriori prove, non possiamo davvero dire. Graber ha invocato ulteriori studi sull’eziologia del contenuto: «Perché vengono selezionati alcuni particolari eventi, tra il gran numero di quelli che potrebbero essere resi pubblici, e perché tali eventi vengono inquadrati nelle particolari cornici che forniscono la base interpretativa secondo la quale vengono valutate le notizie?» (1989, p. 146). Questo è lo scopo della prima parte di questo studio: scoprire perché i giornalisti trascurano il ruolo causale della crescita della popolazione nel determinare l’inquadramento dei propri articoli.

Metodo

L’autore ha condotto approfondite interviste telefoniche con 25 giornalisti sul loro luogo di lavoro per determinare come mai essi avessero omesso il ruolo causale della crescita della popolazione dagli articoli recenti che avevano scritto. Queste interviste comprendevano diverse domande poste a tutti gli intervistati, ma anche un commento aperto circa il ruolo del giornalismo nel fornire informazioni sulle cause, negli articoli sull’ambiente.

I giornalisti intervistati rappresentavano un campione mirato: autori di quotidiani statunitensi che avessero scritto articoli accessibili in Lexis-Nexis ricorrendo alla ricerca delle stesse parole chiave usate nella prima parte di questo studio (endangered w/2 species, water w/2 shortage, urban w/2 sprawl). Tutti gli intervistati avevano scritto le storie in discussione entro le sei settimane precedenti e tutti gli intervistati avevano omesso la crescita della popolazione nel proprio inquadrare l’articolo.

Si è optato per un campione mirato per diverse ragioni:

Come Wimmer e Dominick (1983) suggeriscono nel loro libro sui metodi di ricerca, le interviste in profondità usano spesso piccoli campioni mirati e interviste in formato non standardizzato. Per questo mancano di generalizzabilità. Ma questo capitolo tenta di raccogliere informazioni su argomenti delicati — forse, dei tabù giornalistici — e a tale scopo le interviste in profondità sono l’ideale.

Formato delle interviste

Nell’iniziare la discussione, il ricercatore si qualificava e affermava che lo studio riguardava il modo in cui i giornalisti dipingono la causalità negli articoli sull’ambiente. Il ricercatore assicurava i giornalisti circa il fatto che essi non sarebbero stati identificati in alcuna relazione risultante dallo studio. Dopo avere mezionato che aveva ottenuto l’articolo e il nome dell’autore per mezzo di una ricerca su Lexis-Nexis, il ricercatore raccontava alcuni dettagli dell’articolo per definire una base di discussione comune con l’intervistato. Il ricercatore quindi poneva una domanda aperta: «Quale direbbe che è la causa [del problema discusso nell’articolo]?». Se la risposta non comprendeva menzione della popolazione, il ricercatore poneva una seconda domanda aperta: «Le vengono in mente altre cause? Forse a un livello più profondo?».

Se due domande aperte non producevano nulla circa il ruolo causale della crescita della popolazione, il ricercatore lo proponeva dicendo: «Molti autori che hanno scritto a proposito dell’ambiente sostengono che la crescita della popolazione è una delle cause di base di problemi ambientali quale [quello discusso nell’articolo]. Pensa che ciò sia valido nel caso del suo articolo?». Se il giornalista si dichiarava d’accordo che la crescita della popolazione era invero un fattore causale (ma non aveva proposto quell’informazione senza essere aiutato), ciò offriva due possibili interpretazioni: o il giornalista non era ben informato circa gli effetti ambientali della crescita della popolazione, o il giornalista sentiva che l’argomento era troppo controverso per affrontarlo (un effetto di spirale del silenzio). Ulteriori domande cercavano di chiarire quanto il giornalista era all’altezza della questione. Se mostrava familiarità con le tematiche inerenti la popolazione, ciò veniva preso come una prova dell’effetto del “virus” della spirale del silenzio. Se il giornalista sembrava inconsapevole del legame tra la crescita della popolazione e i problemi ambientali, ciò veniva interpretato come una mancanza di conoscenza.

Se l’intervistato faceva riferimento alla crescita della popolazione tanto in una domanda aperta quanto dichiarandosi d’accordo con il suggerimento del ricercatore, veniva chiesto: «Sarebbe stato fuori luogo farne menzione nel suo articolo?».

Il ricercatore, quindi, cercava di determinare come mai il giornalista aveva omesso la crescita della popolazione dall’inquadramento del proprio articolo. Il ricercatore sondava anche il punto di vista dell’intervistato a proposito della connessione tra popolazione e ambiente, e a proposito del ruolo del giornalismo nel fornire al pubblico informazioni circa i rapporti di causalità nelle notizie inerenti i problemi ambientali. Un’altra domanda standard per ogni intervista era: «Se avesse intervistato qualcuno sulla notizia in questione e se quel qualcuno avesse indicato la crescita della popolazione come fonte del problema, avrebbe riportato quella citazione?».

Risultati

Le interviste hanno prodotto scarso sostegno alla “ipotesi dell’ignoranza” — la possibilità che i giornalistia siano inconsapevoli del ruolo causale della crescita della popolazione nel far precipitare i problemi ambientali locali. In risposta ad una domanda aperta, 8 dei 25 intervistati hanno spontaneamente affermato che la crescita della popolazione era una fonte dei problemi circa i quali avevano scritto. Altri 11 si sono dichiarati d’accordo che la popolazione era una causa probabile, quando il ricercatore ha proposto quell’idea. Questi 11 avevano il beneficio di essere stati aiutati nel ricordarlo, ma solo 2 di essi sembravano non avere familiarità con le connessioni esistenti tra popolazione e ambiente.

6 intervistati hanno dato poco credito all’idea che la popolazione fosse un fattore importante nel caso del problema che avevano descritto nei loro articoli — e probabilmente avevano ragione, nell’ambito del contesto ambientale e temporale immediato. Aree con una popolazione stabile o anche in declino possono ancora risentire della pressione sui terreni e sulle acque a causa di una crescita dei consumi; per esempio, un’ampia coorte di “figli del baby-boom” potrebbe avere sufficiente ricchezza materiale per costruire case nuove su lotti più ampi o per comprare seconde case.

Generalmente, tuttavia, i giornalisti intervistati sembravano consapevoli del ruolo che la crescita della popolazione giocava nel far precipitare i problemi ambientali.

Le interviste hanno fornito poche prove dell’esistenza di un qualche effetto dovuto alla “teoria egemonica”. Cioè, i giornalisti non hanno riferito di essere influenzati dai lottizzatori o da altri poteni interessi. Ma ci si poteva aspettare questo, dal momento che la teoria egemonica postula che l’obbedienza dei giornalisti all’ideologia dominante è inconscia e non verificata. Uno studio di questo tipo, che fa affidamento sulla rivelazione spontanea delle motivazioni, è molto improbabile che possa rivelare eventuali effetti egemonici.

Le interviste mostrano alcune prove della spiegazione fornita dalla “spirale del silenzio”: molti giornalisti intervistati sentivano che la popolazione è un tema scottante, che è meglio non toccare. Molti giornalisti hanno spontaneamente accennato a questo durante la conversazione. Uno ha ricordato la controversia che nacque quando il Philadelphia Enquirer sostenne Norplant come soluzione per le gravidanze minorili locali, provocando accuse di razzismo da parte dei neri dei quella zona. Un altro giornalista, a proposito della popolazione, ha ammesso: «È un argomento esplosivo. Se dici “Tutto deriva dalla troppa gente”, sarai chiamato in causa da chiunque, da Operation Rescue alla Chiesa Cattolica». Un altro ha detto: «Come giornalisti, temiamo di parlare di popolazione». Un altro ha ammesso: «La maggior parte di noi [giornalisti] aspetta che sia qualcun altro a dirlo». In altre parole, il giornalista sentiva che non avrebbe potuto affrontare l’argomento in un’intervista senza recriminazioni. Quest’ultima affermazione implica che è in atto una spirale del silenzio. Molti dei giornalisti intervistati per questo studio sentivano che la questione demografica era troppo controversa perché loro la sollevassero in un’intervista. Si riconosce comunemente che i mezzi di informazione servono a legittimare ciò che può essere detto in sicurezza (Berger & Luckmann, 1966; Gans, 1979; Noelle-Neumann, 1984). Ma queste interviste suggeriscono che i giornalisti stessi sono afflitti dalle possibili ripercussioni negative dei gruppi di pressione. Così una spirale del silenzio circa la crescita della popolazione può essere mantenuta da pro-natalisti determinati, sostenitori dell’immigrazione e giornalisti intimoriti.

Una prova ulteriore dell’esistenza di una spirale del silenzio viene fornita dal fatto che molti dei giornalisti che non hanno additato spontaneamente la crescita della popolazione come causa dei problemi locali in risposta a domande aperte, hanno successivamente ammesso grandi preoccupazioni per quel fenomeno. Dopo che il ricercatore ha rotto il silenzio e ha fatto presente che alcuni autori che si occupano di ambiente sentono che la popolazione induce problemi ambientali, molti intervistati che non avevano accennato spontaneamente a tale prospettiva, hanno dato voce a sentimenti analoghi. Una giornalista ha affermato che ha scelto di non avere figli in parte a causa di preoccupazioni inerenti l’ambiente — eppure, non aveva menzionato la popolazione come variabile ambientale quando le era stata posta una domanda aperta. Altri due giornalisti che avevano evitato di parlare della popolazione nelle loro risposte a domande aperte, più tardi hanno detto che si occupano di popolazione ogni pochi mesi, nei loro articoli. Entrambi avevano una certa familiarità con i dettagli della questione. Ma essi, inizialmente, non hanno fatto presente spontaneamente tale familiarità all’intervistatore.

Alla fine, ovviamente, nessuno degli intervistati aveva citato la popolazione negli articoli che aveva scritto. Tale discrepanza indica che i giornalisti non mettono nei loro articoli tutto quello che sanno a proposito dei rapporti di causalità. Per usare le parole di Noelle-Neumann, è più facile rimanere in silenzio e seguire il branco. Ma la natura di tabù della crescita della popolazione non è la ragione principale che i giornalisti hanno indicato per l’elusione dell’argomento nei loro articoli. Invece, la maggior parte ha detto che la popolazione andava semplicemente oltre i limiti dei loro articoli.

L’imperativo narrativo e la dissociazione causale

La ragione che i giornalisti hanno menzionato più spesso per la propria elusione del tema della popolazione non era stato anticipato nella serie iniziale delle domande del ricercatore. Ovvero, quando venne loro chiesto di esprimere un commento sul perché avessero omesso la crescita della popolazione dal loro articolo, la maggior parte dei giornalisti intervistati disse che la crescita della popolazione semplicemente non rientrava nel quadro che era servito a fornirne loro i paletti.

Molti autori (Bennett, 1988; Entman, 1989; Hart, 1987; Gans, 1979) hanno espresso commenti sulla preferenza dei giornalisti verso ciò che è drammatico piuttosto che verso ciò che è esplicativo, verso ciò che è riferito alle persone piuttosto che verso ciò che è riferito alle situazioni. Molti altri hanno discusso del bisogno del giornalismo di comprimere la realtà complessa entro forme narrative (Darnton, 1975; Paletz, Reichert, & McIntyre, 1971). Nel suo studio sulla sociologia del lavoro giornalistico, Tuchman (1978) ha centrato l’attenzione sulle forze organizzazionali come principale motore del prodotto giornalistico, ma ha ammesso che le forme dell’articolo hanno un considerevole potere nel caratterizzare le notizie:

L’attribuire alla forma narrativa degli articoli il potere di sollevare certe questioni e di ignorarne altre può sembrare allontanarsi dal tema di questo libro. Più che dimostrare che l’articolo è il prodotto di un modo specifico di organizzare il lavoro giornalistico, suggerisce che sono le caratteristiche formali del prodotto di tale lavoro a guidare le indagini. Il potere della forma non può essere accantonato (p. 104).

McCartney (1987) ha anche applicato una tipologia di situazioni di conflitto fittizie vecchia di secoli agli articoli giornalistici, scoprendo che molte forme di conflitto classiche possono essere identificate nei moderni articoli giornalistici.

McCombs, Einsiedel, e Weaver (1991) hanno suggerito che le notizie vengono caratterizzate dalla formazione dei giornalisti, dalle burocrazie delle organizzazioni giornalistiche, e anche dalle “tradizioni del giornalismo come mezzo di comunicazione di massa” (p. 26). Essi hanno aggiunto che le tendenze strutturali «nascono dalla natura stessa della cronaca e della scrittura. Gli stili espositivi del giornalismo danno forma alla configurazione dei fatti riportati nelle notizie» (p. 30). E ancora: «Ciò che ogni cronista vede è inquadrato ad un livello considerevole dal genere nel quale egli o ella scrive» (p. 34).

Questo imperativo narrativo delle notizie spinge una forza sociale invisibile, lenta, impersonale come la crescita della popolazione fuori dal quadro della notizia. Nell’attribuire le colpe per, diciamo, l’espansione urbana, i giornalisti tendono a identificare cause legate a persone — per esempio gli operatori immobiliari — senza neppure considerare le forze sociali ed economiche che rendono proficuo per gli operatori immobiliari sostituire un sobborgo ad una foresta. Nell’attribuire le colpe per la carenza d’acqua, i giornalisti tendono a prendersela con Madre Natura: quando finirà la siccità?

I principi operativi del riportare le notizie creano una miopia causale negli articoli. La cronaca quotidiana deve avere uno spunto, un evento che dia al croninsta la premessa per scrivere un articolo. In termini di spazio e di tempo, l’articolo deve essere inquadrato strettamente sull’evento stesso. I cronisti non possono “divenire globali” nel trattare un articolo locale, poiché lo spazio loro assegnato sulla pagina è limitato. Molti dei cronisti intervistati hanno espresso commenti su questo limite discutendo il loro ruolo di giornalisti locali. Ognuno dei seguenti commenti proviene da un giornalista diverso:

Le implicazioni di queste citazioni sono chiare. Il giornalismo locale non può collegare facilmente gli eventi di una comunità a cause impersonali nazionali o globali. Anche quei giornalisti intervistati che erano al corrente dei problemi ambientali, che erano molto consapevoli degli effetti della crescita della popolazione, hanno ammesso che includerli in articoli connessi a singoli eventi è spesso impossibile. I limiti di spazio sono sempre una preoccupazione e gli editori non tollerano che i giornalisti di allontanino troppo dalla linea dell’articolo.

Sebbene le interviste in profondità non possano essere generalizzate, sono molto utili per esplorare il tema spinoso delle motivazioni e delle intenzioni dei giornalisti. Naturalmente, l’esposizione spontanea non è può cogliere tutte le ragioni per le quali i giornalisti inquadrano i propri articoli in un certo modo. La gente non può verbalizzare ogni motivo per il quel fa ciò che fa. Ma i giornalisti intervistati hanno mostrato un considerevole accordo nel suggerire che la crescita della popolazione è un argomento troppo vasto per trovare posto in un articolo strettamente riferito a problemi ambientali locali. La maggior parte degli intervistati era decisamente consapevole dei limiti che separano la cronaca locale e quella nazionale, e di cosa ciò significasse per il loro lavoro. Assumere una prospettiva nazionale in riferimento ad una controversia locale sullo sviluppo del territorio sarebbe visto come egoistico, intellettuale e oltre i limiti del mestiere di giornalista.

Però, a dispetto delle forze che trattengono i giornalisti dal menzionare la crescita della popolazione, gli ambientalisti hanno una possibilità per influenzare l’inquadramento causale dei problemi ambientali. Quando gli è stato chiesto se avrebbero citato frasi che legassero i problemi ambientali alla crescita della popolazione se le loro fonti avessero proposto tale prospettiva, sedici giornalisti intervistati per questo studio hanno risposto che lo avrebbero fatto. Cinque hanno detto che probabilmente non avrebbero incluso tale prospettiva, e quattro erano indecisi, ammettendo che il loro approccio dipenderebbe dal contesto dell’articolo.

Ciò significa che gli ambientalisti hanno l’opportunità di rompere il silenzio dei mezzi di informazione a proposito della popolazione e di aiutare a collegare la crescita della popolazione ai problemi che provoca, se prenderanno l’iniziativa di sollevare la questione con i giornalisti che si occupano delle questioni ambientali locali. Gli ambientalisti dovrebbero comprendere che la maggior parte dei cronisti non considera proprio compito affrontare il tema della popolazione. Come ha ammesso uno dei giornalisti intervistati a proposito delle implicazioni della popolazione: «La maggior parte di noi aspetta fino a che qualcuno lo dice». Un altro cronista ha detto: «Se qualcuno fosse abbastanza intelligente da menzionare la popolazione, lo citerei [nell’articolo]». Però, un altro commento è stato: «A meno che il giornalista si imbatta nell’esperto giusto che dica “è la popolazione”, la tendenza è a non parlarne [nell’articolo], a meno che ti sia stato chiesto di scrivere qualcosa di vasto e importante». Ad ogni modo, come ha commentato uno dei cronisti intervistati: «Nessuno menziona mai la crescita della popolazione come fonte di problemi». E un altro: «Nessuno ha parlato di limitare la domanda [di costruzioni]. I funzionari, in queste cittadine, hanno vedute piuttosto ristrette».

 

Discussione

In migliaia di comunità in tutta America, la crescita della popolazione sta portando a cambiamenti: un parcheggio prende il posto di un frutteto, un contadino perde i propri diritti sull’acqua a causa di una città che sta a centinaia di chilometri di distanza, l’ultimo habitat conosciuto di un rettile minacciato di estinzione è messo in pericolo da una lottizzazione. Questi e altri innumerevoli sconvolgimenti indotti dalla popolazione riducono gli habitat naturali, la solitudine rurale, la disponibilità d’acqua e molte altre qualità ambientali. Ma questo studio mostra che solo un articolo su dieci collega questi eventi alla crescita della popolazione locale.

Questo studio suggerisce che i princìpi del lavoro dei giornalisti creano un’ampia dissociazione causale quando i mezzi di informazione riportano i problemi ambientali indotti dalla popolazione. I mezzi di informazione locale possono occuparsi del degrado ambientale locale, ma non possono collegare questi problemi alla crescita della popolazione perché, in parte, i cronisti e le loro fonti percepiscono che il tema della popolazione può essere affrontato solo a livello nazionale. I mezzi di informazione nazionali possono occuparsi del tema della popolazione, ma i giornalisti nazionali non possono collegare un articolo a eventi locali che, da una prospettiva nazionale, paiono triviali. Perché un lettore del Newsweek nell’Iowa o nell’Oregon dovrebbe voler sapere qualcosa del razionamento dell’acqua determinato dalla crescita della popolazione in un sobborgo di San Diego, o di un processo di sviluppo territoriale controverso nel nord di Atlanta? E, d’altra parte, perché un distretto di Boston dovrebbe volere affrontare la crescita della popolazione naturale come un problema? Dalla prospettiva di una teoria sistemica, il ciclo dell’informazione che collega il microcosmo al macrocosmo è interrotto, nelle notizie che ci vengono fornite.

Una spirale del silenzio sembra anche influenzare il modo in cui i giornalisti inquadrano i problemi ambientali indotti dalla popolazione. La maggior parte dei giornalisti intervistati in questo studio sapevano che la crescita della popolazione influenza l’ambiente del quale si occupano, ma erano riluttanti a menzionare la popolazione tanto nei propri articoli quanto nelle interviste che costituiscono la base di questo capitolo. I cronisti conoscono la natura controversa della crescita della popolazione e preferiscono evitare l’argomento piuttosto che citarlo — anche nel consultare le le fonti dei propri articoli.

Questo suggerisce che, dal punto di vista delle priorità, l’imperativo narrativo dei giornalisti esclude argomenti quale la popolazione. La frequenza con la quale un argomento viene citato dai mezzi di informazione è la via principale per la quale una questione si afferma nella consapevolezza pubblica (McCombs & Shaw, 1977). Ma, sebbene la crescita della popolazione provochi o aggravi eventi innumerevolmente frequenti che riducono la qualità della vita della maggior parte degli Americani, i cronisti non ne parlano. Essi non possono collegare l’evento alla causa prima nella cronaca quotidiana e questo, nei fatti, mantiene tale causa al di fuori della lista delle priorità nella consapevolezza comune. Se, come ha suggerito uno dei giornalisti intervistati, i cronisti “si occupano degli incendi” per sei mesi per poi scrivere un singolo articolo che analizzi la tendenza che collega gli eventi alle cause, questo modo di procedere probabilmente mantiene il tema della popolazione in basso nella classifica delle priorità, poiché un articolo isolato è alquanto improbabile che riscuota un effetto rilevante sulla consapevolezza pubblica.

McCombs e Shaw (1977) notano che i mezzi di informazione assolvono una utile funzione nel determinare le priorità:

«Tanto per mezzo di una scrematura deliberata quanto per mezzo di una involontaria definizione delle priorità, i mezzi di comunicazione di massa aiutano la società a raggiungere il consenso su quali preoccupazioni e quali interessi dovrebbero essere tradotti in questioni ed opinioni pubbliche» (pp. 151 -152).

Ma il processo di determinazione delle priorità sembra utile solo se consideriamo ciò che i mezzi di comunicazione inseriscono tra esse. Questo studio mostra che la determinazione delle priorità può avere un lato oscuro, quando prendiamo in considerazione ciò che i mezzi di comunicazione non trattano. Per generalizzare a partire da questo studio, sembra probabile che i mezzi di informazione hanno un punto cieco per quel che riguarda i livelli di base di concatenazioni causali profonde. Le cause profonde che inducono gli eventi quotidiani restano fuori dalla lista delle priorità. Sicuramente, ciò avviene nel caso della crescita della popolazione, ma tale dissociazione causale può tenere molte altre cause profonde dei problemi sociali al di fuori della lista delle priorità.

Sebbene gli studiosi non abbiano collegato in modo soddisfacente la lista delle priorità dei mezzi di informazione e l’opinione pubblica con la politica (Borquez, 1993), molti studiosi concordano sul fatto che i mezzi di informazione sono molto importanti nel determinare ciò che viene o non viene inserito nella lista delle priorità politiche. Spitzer (1993) osservò: «Il campo d’azione del conflitto determina il risultato… in campo nazionale, i mezzi di informazione controllano il campo d’azione della politica molto più di qualsiasi altra singola forza». Analogamente, Kingdon (1973) disse: «Oltre a notare quanto i mezzi di informazione siano importanti nel portare gli argomenti, i fatti e le interpretazioni agli uomini del Congresso, è anche importante dire che i mezzi di informazione hanno anche un qualche peso nel determinare quali informazioni non saranno portate agli uomini del Congresso». In effetti, la recente politica statunitense della popolazione è pro-natalista (Abernethy, 1993). E, sebbene nel 1996 il Congresso abbia preso misure per ridurre l’immigrazione illegale, sembra che l’abbia fatto principalmente per ragioni economiche e sociali, piuttosto che per preoccupazioni inerenti l’ambiente. Quello stesso Congresso, ha ridotto drammaticamente i fondi degli Stati Uniti per i programmi di pianificazione familiare globale.

Molti ambientalisti sono frustrati dalla scarsa importanza che gli Americani danno al tema della popolazione. Deplorando lo “stadio primitivo” dell’opinione pubblica americana circa la popolazione, Grant (1992, p. 231) dipinge il dibattito politico americano come “il regno dei sordi” (p. 239). Parte di questo studio mostra che l’opinione pubblica americana non è sorda; ma nelle notizie che leggono, gli Americani hanno semplicemente poco da ascoltare che spieghi i costi della crescita della popolazione. Il noto ricercatore sulla popolazione Paul Ehrlich ha scritto che una “cospirazione del silenzio” trattiene l’umanità dall’intraprendere azioni mirate sulla popolazione (1989). La seconda parte di questo studio mostra che i giornalisti non sono coinvolti in alcuna cospirazione; essi si attengono semplicemente ai limiti imposti dalle tecniche di narrazione del loro mestiere, inquadrando il loro occuparsi delle problematiche ambientali in modo ristretto per quanto riguarda lo spazio e il tempo. I giornalisti intervistati percepiscono che uno spiraglio informativo limitato impedisce loro di collegare i problemi ambientali locali alle cause globali quale la crescita della popolazione e l’immigrazione verso gli Stati Uniti. Essi sanno anche che le questioni riproduttive sono un tasto dolente nei confronti di alcuni lettori, e se ne tengono alla larga, se possono.

Ma la popolazione deve divenire più importante, se si vuole che le generazioni future possano godere della qualità della vita che abbiano noi ora. Una quantità di studiosi che discutono di livelli sostenibili per la produzione agricola ed energetica, hanno di recente calcolato la popolazione ottimale per gli Stati Uniti (Pimentel & Pimentel, 1992; Constanza, 1992; Ehrlich & Ehrlich, 1992; Werbos, 1992). Le stime più elevate sono al di sotto dei livelli di popolazione attuali; molte stime indicano per la popolazione statunitense meno di 100 milioni di individui. Nel frattempo, la popolazione degli Stati Uniti è di 265 milioni e cresce di circa l’1% all’anno [all’epoca della stesura di questo articolo era così; all’inizio del febbraio 2004, la popolazione statunitense è di oltre 292 milioni di abitanti - N.d.T.].

Walter Lippmann (1922) distingueva le notizie dalla verità: «La funzione delle notizie è evidenziare un evento, la funzione della verità è portare alla luce i fatti nascosti, metterli in relazione l’uno con l’altro e mettere insieme un quadro della realtà sul quale gli uomini possano agire» (p. 226). Questo studio mostra come e perché stiamo consentendo che siano gli eventi segnalati, invece della verità, a impostare la lista delle priorità per il nostro futuro demografico ed ambientale.

 

Riferimenti

 

Questo articolo è tratto da “Popolazione e ambiente”, volume 18, numero 4, marzo 1977
Traduzione di Carpanix
La versione originale inglese è disponibile su www.dieoff.org