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IL DESIDERIO NON È SEMPRE AUTENTICO:
ESISTE LA PATOLOGIA DEL DESIDERIO

di Pier Luigi Lando

 

Ogniqualvolta succede qualcosa di sconcertante, amplificato dai mass media, si riaccendono polemiche indicative di un punctum dolens, come quando il medico esercita una pressione su una parte del corpo affetta da infiammazione.

Giustamente, tra i punti più dolenti della nostra realtà quotidiana, vi è quello del diritto-desiderio ad avere figli. Il lamentato fenomeno del calo delle nascite contribuisce indubbiamente ad esasperare anche questo dibattito.

Da una parte si parla del diritto ad avere un figlio come se quelli del nascituro non esistessero e, dall’altra, si ritiene che il fine giustifichi i mezzi.

Si mette l’accento sulla posizione egoistica a non volere figli; ma, facendo così leva su sensi di colpa e di autosvalutazione, non si rischia di indurre artatamente le persone a procreare per dimostrare di non essere egoisti?

È proprio morale questo tipo di pressione morale a mettere al mondo figli? Essa, tra l’altro, viene ad appesantire ulteriormente d’angoscia quella tradizionale e ben nota esercitata da parenti, amici e quanti altri su ogni coppia.

Nonostante l’esperienza e l’autodenuncia di personaggi anche molto noti, a iniziare da Saul (Paolo di Tarso, San Paolo), i quali ci hanno comunicato il loro dramma riguardo alla incoerenza tra la buona volontà e il comportamento, si continua a dare per scontato che quel che si desidera consapevolmente corrisponda a quel che si vuole effettivamente.

Purtroppo, non siamo tutti d’un pezzo. La nostra personalità è composita e la sua struttura, sia sul piano neurofisiologico sia su quello psicoemotivo è talmente complessa che la sua profonda conoscenza può spiegarci perché l’incoerenza sia retaggio degli esseri umani.

In particolare la psichiatria ci informa che quando il desiderio si presenta con caratteristiche di coattività, è particolarmente sospetto: quasi sempre nasconde qualcosa di diverso nei profondi meandri della nostra psiche. Le sindromi ossessive si accompagnano alle manifestazioni altrettanto nevrotiche come le sindromi fobiche, tanto che si parla di sindromi fobico-ossessive.

In proposito, devo spendere qualche parola per quanto riguarda la generale diffidenza nei confronti della psicologia.

Anche per questa categoria dello scibile umano vale il criterio generale e cioè che anche essa è uno strumento e che il tutto dipende dal modo come viene usato.

In effetti, la stessa disciplina ci può rivelare che può essere strumentalizzata per nascondere propri problemi infantili anche da operatori di alto sucesso e viene spesso usata come arma anche da super-analizzati.

Ciò posto, le resistenze nei suoi confronti sono umanamente comprensibili, giacché una profonda conoscenza di sé stesso comporta spesso la scoperta di altarini, di nostri scheletri nell’armadio, comunque di qualcosa che abbiamo rimosso e metterebbe in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi e che intendiamo esibire ai nostri simili.

Più volte ho scritto sul fenomeno dei figli superdesiderati e supermaltrattati.

In base ad alcuni casi che mi erano capitati sotto osservazione, assumevo che il figlio poteva rappresentare simbolicamente il fratellino rivale di ieri.

Cerco di spiegarmi con un esempio.

Se un aspirante padre, durante la propria infanzia, aveva avuto l’esperienza di essere stato privato delle cure parentali a causa della nascita di un fratellino, può sviluppare il desiderio coatto di riproporre la situazione tramite la nascita di un figlio/a.

In effetti, la nostra psiche tende a liberarsi da un “magone” che a suo tempo essa stessa aveva messo da parte nell’inconscio. In psicoanalisi si parla di compulsione a ripetere per indicare questo processo (meccanismo) di difesa da qualcosa che ci angoscerebbe troppo se lo avessimo a livello di consapevolezza tale e quale era stato in realtà. Allora il tutto può essere riproposto, consentendo l’espressione dei connessi risentimenti, mediante processi psichici che mascherino al massimo i contenuti incosci. Tra questi processi, vi è la simbolizzazione e lo spostamento (transfert) su altri “oggetti”. Si chiederà, ma sarà più accettabile per la coscienza picchiare un figlio anziché il fratello (la sorella) rivale?

A parte il fatto che al tempo in cui si era risentito della sottrazione delle cure parentali non si era in condizioni di reagire (voler bene al fratellino, alla sorellina era una norma fortemente inculcata senza possibilità di appello pena ricatti morali mediante spiacevoli e colpevolizzanti sanzioni da parte degli adulti, sino alla minaccia di perdere del tutto il loro affetto), i maltrattamenti contro un figlio vengono generalmente giustificati in vario modo: come giuste punizioni a fini educativi e, nella peggiore delle ipotesi, come dovuti a perdita di pazienza, per stanchezza e via di questo passo.

Verosimilmente, oggi nascono molti di più figli della compulsione a ripetere rispetto a ieri così come in passato prevalevano quelli concepiti per sbaglio.

L’incidenza degli aborti potrebbe dare ancora la misura dei concepimenti per sbaglio così come i maltrattamenti potrebbero (specialmente se fossero noti i maltrattamenti meno espliciti, come, per esempio, quelli paradossali da superprotezione) darla per i nati della compulsione a ripetere.

Sembra abbastanza evidente che tra le tante cause del calo della natalità vi sia da annoverare il fatto che oggi un numero crescente di coppie è in grado di evitare i concepimenti “per sbaglio”.

Venuta meno quest’ultima condizione, si accresce, invece, la preoccupazione di quanti tengono in maggior conto il numero dei nati piuttosto che la qualità della loro vita.

 

Dr. Pier Luigi Lando
Neuropsichiatra infantile