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LETTERA DALLA TERRA

di Julian Darley – gennaio 2003
traduzione di Carpanix

 

In questa prima edizione, voglio raccontarvi una storia che inizia un po’ come la famosa leggenda nordica dell’uomo che aveva un portafoglio senza fondo, in grado di fornire soldi senza limiti. Quello splendido oggetto venne offerto a Peter Schlemiel nientemeno che dal Demonio. Bene, il prezzo per la ricchezza infinita è tradizionalmente l’anima ma, in questo caso, si trattò di una vera occasione, poiché la sola cosa che il Diavolo volle da Peter è l’ombra. Ora, Peter non aveva mai praticamente usato la propria ombra, per cui l’affare venne rapidamente concluso. Ogni volta che Peter svuotava il suo portafoglio colmo di monete d’oro, questo semplicemente tornava a riempirsi. Dapprima non sembrarono esserci problemi, la vita scorreva nell’abbondanza e tutti coloro che conoscevano Peter ne traevano ampi benefici. Fintanto che egli non si mostrò alla luce del sole, nessuno notò che non aveva un’ombra.

Questa storia può sembrare ridicola ma, nei fatti, abbiamo tutti fatto qualcosa di simile durante l’ultimo paio di secoli.

Pensiamo che siano i soldi a far funzionare il mondo, ma abbiamo torto. È l’energia a far funzionare il mondo. L’energia è quel che fa funzionare ogni cosa. Senza di essa, non accade proprio nulla. Ne siamo completamente dipendenti, così come ogni altra forma di vita su questo come su qualsiasi altro pianeta. Il nostro magico portamonete energetico, ovviamente, non ci arriva esattamente dal Demonio, ma da minerali in grado di fornire energia, come il carbone, il gas e il petrolio. Il petrolio in particolare. Il petrolio, che sospetto che la maggior parte di noi dia per scontato, è piuttosto speciale.
Da certi punti di vista (in particolare da quelli strettamente economici, per quanto non da quelli ambientali), il petrolio è una fonte e un vettore di energia quasi ideale, e questa è la ragione per la quale è diventato il re dell’energia. Il petrolio è una fonte primaria di energia altamente concentrata, eppure ha un comportamente piuttosto inerte. È facile da trasportare, dal momento che scorre nei tubi o se ne sta obbedientemente immagazzinato in cisterne, a meno che qualcuno lo versi o si verifichino delle perdite. Il petrolio può essere convertito in combustibili, o trasformato in un’ampia gamma di prodotti chimici da spargere sul terreno in nome di un’agricoltura efficente, o può essere trasformato in plastica, vernici, medicinali e in un miliardo di altri oggetti assolutamente necessari. Il petrolio è di gran lunga la forma di energia che usiamo di più e ben il 95% dei trasporti si affida completamente ad esso.

Il petrolio è, quasi alla lettera, l’ossigeno della nostra vita moderna. Senza di esso ci ritroveremme rapidamente ad affannarci, a patire la fame e a congelarci o a bollire. La cosa appena meno grave del rimanere completamente senza petrolio è dover pagare molto per averlo, dal momento che non sono solo la disponibilità e l’abbondanza del petrolio ad aver alimentato un secolo di straordinaria crescita, avidità e cosiddetta distruzione creativa, ma anche il suo costo ridotto. Esso ci ha fornito un secolo di energia praticamente gratuita e illimitata. Il petrolio fornisce a troppi Americani l’equivalente di trecento schiavi personali che lavorano pancia a terra, senza mai una sosta.

Siamo almeno altrettanto dipendenti dal petrolio quanto qualsiasi eroinomane lo è dall’eroina, ma a differenza del tossicomane non disponiamo di veri sostituti, almeno non a breve termine.

Dato quindi che il petrolio è unico, prezioso e al momento senza alcun serio sostituto, e dato che lo sprechiamo come sprechiamo l’acqua (che sarà l’argomento di un’altra lettera), il petrolio deve sicuramente essere una risorsa illimitata e rinnovabile che cade pressoché dal cielo o che, almeno, scorre generosamente nel sottosuolo nell’attesa di zampillarne fuori con un pennacchio nero che riempia le nostre vite e le nostre auto sportive con vigore inesauribile. A parte il fatto che…

A parte il fatto che, come la favola del portamonete, anche questa è un’opera della fantasia. Il petrolio, ovviamente, non cade dal cielo, né sgorga incessantemente dalle viscere antiche della Terra. Esso è stato creato in rari e ben precisi momenti, in condizioni pochissimo comuni verificatesi solo in alcuni luoghi negli ultimi trecento milioni di anni. Inoltre, da allora, la maggior parte del petrolio si è dispersa o degradata e contaminata divenendo molto difficile da recuperare. Nel frattempo il materiale di facile estrazione rimasto da quei rari momenti geologici viene impiegato ad una velocità semplicemente enorme dagli umani d’ogni dove ma, principalmente, da quelli che vivono nel mondo dell’iperconsumo.

Ma, esattamente, quanto in fretta stiamo usando quel petrolio prezioso? Recentemente abbiamo usato a livello globale circa 27 miliardi di barili all’anno. Ma cosa significa “27 miliardi di barili”? Si tratta sicuramente di un numero inumanamente enorme moltiplicato per una oscura unità di misura liquida. Almeno posso però dirvi quant’è un barile: è 42 galloni statunitensi, ovvero 159 litri, ovvero 35 galloni imperiali, ovvero 0,159 metri cubi. Tutto ciò significa che ogni anno usiamo a livello globale leggermente più di mille miliardi di galloni statunitensi di petrolio [circa 3800 miliardi di litri - N.d.T.]. Lascio a voi il calcolare gli altri multipli. Su scala più personale, il Nordamericano medio usa circa 20 barili di petrolio l’anno, ovvero 800 galloni [poco più di 3000 litri - N.d.T.]. Ciò potrebbe equivalere a 35000 kilowattora di elettricità, o a quanto basta per guidare un’auto mediamente inefficente per dodicimila miglia [circa 20000 km - N.d.T.] e per produrre tutti gli altri prodotti chimici dei quali abbiamo bisogno per coltivare e fabbricare il nostro cibo e tutto l’altro armamentario del nostro materialismo post-moderno. Nei fatti, il Nord America usa, come ognuno è sicuramente stufo di sentirsi dire, oltre un quarto della produzione petrolifera mondiale annuale. Ciò che invece la gente troppo raramente dice, è che questa quantità è tanto insostenibile quanto destabilizzante, sia in patria che all’estero.

Alcuni — in particolar modo i governi e le imprese — reagiscono dicendo: «Sicuro, lo so. Un giorno finirà, ma continueremo a scoprirne sempre più, la tecnologia continua a migliorare, l’Uomo è ingegnoso e trova sempre un modo per uscire dalle situazioni difficili. E ad ogni modo, quando nel lontano futuro gli ultimi pozzi saranno stati spremuti fino all’ultima goccia, tutto funzionerà per mezzo dell’energia solare, eolica o grazie all’idrogeno o chissà che altro. Quindi rilassatevi, mettetevi comodi e smettetela di preoccuparvi tanto».

E che c’è di male in questi bei sentimenti? Moltissimo, in realtà. Un simile modo di vedere le cose è pericolosamente semplicistico e confuso ed ignora la natura delle risorse, dando per scontato che la tendenza al miglioramento rimarrà sempre tale e che le forze dell’economia e del mercato porteranno all’equilibrio domanda ed offerta, così come qualsiasi altra cosa nel mondo libero. C’è anche dell’altro, ma quanto citato è già sufficiente per creare seri problemi.

Per prima cosa, gran parte della confusione nasce dalla vaghezza delle conoscenze circa il modo in cui il petrolio è stato generato. Pur non essendo questa la sede per una disquisizione sulla geologia post-cambriana, sulla tettonica a zolle o sulla biologia marina dei bassi fondali, va detto che ci sono prove che suggeriscono con forza che proprio quelle appena citate sono le forze che hanno dato vita al petrolio. Cioè, che in varie epoche comprese tra i 300 e i 30 milioni di anni fa circa la vita algale nei laghi e nelle zone costiere prosperò, spesso in modo autodistruttivo, durante i frequenti periodi di riscaldamento globale. Le alghe morte affondarono in quei laghi e in quei mari poco profondi e, quando varie condizioni erano adeguate, vi si raccolsero e vi si conservarono venendo seppellite poco a poco. Il passaggio successivo è essenziale. Il materiale così seppellito, chiamato “kerogene”, è il precursore del petrolio e del gas, ma solo se viene cotto a pressione per un tempo sufficiente. Tale cottura ebbe luogo a profondità considerevoli, tra i 2000 e i 5000 metri (tra i 7000 e i 15000 piedi), il che significa che il materiale originale dovette essere portato molto in profondità da forze tettoniche e sismiche. Se finiva troppo in profondità, però, il calore era eccessivo e veniva prodotto del gas, che filtrava disperdendosi più facilmente del petrolio. I processi distinti del depositarsi delle alghe e del loro successivo trasformarsi in petrolio potevano essere separati da milioni, o perfino da centinaia di milioni di anni. E quella cottura poteva anche non avvenire affatto.

Se la cottura ha luogo, il liquido che ne risulta può scorrere. Perché ci sia possibile trovarlo oggi, esso deve scorrere entro il tipo di roccia giusto, quindi rimanere intrappolato; in caso contrario filtra col passare del tempo e, nel migliore dei casi, diventa quel gran pasticcio che sono le sabbie catramose per le quali Athabasca è così famosa.

Una volta che abbiamo superato lo shock di scoprire che la maggior parte del petrolio è andato disperso o si è degradato, possiamo cominciare a pensare al problema successivo. Questo, però, nasce interamente dall’uomo, non dalla geologia.

A causa di una storia estremamente complicata e spesso poco edificante, tanto all’osservatore occasionale quanto a quello esperto può sembrare che la scoperta del petrolio possa proseguire per sempre. Nei fatti, è vero il contrario. Quella scoperta è quasi finita. Durante gli anni ‘60, sembrava che non ci fosse fine alla scoperta di nuovi giacimenti. In alcune annate vennero scoperte fino a 50 miliardi di barili di petrolio. Ma in una simile abbondanza, passò inosservato che le scoperte avevano già toccato il loro massimo nel 1964 e, infatti, esse cominciarono a ridursi piuttosto rapidamente da quel momento in poi, così che oggigiorno riusciamo a trovare a malapena 10 miliardi di barili all’anno, se siamo fortunati. Ma ricordate, ne usiamo 27 miliardi… Ventisette. E ne troviamo circa dieci. E se il mondo dell’economia va bene, come gli economisti predicono con tanta fiducia e come i governi così disperatamente vogliono, la quantità che usiamo crescerà ancora… ammesso che possa farlo.

Eppure la quantità che troviamo ogni anno potrà solo ridursi. Inesorabilmente. A meno che viviate in una capanna da boscaiolo nei pressi di un lago circondato dai boschi, o viviate ancora come un cacciatore-raccoglitore in Nuova Guinea, dovreste avere per la testa un paio di insistenti domande. Cose del tipo: «Insomma, quanto petrolio rimane veramente? E se è così prezioso e insostituibile, perché lo sprechiamo tanto rapidamente?»

Per rispondere alla prima domanda, ci rimangono da 900 a 1000 miliardi di barili circa. «Però, è un bel po’! Probabilmente quanto basta a riempiere le piscine nei cortili dell’intero Nord America!» Ma attenzione: 1000 diviso 27 fa esattamente… 37,04 anni. «Bene anche così. Gli studenti di oggi staranno già cominciando a pensare alla pensione quando finirà, quindi perché preoccuparsi?» Per chi ora ha meno di 10 anni il quadro è un po’ più preoccupante. Ma aspettate un momento, pensionandi impazienti. La produzione petrolifera non funziona come un rubinetto appeso al cielo. Ed ecco perché l’idea del picco petrolifero e dell’esaurimento delle risorse deve essere compresa un po’ meglio.

Dal momento che ci troviamo in coincidenza o nell’imminenza del picco petrolifero, che solitamente si verifica quando un giacimento è circa mezzo vuoto, il problema non è in realtà il fatto che stiamo per rimanere senza petrolio, ma il fatto che stiamo per finire il petrolio a buon mercato. Il picco petrolifero si riferisce al fatto che l’estrazione del petrolio segue una specie di curva a campana. Dapprima, quando la produzione avviene da un giacimento giovane, il petrolio sgorga spontaneamente dal pozzo, e anche quando questo si avvia alla fase terminale del suo ciclo vitale la velocità di estrazione può continuare a crescere con una certa regolarità, pur se a costo di sforzi e attenzioni sempre maggiori. In un giacimento di grandi dimensioni, come quelli del Medio Oriente, può sembrare che la velocità di estrazione continui a crescere all’infinito. Ma anche nel più grande dei giacimenti, e molto prima nei giacimenti più piccoli (che sono anche i più comuni), alla fine la produzione raggiunge un picco. Per un momento può sembrare che si sia raggiunto un massimo stabile ma, inevitabilmente e senza alcuna eccezione, se non si verificano nuove scoperte, la produzione comincia a diminuire. E diminuisce con decisione, man mano che il giacimento si svuota e si esaurisce.

L’alta tecnologia può dare l’illusione temporanea che ciò non avvenga poi così in fretta ma, alla fine, non fa altro che ritardare un po’ quel declino che arriverà ancor più rapidamente. Questo è in parte ciò che intendevo quando parlavo della natura delle risorse petrolifere. Altri minerali che danno energia, come il carbone o il gas, non si comportano a questo modo. Nei fatti, per varie ragioni, la produzione di gas può continuare in modo piuttosto costante per poi precipitare come un sasso. In un certo senso si tratta di una situazione ancora meno fortunata di quella del picco petrolifero, come l’America e l’Inghilterra stanno già cominciando a scoprire, anche se i fatti alla radice del problema non vengono rivelati e all’opinione pubblica vengono regalate belle e comode storie di sotterfugi politici e di altri fattori temporanei. D’altro canto, anche il carbone (che viene estratto per mezzo di miniere) offre per primi i suoi filoni migliori ma, essendo per sua natura difficile da estrarre, richiede più tempo e può essere prodotto solo in modo lineare, giacché occorre cavarlo pezzo per pezzo. Il solo modo per aumentare la produzione di carbone consiste nel mettere in miniera più uomini o più macchinari. La natura di queste diverse metodologie di estrazione è di assoluta rilevanza per capire il tipo di difficoltà che ci troviamo di fronte.

In caso pensaste che tutto ciò sia poco chiaro, astratto o irrilevante, considerate la maggiore economia mondiale e, non a caso, il maggiore utilizzatore di energia del mondo. Gli Stati Uniti, per la prima metà del XX secolo, sono stati di gran lunga il principale produttore di petrolio al mondo. Essi controllavano le forniture e il prezzo molto più efficacemente di quanto l’OPEC non faccia oggigiorno. Durante gli anni ‘50 e ‘60, l’America pompava quantità di petrolio prodigiose e in costante crescita estraendole dai 48 Stati continentali, in particolare dal Texas. Nessuno sembrava davvero aver notato che la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi aveva raggiunto il suo massimo nel 1930 e che da quel momento era andata crollando. Una delle grandi verità dell’industria petrolifera è che non si può produrre quel che non si trova. Si sarebbero dovute dare alcune indicazioni circa i problemi futuri quando, già nel 1950, gli Stati Uniti cessarono di essere il massimo esportatore di petrolio al mondo e cominciarono ad importare. Notoriamente, almeno un uomo scorse le nubi all’orizzonte. Nel 1956, il geologo di punta della Shell, Marion King Hubbert, predisse che la produzione petrolifera americana avrebbe raggiunto il suo picco massimo verso il 1970. Come è ovvio, venne ridicolizzato per aver suggerito qualcosa di così assurdo come la possibilità che il principale produttore di petrolio al mondo smettesse di essere tale.

Risultò però che Mr. King aveva ragione. Nel 1971 la produzione petrolifera americana raggiunse effettivamente il suo picco massimo, quarant’anni dopo che era stato raggiunto il picco massimo nella scoperta di nuovi giacimenti. Ancora una volta, nessuno se ne accorse fino a che la violenza esplose nuovamente in Medio Oriente, in occasione del conflitto arabo-israeliano dell’ottobre 1973. All’improvviso, i produttori petroliferi arabi decisero di ridurre la produzione del 5% al mese, così che a dicembre avevano portato il prezzo a decuplicare nel giro di poche settimane, salendo da un paio di dollari al barile fino a 17 dollari. Fu il primo grande Shock Petrolifero. Gli arabi dovevano aver saputo del picco americano, altrimenti non sarebbero semplicemente stati in grado di ottenere l’effetto che ottennero. Gli Americani si sarebbero limitati ad aprire i rubinetti della propria produzione interna o avrebbero trivellato rapidamente un numero maggiore di pozzi per riportare il prezzo ad un paio di dollari al barile, dove era felicemente rimasto nel corso del lungo boom seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Ma essi non furono in grado di farlo, e tutti gli Americani avrebbero dovuto saperlo, proprio come ognuno dovrebbe sapere da dove arrivano i propri approvvigionamenti vitali. Non è così solo per gli Americani, però. La maggior parte di noi non ha idea della vera provenienza del petrolio, dell’acqua o del cibo sui quali facciamo affidamento. Per quel che ne sappiamo potrebbero anche arrivare dal Mago di Oz.

Gli effetti del primo Shock Petrolifero furono, be’, shoccanti ma, stranamente, anche quando l’OPEC fece nuovamente scorrere il petrolio, il prezzo non scese mai più sotto i dieci dollari. Più tardi, durante il secondo Shock Petrolifero, quello del ‘79 successivo alla caduta dello Scià dell’Iran (che era stato egli stesso messo dov’era per mezzo di un colpo spalleggiato dagli Stati Uniti nel 1953) i prezzi toccarono per breve tempo un impensabile prezzo di 50 dollari. Molte voci suggeriscono che potremo vedere di nuovo prezzi a quei livelli quando gli Stati Uniti invaderanno l’Iraq. Non è semplice predire se questo innalzamento dei prezzi si verificherà e quanto durerà.

Ciò che si può dire con maggiore sicurezza, è che la maggior parte della geopolitica degli ultimi trent’anni ha riguardato il picco petrolifero di Hubbert e, in particolare, il modo in cui il calo della produzione petrolifera degli Stati Uniti ha costretto quel Paese verso misure ancora più estreme.

Quando il picco petrolifero e l’esaurimento del petrolio si fanno sentire, niente sembra più lo stesso. Si potrebbe pensare a Newton e alla sua famosa mela o forse, riferendosi ad un’esperienza condivisa da assai più persone, al momento in cui uno ad una certa età (diciamo a dieci o dodici anni) scopre che c’è una differenza essenziale tra i ragazzi e le ragazze e gran parte del resto della sua vita sarà probabilmente determinata dalla necessità di accompagnarsi al genere che preferisce. Solitamente è molto difficile negare questo fatto, che tende a provocare grandi problemi. Il picco petrolifero mondiale è impossibile da negare, e provocherà enormi problemi.

Quindi l’America ha toccato il suo picco nel 1971. A parte il trovarsi esposti ad un attacco economico catastrofico, dal punto di vista di un economista non importa chi detiene il petrolio. Nel sacro libero mercato, basta comprarlo da qualcun altro. Almeno fintanto che il mondo non raggiunge lo stesso picco che l’America raggiunse nel 1971. Che accade dopo? La verità è semplicemente che non lo sappiamo. Ma stiamo per scoprirlo. Può essere che lo stiamo già scoprendo.

Si pensa che la produzione petrolifera mondiale abbia già raggiunto il picco o lo raggiungerà entro i prossimi cinque anni circa. In altre parole, stiamo producendo petrolio ai massimi livelli planetari o quasi. E questo è proprio ciò che significa l’espressione “picco petrolifero”: abbiamo raggiunto il limite e non possiamo accelerare oltre. Le implicazioni sono straordinarie e toccheranno ogni metro quadro di questo pianeta, semplicemente perché sfortunatamente l’attività umana tocca ogni angolo della Terra, dall’Alaska all’Australia e oltre.

A causa del ruolo complesso che l’economia e la politica giocano tanto nell’ambito delle forniture petrolifere, quanto in quello della domanda e del prezzo, sarà possibile vedere quando si è veramente verificato il picco solo guardandosi indietro. Può essere stato nel 2000 o potrà essere nel 2009. Pochi geologi petroliferi lo collocano così avanti nel tempo. Nei fatti, il picco darà la sensazione di trovarsi di fronte ad un colmo molto accidentato quando la domanda petrolifera, spinta dal tentativo delle varie economie nazionali di riprendersi, continuerà a sbattere contro il limite superiore della produzione. Ad ogni urto, un’impennata dei prezzi raffredderà la domanda per dare vita ad un nuovo ciclo. Quando gli Stati Uniti si comporteranno a questo modo, come potrebbero anche avere già cominciato a fare, il mondo noterà una significativa instabilità dei prezzi, che non lascerà nessuno incolume.

A causa delle crisi petrolifere degli anni ‘70 che, per contrasto, erano di breve durata, abbiamo avuto alcune avvisaglie di ciò che la fine del petrolio rappresenta, e ne stiamo ricevendo un’altra dose ora che il prezzo generale per barile ha superato i 30 dollari ed è rimasto al di sopra di questa soglia per due settimane. Per quanto tempo rimarrà così alto è quanto si chiedono tutti. Si suppone che l’OPEC, per un accordo di vecchia data, verso la metà di questo mese (gennaio 2003) aumenti la produzione per riportare il prezzo al di sotto dei 28 dollari. Ha detto che lo farà e, questa volta, certamente ne avrà la capacità. Ma un giorno non sarà fisicamente in grado di farlo. Ora, gli economisti ovviamente vi diranno che questo aumento di prezzo è temporaneo e che tutte le molte ragioni per un prezzo così elevato del petrolio sono ragioni politiche e a breve termine. Invece tutte le cause sono collegate alla nostra situazione energetica in senso lato e quasi tutte sono direttamente o indirettamente collegate al petrolio.

Ad occidente, la produzione petrolifera venezuelana (che normalmente è di quasi due milioni e mezzo di barili al giorno) si è ridotta ad un rigagnolo, a causa di uno sciopero e delle tensioni politiche. La maggioranza di quel petrolio va agli Stati Uniti. Il Venezuela tornerà a produrre a pieno regime nei prossimi mesi, ma notate che ha passato il proprio picco nel 1970, anche se un grande giacimento è stato scoperto dopo quell’anno. Anche quel giacimento più recente, però, ha superato il proprio picco. Quanto sta accadendo si tratta quindi di un drammatico assaggio del suo reale e permanente lento declino, che è già cominciato. E non dimenticate che ogni altro luogo in entrambi i continenti americani ha superato il suo picco. Per esempio il Messico, solitamente il terzo maggiore fornitore di petrolio dell’America, ha superato il picco ed è in fase di declino; nella stessa condizione si trova il maggiore fornitore dell’America: il Canada. Nel caso che questo sia uno shock per gli ascoltatori canadesi, lo ripeto: la produzione canadese di petrolio convenzionale ha superato il suo picco. A meno che un giorno il Canada riduca la sua domanda di petrolio per adeguarla a quanto può produrre dalle sabbie catramose di Alberta, diventerà anch’esso un importatore, in particolare dal momento che gli Americani, che attualmente posseggono la maggior parte della produzione petrolifera canadese, insisteranno secondo i termini del NAFTA [North America Free Trade Agreement: Trattato per il Libero Mercato Nordamericano - N.d.T.] per ottenere quel petrolio prima del Canada stesso.

Nel frattempo, in Medio Oriente, l’Iraq si sta preparando per una massiccia, illegale invasione preventiva da parte di una nazione maniacale e demenzialmente arrogante che ora possiamo capire che sa di essere sul punto di rimanere senza il proprio ossigeno economico, cioè senza petrolio. Certo, come i principali mezzi di comunicazione commerciali non si stancano mai di ripeterci, sorta di pappagalli della propaganda del Pentagono, questa nuova guerra del Golfo secondo modello finge di riguardare certe armi militari ma, come ho appena spiegato, come la maggior parte dei geologi deve sapere e come sa pure la maggior parte della gente comune al di fuori del Nord America, essa riguarda principalmente le forniture petrolifere. Ironicamente, quest’ultima avventura mediorientale può nei fatti ridurre quelle forniture, dal momento che un attacco ha almeno alcune possibilità di destabilizzare l’intero Medio Oriente con i suoi miliardi di barili di riserve petrolifere e le sue centinaia di milioni di musulmani giovani, rabbiosi, poveri e senza speranza. In gran parte, questi giovani molto arrabbiati hanno poche speranze di vita dal momento che gli Stati Uniti continuano a mettere in piedi regimi repressivi ed avidi come quelli dei principi che regnano sull’Arabia Saudita e sul Kuwait.

Per rendere le cose ancor più imprevedibili e instabili, Saddam Hussein ha già dimostrato nella prima guerra del Golfo che è possibile far esplodere molti pozzi petroliferi e incendiarli. Alcuni negli Stati Uniti credono che sia relativamente facile spegnere quegli incendi facendovi esplodere delle bombe. Una simile procedura sfortunatamente distrugge anche completamente le attrezzature per la produzione. E questo è un altro problema. Si pensa che le infrastrutture produttive in Iraq siano in stato di abbandono, il che significa che quando l’Iraq sarà annesso, gli attaccanti potrebbero non essere così contenti di ciò che troveranno. Si potrebbe pensare che un’amministrazione immersa nel petrolio dovrebbe saperlo, ma anche la zona del Mar Caspio le ha riservato una sorpresa col suo rivelarsi non all’altezza delle aspettative.

C’è poi la questione degli oleodotti, che si faranno sempre più numerosi. È banalmente semplice attaccare un oleodotto, come la guerriglia colombiana dimostra quasi ogni settimana. Tra l’altro, anche la Colombia ha superato il suo picco. Così come Trinidad. Così come l’Alaska, il maggiore ritrovamento del Nord America. È successo tanto tempo fa.

In questo ribollente pasticcio di politica estera, andiamo ora ad aggiungere ancora più instabilità. In estremo Oriente, gli Stati Uniti stanno minacciando la Corea del Nord per il suo riavvio delle centrali nucleari dopo che gli Stati Uniti hanno tagliato loro gli approvvigionamenti petroliferi, dal momento che la Casa Bianca ha suggerito quasi allegramente che è in grado di combattere più di una guerra importante per volta e, ovviamente, ha detto che userà missili nucleari per come rappresaglia nei confronti di armi biologiche.
Nell’Asia meridionale, seguendo la nobile guida dell’America, il Pakistan ha rivendicato di essere esso pure in grado di attaccare l’India con armi nucleari, sostenendo che se l’India restituisse il favore le conseguenze sarebbero terribili. Spostandosi verso ovest, l’Iran guadagna posizioni nella lista delle nazioni in attesa di essere bombardate dagli Stati Uniti, dal momento che anch’esso sta sviluppando le sue potenzialità in campo nucleare e, a differenza della Corea del Nord che non ha petrolio ed ha un esercito colossale, l’Iran ha grandi quantità di petrolio. Anche se non tanto quanto l’Iraq o l’Arabia Saudita che sono sicuramente il bersaglio principale per un cambiamento di regime da parte Americana o, per usare un modo di parlare da mondo degli affari, per una presa di controllo ostile.

Alla lista delle nazioni che all’America piacerebbe attaccare si possono senza dubbio aggiungere anche lo Yemen e la Somalia. Nessuna di esse ha molto petrolio, ma il tiro al bersaglio è sempre benvenuto se si è violenti ed avidi. Ci si potrebbe chiedere cosa accadrebbe se il Canada decidesse di tenere per sé il proprio petrolio e il proprio gas.Forse anch’esso diverrebbe un bersaglio per le bombe intelligenti. Non pensate che non possa accadere. Prima dei bagni di sangue delle due Guerre Mondiali del XX secolo, la Germania era considerata la nazione più civile e tecnicamente più avanzata del pianeta eppure, con l’Austria e con altri Paesi, mise in atto alcuni dei più terrificanti atti di violenza dell’intera storia umana.

Sicuramente alcuni ingredienti sono destinati ad esplodere nel corso del 2003. I prezzi del petrolio saranno molto probabilmente instabili per ragioni apertamente politiche, economiche e militari e, come ho suggerito, per la ragione fondamentale (per quanto nascosta) che ci troviamo in corrispondenza o in prossimità del picco petrolifero. I prezzi possono benissimo continuare lungo il percorso ascendente sul quale si sono incamminati a partire dal 2000. Vale la pena tener presente che, dopo le crisi petrolifere degli anni ‘70, non solo il petrolio non è tornato rapidamente al suo precedente prezzo di due dollari al barile, ma non si è neppure più avvicinato a quel livello. Sembra che le crisi petrolifere degli anni ‘70 siano state un innesco o un momento di punta, e potrebbe essere che l’attacco all’Iraq o anche (sebbene meno probabilmente) il fermo venezuelano siano a loro volta un innesco. In due o tre anni saremo in grado di vedere il quadro con maggior chiarezza. Come sempre, gli economisti non fanno che parlare di prezzi, di mercato e della necessità che l’OPEC riguadagni quote di mercato facendo scendere i prezzi. C’è anche chi dice che i giorni dell’OPEC sono finiti. Questa affermazione sembra assurda se si considera che d’ora innanzi una percentuale sempre maggiore delle scorte petrolifere mondiali si trova in un solo posto, ovvero nel Medio Oriente. Certo, potreste pensare che una politica migliore potrebbe essere il dimostrarsi gentili verso il Medio Oriente, invece di bombardarlo allo scopo di sottometterlo. Staremo a vedere.

All’inizio di questa lettera ho suggerito, sicuramente senza prestare il fianco a controversie, che siamo tutti assuefatti al petrolio, che è la nostra linfa vitale e il nostro ossigeno economico. Molti penseranno subito alle proprie auto e forse si fermeranno lì. Ma una volta cominciato a pensarci a fondo, è rimarchevole quante cose saranno influenzate da un costo elevato del petrolio o da una sua concreta carenza. Non ci sono dubbi che entrambe le cose si stanno avvicinando e che, dopo un momento di incertezza, diventeranno un aspetto permanente del paesaggio.

Cosa significherà, a parte l’essere causa di un rifiuto epidemico della situazione e l’accrescere i costi dei trasporti? Be’, sì, guidare sarà più costoso, non solo per quelli che hanno un’auto ma anche per quelli che non ce l’hanno. Nel senso che ogni cosa che venga trasportata via terra o per via aerea costerà di più, potenzialmente molto di più. Vale anche la pena evidenziare che, se il riscaldamento globale prosegue come ha fatto negli ultimi pochi anni, ci saranno pressioni anche su quel versante per ridurre gli sprechi degli idrocarburi fossili, e il solo modo in cui un’economia di mercato può ridurre la domanda è aumentando il prezzo. Una delle cose il cui prezzo probabilmente aumenterà di più è il cibo prodotto con metodologie industriali. Cioè il cibo prodotto in grandi aziende agricole usando enormi quantità di additivi chimici basati su idrocarburi — sia che si tratti di allevamenti di suini delle dimensioni di un hangar, sia che si tratti di campi di cereali delle dimensioni di piccoli pianeti. Questo cosiddetto cibo, che è ciò che il mondo occidentale per la maggior parte mangia, viene abbattuto, animale o vegetale che sia, e macinato, masticato, spezzettato, ammucchiato, diviso, fatto a fette, irrorato… in altre parole lavorato, quindi confezionato e distribuito, trasportandolo in continuazione di qua e di là, su e giù, avanti e indietro per nazioni e continenti per poi magari finire a pochi chilometri da dovehha avuto inizio la sua vita scombinata.

E questa follia richiede petrolio, in grande quantità. Richiede anche massicci sussidi e deviazione dei costi su ciò che rimane dei servizi pubblici, ma parleremo di questo un’altra volta. Il punto è che quel cibo a buon mercato e al quale la maggior parte della gente si è abituata nell’ultimo mezzo secolo, diverrà probabilmente assai più costoso. A meno che ciò accada, le lobby dell’industria alimentare e dell’agricoltura industriale potranno costringere i governi ad assegnar loro ancora più sussidi, come hanno recentemente fatto le compagnie aeree dopo l’attacco al World Trade Center, anche se sembra che questa operazione abbia portato loro ben pochi benefici.

Il cibo costituisce un buon esempio che riflette ciò che accadrà al resto dell’attualmente tradizionale economia del libero mercato, che dipende sull’energia abbondante, concentrata e a basso costo. Quando questa verrà messa in forse e lentamente, inesorabilmente eliminata, il capitalismo e anche il comunismo (se esistesse ancora) verrebbero strangolati dalla propria stessa ingordigia o trasformati in qualcosa di nuovo, talvolta con gentilezza, talvolta in modo doloroso. Veramente non abbiamo idea di cosa quel qualcosa potrebbe essere. Ma possiamo star certi che la totalità della vita moderna e post-moderna cambierà radicalmente, ovvero che cambierà a partire dalle sue radici più profonde. Il lavoro dovrà riflettere questo cambiamento assegnando sempre più enfasi a ciò che la gente può produrre a livello locale per soddisfare le necessità e la domanda locali. Allo stesso modo, l’istruzione dovrà rifocalizzarsi sul come impiegare le risorse con maggiore attenzione e sul come ridurre i colossali livelli di spreco della nostra economia trainata dai consumi e amplificata dall’ingordigia.

Come potete esservi resi conto, o come state cominciando a rendervi conto, si tratta di un problema enorme e straordinario, dai livelli di complessità quasi infiniti. Per esempio, non ho citato per nulla la questione del gas naturale. Gran parte del mondo ricco sta convertendo le proprie grandi centrali elettriche all’alimentazione a gas. Ma neppure il gas è infinito, e segue un processo di esaurimento piuttosto diverso da quello del petrolio, uno schema di esaurimento che subisce l’influenza del libero mercato in misura molto maggiore rispetto a quanto accade per il petrolio e che risente del fatto che il gas naturale è molto meno versatile del petrolio, nel senso che è più difficile da trasportare e che è quindi una risorsa più legata alla zona di produzione. Certo, il gas si può liquefare e trasportare per via navale in enormi cisterne. Quelle navi divenderebbero delle enormi bombe galleggianti con un potenziale esplosivo pressapoco equivalente a quello di un ordigno termonucleare. Una forte tentazone per chi può mettere le mani su un siluro o un aeroplano leggero.

Anche senza la minaccia del terrorismo, tutto ciò signigica che le nazioni che dipendono dal gas per la propria elettricità farebbero meglio a pensare a dove se lo procureranno. In alcuni casi c’è più tempo che nel caso del petrolio ma, nei fatti, siamo ancor più dipendenti dall’elettricità di quanto siamo dipendenti dalle automobili. Se ne volete una dimostrazione, provate a staccare la corrente verso le sette di sera in una notte d’inverno per vedere quante cose potreste ancora fare. Non riuscireste neppure a cantare una canzone, a meno che l’abbiate imparata a memoria in precedenza. Il televisore non funzionerebbe, così come lo stereo. Dovreste trovare il modo di intrattenervi da voi. Provate poi a fare lo stesso esperimento durante il giorno, diciamo in una giornata estiva nel Texas o a Toronto, e l’economia subirà un arresto improvviso. Più di ogni altra cosa, siamo una civiltà elettrica.

I pensieri appena esposti vi daranno un’idea degli effetti più tangibili del costo elevato degli idrocarburi e di una loro radicale carenza. Ma ci sono altri effetti più impalpabili che possono essere positivi e che, magari, potrebbero anche invertire alcuni dei terribili danni sociali e culturali apportati dal petrolio a buon mercato. Nelle nazioni più ricche, l’accesso ad un’energia che si immagina illimitata e molto economica ha quasi completamente rimosso il bisogno della società e della comunità, il che invero significa che ha quasi rimosso l’amicizia e il bisogno di condividere le risorse. Si tratta sicuramente di ciò che è alla base di un diffuso crollo sociale, mentale e relazionale. Non che queste cose siano mai state semplici per gli umani, ma ci siamo evoluti con una ragionevole capacità di condivisione e, quando questa capacità è stata messa in corto circuito dal materialismo petrolifero, siamo diventati quello che abbiamo davanti agli occhi: vuoti consumatori persi e confusi, incapaci di trovare un significato in alcunché. I sociologi, e a volte anch’io sono uno di loro, parlano di sradicamento, anomia (carenza di regole o di struttura) e aporia (non sapere che direzione prendere o non riuscire neppure a vedere che ci sono direzioni verso le quali muoversi). L’elenco prosegue, ma per ora può terminare con una riflessione su quale ammasso di rovine sempre più spaventoso ed invivibile il petrolio a buon mercato ci ha consentito di rendere il nostro sistema di supporto vitale, la Terra. Mi pare che si tratti di una delle più importanti intuizioni circa quel che sta per distruggere le nostre civiltà e ha indebolito la nostra umanità, cioè il nostro senso del decoro, della giustizia e della equità.

A questo punto, nella maggior parte delle lettere serie e francamente moraliste come questa, comincia a trasparire la sensazione che si debbano dare suggerimenti circa i possibili rimedi, al che si è soliti esprimere promesse e nobili parole estremamente vaghe circa il rendere più “ambientalmente compatibile” questo e quello, il ridurre i consumi e il riciclare una quantità di cose che in realtà non hanno alcun peso. Il tutto mentre i nostri Presidenti e i nostri Primi Ministri fanno pressioni perché noi si spenda sempre più per rivitalizzare l’economia, o fanno pressioni per indurci a risparmiare — e spesso le due cose avvengono contemporaneamente. Dopo dieci o vent’anni di questo blaterare confuso e impraticabile, quasi tutto ciò che possiamo misurare mostra che stiamo ancora andando sempre più velocemente nella direzione sbagliata. La tecnologia non ci ha salvati. Per esempio, la vostra auto ha un motoread idrogeno? Nei fatti, potreste vivere facilmente senza quella scatola di metallo? Quanti prodotti chimici e agenti patogeni pericolosi ci sono nel salmone d’allevamento che avete mangiato a cena? Avete idea del perché dobbiamo andare a scuola o di quale sia lo scopo dell’imparare la maggior parte di ciò che impariamo, a parte il tenere gli studenti ed i professori lontani dalla strada? Perché la biodiversità continua a ridursi, e perché poi dovrebbe interessarvi, dal momento che in Occidente abbiamo ancora abbastanza mais, Coca Cola e McNuggets di pollo? Comunque sia, sono tutte esagerazioni — fin da epoche bibliche la gente non ha fatto che lamentarsi di quanto siamo viziosi e malvagi, e l’Apocalisse è sempre dietro l’angolo. Guardate la storia del Baco del Millennio, così tetra e catastrofica — poi non è successo nulla. Assolutamente nulla. Era tutto un parto della fantasia.

Ho iniziato questa lettera con la storia di Peter Schlemiel e del suo portamonete senza fondo. Quella era un’opera di fantasia. Ma l’esaurimento del petrolio non è un’opera di fantasia. Si tratta di un fatto geologico nudo e crudo. Eppure, abbiamo qualcosa in comune con Peter: anche noi, dopo tutto, abbiamo scoperto che il prezzo dell’energia facilmente accessibile ed apparentemente inesauribile è molto elevato. Peter scoprì che la perdita della sua ombra era una catastrofe e, alla fine, fu ostracizzato e condannato a vagare per il mondo con gli stivali dalle sette leghe, il che non costituiva una soluzione ma era il massimo che potesse fare. Temo che anche noi non troveremo alcuna soluzione semplice o comoda ma dovremo fare del nostro meglio, anche se ironicamente l’andare in giro per il mondo sarà proprio una delle cose delle quali dovremo fare a meno.

Se pensate ancora che tutto ciò sia troppo terribile per essere vero, probabilmente non starete più ascoltando ma, in caso lo stiate ancora facendo, non tenterò di convincervi. Anche quando il declino e l’esaurimento dapprima del petrolio e poi del gas naturale diverranno caratteristiche palesemente ovvie e permanenti della vita quotidiana, ci saranno ancora molti che rifiuteranno di crederci, dal momento che l’idea di un mondo senza limiti e l’individualismo rozzo ed egoista sono parte integrante della teologia secolare consumistica. Senza alcun dubbio si invocherà nuovamente la colonizzazione di Marte.

D’altra parte, se fate parte del numero sempre crescente di coloro che si preoccupano, la curva del picco petrolifero ci comunica un messaggio fondamentale: dobbiamo tagliare massicciamente i nostri consumi di carbonio, ridurre radicalmente il nostro impiego di quegli idrocarburi sotto forma di petrolio, gas o carbone dai quali dipendiamo ben più di qualsiasi altro miserabile tossicomane da strada. È tutto qui. Semplice in teoria, quasi impossibile in pratica. Ma dovremo tutti decidere cosa fare, collettivamente e come individui, per gruppi o per imposizione del governo, per ottenere quella riduzione al massimo grado. Alla fine, ci saremo costretti. È chiaro che questo significherà procurarsi localmente il necessario per i propri bisogni quotidiani, preferibilmente a piedi, recedendo da un’economia fondata sui carburanti. Anche la cultura, l’intrattenimento, l’esercizio e i divertimenti dovranno essere rilocalizzati, la vita in comunità ritornerà, questa volta non a causa di misure disperate da parte del governo per aiutare i poveri e i diseredati, ma poiché comunità significa condividere con, e condividere è quel che dovremo ritornare a fare come la maggioranza era solita fare in passato. Localizzazione e rilocalizzazione dovranno avvenire ovunque, per cui possiamo chiamare questo tipo di politica o di fenomeno rilocalizzazione globale. Esiste ovviamente una documentazione in merito su internet. Se ve la sentite, potete cercare questa lettera sul sito letterfromearth.org, dove troverete anche ulteriori dettagli sulla triste storia dell’esaurimento del petrolio

Un saluto. Pensate intensamente, agite attentamente, e grazie per avermi ascoltato.

Julian Darley

 

Traduzione di Carpanix
Versione originale in inglese: fai click qui.