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IL PRINCIPIO DELLA MASSIMA POTENZA

di Jay Hanson — 01/01/2001
traduzione di Carpanix

 


In questo articolo, Jay Hanson, il curatore del sito www.dieoff.org, analizza la natura umana e l’origine dei nostri comportamenti. Le osservazioni riportate potranno apparirvi estreme o addirittura irritanti e, sicuramente, si contrappongono al “sentire comune”. Che condividiate o meno le conclusioni dell’autore, i concetti espressi non mancheranno di farvi riflettere, suggerendovi una nuova chiave di lettura dei comportamenti e degli atteggiamenti vostri e di coloro che vi circondano. Non disprezzate pregiudizialmente quei concetti, e non rinnegateli prima di averli verificati: potrebbero essere più prossimi al vero di quanto non sembri ad una prima occhiata. — Carpanix

 

Il Principio della Massima Potenza afferma che tutti i sistemi aperti (le cellule, gli ecosistemi, la gente, le società, ecc,), nel consentire la continuazione dell’esistenza dei sistemi più grandi dei quali fanno parte, evolvono per consumare quanta più energia possibile. [1]

«Gli abitanti dell’Isola di Pasqua, consapevoli del fatto di essere quasi completamente isolati dal resto del mondo, si erano sicuramente resi conto che la loro esistenza stessa dipendeva delle risorse limitare di una piccola isola. Dopo tutto, l’isola era abbastanza piccola da poterci girare intorno in una sola giornata di cammino, rendendosi conto di persona di ciò che stava accadendo alla foresta. Ciononostante, gli abitanti dell’isola erano incapaci di escogitare un sistema che consentisse loro di trovare il giusto equilibrio con l’ambiente.»
— Clive Ponting

«L’uomo porta ancora in sé il marchio indelebile della sua bassa origine.»
— Charles Darwin

Negli ultimi cento anni, i governi hanno ucciso circa 170 milioni di persone. [2] Il “Principio della Massima Potenza” e la teoria dell’evoluzione spiegano perché le cose stiano così e perché il “picco” nella produzione petrolifera globale (stimato per il 2005) non può che condurre direttamente a una nuova generazione di guerre globali con miliardi di morti.

Per comprendere il nostro futuro, dobbiamo prima comprendere la nostra storia evolutiva. Si tratta di una materia difficile da apprendere, poiché siamo geneticamente inclini a ignorare la nostra vera natura. Ma se prestiamo molta attenzione ai prossimi paragrafi, impareremo qualcosa sulla nostra famiglia e sui nostri amici; impareremo anche la terribile verità circa il nostro futuro collettivo.

 

La teoria dell’evoluzione biologica

«Divenne rapidamente chiaro ai miei occhi che il modo più fantasioso di pensare all’evoluzione, e il modo più ispirato per insegnarla, era dire che era tutta una questione di geni. Sono i geni che, per il proprio stesso bene, manipolano i corpi nei quali se ne vanno in giro. L’organismo individuale non è altro che una macchina per la sopravvivenza dei suoi geni.»
— Richard Dawkins

«Osservate una scena senza la colonna sonora, e la verità diverrà palese.»
— Reg Morrison

La maggior parte della gente lavora con una versione non corretta della teoria dell’evoluzione (una versione “da cartone animato” [3], o da sociologi). La verità è che Darwin era un naturalista e probabilmente il più grande osservatore di tutti i tempi. Questo grande scienziato, ha elaborato una teoria per spiegare le sue osservazioni dell’ambiente naturale. Il termine “neodarwinismo” si riferisce alla moderna teoria dell’evoluzione. Il neodarwinismo non è riduzionista (studiato al di fuori del contesto), né deve essere confuso con il “darwinismo sociale” (una ideologia politica).

Uno dei più rispettati biologi evoluzionisti ha definito l’evoluzione biologica come segue:

«L’evoluzione biologica… è un cambiamento delle proprietà delle popolazioni di organismi che trascende l’arco vitale di un singolo individuo. L’ontogenesi di un individuo non è considerata evoluzione; gli organismi individuali non si evolvono. I cambiamenti nelle popolazioni che sono considerati evoluzione sono quelli ereditabili da una generazione all’altra tramite il materiale genico. L’evoluzione biologica può essere lieve o sostanziale; essa tocca ogni cosa, dai piccoli cambiamenti nelle proporzioni di alleli diversi nell’ambito di una popolazione (quali quelli che determinano i gruppi sanguigni) alle alterazioni progressive che hanno portato dai primi protoorganismi ai molluschi, alle api, alle giraffe ai denti di leone.» [ 4]

È importante notare che l’evoluzione biologica si riferisce alle popolazioni — non agli individui — e che i cambiamenti devono essere passati alla generazione successiva. In pratica, ciò significa che l’evoluzione è un processo che da luogo a cambiamenti ereditabili in una popolazione che si estende per diverse generazioni.

L’evoluzione è sia una “teoria”, sia un “fatto” verificato — essa si verifica. Le teorie sono strutture di idee che spiegano e interpretano i fatti. I fatti non scompaiono quando, per spiegarli, gli scienziati discutono teorie in contrasto tra loro. Per esempio, la teoria della gravitazione di Einstein ha sostituito quella di Newton nel XX secolo, ma la gravità continua ad esistere. Così l’evoluzione:

«I cani forniscono un esempio evidente e familiare della variabilità genetica nell’ambito di una specie. Nonostante la loro grande variabilità in dimensioni ed aspetto fisico, essi sono tutti membri della stessa specie. I cani sono anche un esempio degli effetti genetici sui comportamenti nell’ambito di una specie. Sebbene le differenze fisiche siano quelle più apparenti, i cani sono stati selezionati per secoli tanto per i loro comportamenti quanto per il loro aspetto. Nel 1576, il più antico vocabolario inglese sui cani classificava le razze principalmente in base al comportamento. Per esempio, i terrier (da “terra”) venivano allevati per strisciare verso gli uccelli e poi saltare per spaventarli, dirigendoli verso le reti del cacciatore. Con l’avvento del fucile, vennero selezionati degli spaniel diversi, portati a puntare, piuttosto che a saltare. L’autore del libro del 1686 era interessato in modo particolare al temperamento: “Gli spaniel sono per natura molto affettuosi, superando ogni altra creatura, dal momento che non abbandonano il padrone né al caldo né al freddo, né sotto la pioggia né sotto il sole, né di giorno né di notte”.»

«La classificazione dei cani in base al comportamento continua ancor oggi. I cani da pastore accudiscono le greggi, i cani da cerca cercano, i cani da pista seguono le piste e i cani da punta puntano con un addestramento minimo. Le razze differiscono anche in modo evidente per quanto riguarda l’intelligenza e i tratti del temperamento quali l’emotività, il dinamismo e l’aggressività, Il processo di selezione può essere regolato in modo piuttosto preciso. Per esempio in Francia, dove si ricorre ai cani principalmente per il lavoro agricolo, ci sono diciassette razze di cani da pastore e specializzati in diversi aspetti di questo lavoro. In Inghilterra, i cani sono stati selezionati principalmente per la caccia, e ci sono ventisei razze riconosciute di cani da caccia. La variabilità genetica dei cani non è inusuale, sebbene sia inusuale la misura in cui le diverse razze sono state intenzionalmente selezionate per accentuarne le differenze genetiche.» [5]

 

La selezione naturale

Per quanto i princìpi base impostati nel XIX secolo dallo scienziato inglese Charles Darwin costituiscano ancora il fondamento della teoria evoluzionista, lo studio dell’evoluzione è stato affinato nel corso degli anni, in particolare alla luce della conoscenza genetica resa possibile dagli avanzamenti nel campo della biologia molecolare.

I geni sono prodotti chimici che dirigono la sintesi di altri prodotti chimici, Edward Tatum e George Wells Beadle condussero ricerche sulla trasmissione delle caratteristiche ereditarie dei geni e provarono che geni particolari sono responsabili della produzione di particolari enzimi, quindi i geni regolano tutti i processi biochimici. Per il loro lavoro sulla genetica, essi nel 1958 hanno condiviso con Joshua Lederberg il Premio Nobel per la fisiologia e la medicina.

Un esempio di evoluzione citato frequentemente riguarda una falena inglese. Un singolo gene determina se il colore della falena è chiaro o scuro.

Prima del 1848, le falene scure costituivano meno del 2% della popolazione. Ma sul finire dell’Ottocento, la caligine proveniente dalle fabbriche inglesi aveva scurito la corteccia normalmente chiara delle betulle sulle quali le falene erano solite posarsi. Gli uccelli potevano scorgere chiaramente le falene chiare su uno sfondo scuro e se le mangiavano. Come risultato, più falene scure sopravvivevano fino all’età riproduttiva e generavano una discendenza.

Nel 1898, il 95% delle falene di Manchester e di altre zone fortemente industrializzate erano scure. Il cambiamento nella frequenza delle falene scure rappresentava un cambiamento nel corredo genetico. Questo cambiamento era, per definizione, evoluzione. L’aumento dell’abbondanza relativa delle falene del tipo scuro era dovuto a “selezione naturale” (cioè a una selezione operata dall’ambiente).

La selezione naturale favorisce i geni (o i gruppi di geni) che hanno successo nel riprodursi nel maggior numero di copie — cioè che generano la “massima potenza” — nelle condizioni ambientali correnti. La teoria della selezione naturale è ben consolidata nei circoli scientifici ed è raramente messa in dubbio.

 

Geni egoisti e animali non egoisti

I recenti avanzamenti nella teoria dell’evoluzione, hanno portato alla prima teoria scientifica sul comportamento umano: la “psicologia evolutiva”. Al centro della psicologia evolutiva sta il concetto che gli animali hanno una storia evolutiva che li predispone a comportarsi in modi adattivi nei confronti della sopravvivenza e della riproduzione. [6]

La teoria dell’evoluzione ha centrato l’obiettivo quanto Dawkins ha spiegato che gli animali, per analogia, potrebbero essere intesi come null’altro che il modo in cui i geni producono altri geni — i così detti “geni egoisti” (che non è la stessa cosa che “animali egoisti”). Ciò che ci sembra un comportamento non egoista (tecnicamente noto come “altruismo reciproco” [7]) si evolve da geni egoisti. Ecco come può accadere:

Supponete che un gene per un comportamento del tipo “fai-la-cacca-sulle-rocce” e un gene per un comportamento del tipo “fai-la-cacca-sull’erba” siano entrambi presenti in una popolazione di carnivori. Ciascuno di questi geni è “egoista”, nel senso che è interessato solo alla propria riproduzione. Inoltre, ciascuno di questi geni controlla le abitudini defecatorie dei carnivori nei quali alloggia.

I carnivori che “fanno-la-cacca-sull’erba” fertilizzano il suolo favorendo la crescita dell’erba. L’erba nutre i conigli, i carnivori mangiano i conigli e, alla fine, producono più geni “egoisti” del tipo “fai-la-cacca-sull’erba”. Quei carnivori che “fanno-la-cacca-sulle-rocce”, moriranno di fame, il che a sua volta farà sì che il gene del tipo “fai-la-cacca-sulle-rocce” venga eliminato dal corredo genetico.

I conigli credono che i carnivori che sopravvivono siano dei benigni. I carnivori non si pongono neppure lontanamente il problema. Quando se ne fa una sintesi — si elimina tutto il gergo tecnico — la teoria evoluzionista è semplice ed elegante!

 

Sfondamento, crollo e morìa

«Tutte le specie si espandono fin dove le risorse lo consentono ed i predatori, i parassiti e le condizioni fisiche lo permettono. Quando una specie viene introdotta in un nuovo habitat nel quale sono presenti risorse abbondanti che si sono accumulate prima del suo arrivo, la popolazione si espande rapidamente fino al momento in cui le risorse sono state sfruttate completamente. opolazione si espande rapidamente fino al punto in cui le risorse sono state sfruttate completamente. Nel processo di vinificazione, per esempio, una popolazione di cellule di lievito cresce esponenzialmente in un succo d’uva appena spremuto fino a quando le sostanze nutrienti sono esaurite — o fino a quando i prodotti di scarto diventano tossici.»
— David Price; da “Energia ed evoluzione umana

I sistemi complessi molto ordinati (per esempio la gente, le istituzioni) si evolvono a spese di un crescente disordine ai livelli più elevati della gerarchia del sistema. Ciò è comunemente evidente nella ricerca del guadagno individuale a spese della comunità nel suo complesso. Quando gli individui raggiungono il massimo dei vantaggi, la popolazione si trova di fronte ad uno sfondamento dei limiti e sopraggiunge una moria.

Nel 1944, 29 renne furono trasferite sull’Isola di St. Matthew. Le renne prosperarono traendo vantaggio dalla ricchezza delle risorse naturali dell’isola. Su di essa non c’erano predatori naturali che potessero tenere la popolazione delle renne sotto controllo, così le renne aumentarono nei diciannove anni successivi, fino a raggiungere i 6000 capi. Improvvisamente, le risorse naturali si esaurirono e la popolazione crollò fino a ridursi a sole 42 renne! [8]

Esattamente come gli abitanti dell’Isola di Pasqua, le renne non furono in grado di escogitare un sistema che consentisse loro di trovare un corretto equilibrio con il proprio ambiente. Quindi, naturalmente, anch’esse subirono una morìa.

 

Credenti nati

«La mente umana si è evoluta per credere negli dei… L’accettazione del sovrannaturale ha comportato grandi vantaggio nel corso dell’intera preistoria, mentre il cervello si stava evolvendo. Ciò è quindi in forte contrasto [con la scienza], che si è evoluta come prodotto dell’era moderna e non è scritto negli algoritmi genetici.»
— E.O. Wilson

«BASE DELL’AVIAZIONE MILITARE DI DOVER, Delaware (CNN) — I resti degli ultimi quattro marinai che erano tra i diciassette uccisi nell’attacco alla USS Cole sono arrivati alla Base dell’Aviazione Militare di Dover.»

La recente tragedia della USS Cole è stato un commovente segno in memoria di come la selezione naturale favorisca il misticismo sul realismo. Ciò avviene a causa del tipo di comportamento che genera:

«Precisamente, ciò in cui crediamo non è materiale; ciò che conta è il tipo di comportamento che genera. Questa è la ragione per la quale l’umanità è caratterizzata da così sconvolgenti differenze nei suoi credo. Per quanto riguarda i nostri geni, possiamo credere che l’universo sia guidato da un ciccione su una bicicletta verde, purché tale credo ci obblighi con efficacia ad adottare comportamenti geneticamente vantaggiosi in tutti gli aspetti della sequenza evolutiva, quali la nutrizione, l’accoppiamento, l’allevamento della prole, l’istituzione e la protezione della famiglia, della tribù e del territorio.» [9]

Immaginate che due gruppi di uomini si oppongano l’un l’altro sul campo di battaglia per difendere le proprie tribù (i propri corredi genetici) — ciascuno di essi con lo stesso numero di individui, le stesse abilità e le stesse armi. Un gruppo crede che chi muore uccidendo il nemico passerà l’eternità seduto su una nuvola a suonare l’arpa. L’altro gruppo ha studiato con attenzione la teoria evoluzionista e crede che chi muore cessa completamente di esistere.

Quale tribù (corredo genetico) è in vantaggio? Sono in vantaggio coloro che credono nell’eterno concerto di arpe. Perché? Perché è meno probabile che coloro che non si sono evoluti per credere negli dei sacrifichino la propria vita per la tribù. Così, i geni per il pensiero scientifico tendono ad essere rimossi dal corredo genetico, mentre quelli per il misticismo vengono promossi:

«Nell’introduzione al suo libro “L’orologiaio cieco” [titolo originale: “The Blind Watchmaker” - N.d.T.], il distinto evoluzionista inglese Richard Dawkins arrivò a lamentarsi: “È quasi come se il cervello umano fosse specificamente progettato per fraintendere il darwinismo e a trovarlo difficile da credere”. Il nostro bisogno universale, e quindi genetico, di intendere noi stessi come separati dal resto del mondo animale assicura che la maggior parte del genere umano continuerà ad essere quantomeno sospettoso, se non completamente avverso, alle affermazioni eretiche di Charles Darwin. Continuiamo opportunisticamente a sostenere che noi soli, tra tutte le specie della Terra, non siamo animali normali, una pretesa straordinaria che richiede una prova straordinaria. E non esiste alcuna prova di quel genere.»

«Non esiste il benché minimo brandello di prova, sia essa di ordine morfologico o genetico, che suggerisca che l’homo sapiens non sia, come tutti gli altri animali, un prodotto naturale dell’evoluzione. Quindi noi, come ogni altro animale, siamo scevri da influenze sovrannaturali buone, cattive o divine. Saremo anche eccellenti comunicatori e costruttori di utensili oltre ad essere i più logici, consapevoli, mistici e maliziosi animali della Terra, ma prove schiaccianti dimostrano che queste distinzioni sono riferite al grado, non al tipo. Il solo argomento irrefutabile a favore del concetto che l’umanità sia speciale è, nei fatti, puramente mistico — e totalmente vizioso. Eppure, il mito continua a sopravvivere.» [10]

Dal momento che siamo geneticamente inclini ad ingannare noi stessi nel credere agli dei — esattamente come i bambini credono a Babbo Natale — preferiamo rimanere naturalmente ignoranti circa la nostra vera natura. Quando veniamo messi di fronte alla “dura realtà”, pretendiamo una prova scientifica che Babbo Natale non esista. Ovviamente, è impossibile provare che Babbo Natale non esiste. Così, ignoriamo la realtà e crediamo che Babbo Natale ci porterà i suoi doni (tanto che essi assumano la forma del “libero mercato” o di qualche nuova, meravigliosa “tecnologia”).

 

Bugiardi nati

«Né ad un principe mancheranno mai ragioni legittime per mascherare la sua malafede. Si potrebbe citare una quantità di esempi moderni ed elencare i molti trattati di pace, le molte promesse rese nulle e vuote dai prìncipi che non vi hanno tenuto fede, a vantaggio di colui che meglio sapeva essere astuto come una volpe. Ma occorre sapere come mascherare abilmente questa natura ed essere un grande simulatore. Gli uomini sono così semplici e così inclini ad obbedire alle necessità immediate, che un ingannatore non rimarrà mai senza vittime per le sue insidie.»
— Niccolò Macchiavelli

Gli studi hanno dimostrato che la gente non è “razionale”. Sebbene il concetto secondo il quale le persone sarebbero “massimizzatori razionali di cose utili” fosse in voga un centinaio d’anni fa, un concetto simile viene oggi insegnato solo agli economisti. Gli scienziati sanno oggi che il comportamento umano è mosso da una chimica cerebrale “irrazionale” e, quindi, “razionalizzato” in un secondo tempo:

«Quando un soggetto dal cervello sezionato viene sottoposto a dei test nei quali la metà rimanente del cervello non conosce la risposta corretta, esso spesso cerca di combinare qualcosa basandosi sulle informazioni delle quali dispone.» [11]

Alla fine degli anni ‘50, il sociologo Ervin Goffman creò un certo subbuglio con un libro che metteva in evidenza la quantità di tempo che passiamo come su un palco, recitando di fronte ad un qualche pubblico, Goffman si stupiva che a volte una persona sia “sinceramente convinta che l’impressione della realtà che sta inscenando sia la vera realtà”.

Ciò che la moderna teoria evoluzionista aggiunge all’osservazione di Goffman, è una spiegazione della funzione pratica dell’autoinganno: inganniamo noi stessi per ingannare meglio gli altri. Nella sua prefazione a “Il gene egoista” (titolo originale: “The Selfish Gene” - N.d.T.) di Richard Dawkins, Robert Trivers notava l’enfasi che l’autore poneva sul ruolo dell’inganno nella vita animale e aggiungeva, in una frase molto citata, che se davvero “ingannare è fondamentale nella comunicazione animale, allora deve esserci una forte selezione in favore dell’inganno, e questa, a sua volta, dovrebbe selezionare un certo grado di autoinganno, rendendo inconsci alcuni fatti e motivazioni, in modo da non tradire per mezzo di sottili segni di consapevolezza che è in atto un inganno”. Quindi, “la visione convenzionale secondo la quale la selezione naturale favorirebbe i sistemi nervosi che producono immagini del mondo sempre più accurate, deve essere una visione molto ingenua dell’evoluzione mentale”. [12]

Negli affari, in amore e in politica, la “sincerità” è tutto. Se puoi contraffarla, il gioco è fatto:

«Ci sono due altri grandi campi nei quali la presentazione di sé e la percezione degli altri hanno una grande conseguenza darwiniana: l’altruismo reciproco e la gerarchia sociale. In questi casi, come in campo sessuale, l’onestà può costituire un grave errore. Infatti, l’altruismo reciproco e la gerarchia sociale, insieme, possono essere responsabili della maggior parte della disonestà della nostra specie — che, a sua volta, consiste in buona parte della disonestà dell’intero regno animale. Siamo ben lontani dall’essere l’unica specie disonesta, ma siamo probabilmente la più disonesta di tutte, se non altro per il fatto che parliamo di più.» [13]

DOMANDA: Signor Presidente, come può spiegare il fatto che c’è una macchia del suo sperma su un vestito della Signorina Lewinsky?

CLINTON: Non credo che il toccare direttamente quelle parti del corpo con l’intento di sostenere o gratificare rientri nella definizione di relazione sessuale che mi è stata fornita. E questo è tutto ciò che ho da dire. [14]

Il biologo Lyall Watson riassume l’agenda politica universale: 1) “essere gentili con gli alleati”; 2) “essere fetenti con gli avversari”; 3) “ingannare ogni qualvolta sia possibile”. Rientra nella terza regola il complesso inganno per mezzo del quale le piante e gli animali sfuggono ai predatori, catturano la preda, si assicurano i favori sessuali — e, nel caso dell’homo sapiens, ottengono cariche pubbliche.

 

Politici nati

«Il problema è, ovviamente, che non solo si tratta di bancarotta economica, ma anche che è sempre stato nulla più che un malinteso politico… l’economia è una forma di danno cerebrale.»
— Hazel Henderson

«Nessun’altra disciplina tenta di fare agire il mondo come pensa che il mondo dovrebbe agire. Ma, certamente, ciò che l’Homo sapiens fa e ciò che l’Homo economicus dovrebbe fare sono spesso due cose piuttosto differenti. Questo fatto, però, non inficia il modello di base, come succederebbe in ogni altra disciplina. Significa semplicemente che bisogna fare qualcosa per piegare l’Homo sapiens e renderlo conforme all’Homo economicus. In questo modo, invece di adattare la teoria alla realtà, la realtà viene adattata alla teoria.»
— Lester Thurow

La “politica” è semplicemente un tentativo di costringere qualcuno a comportarsi in un certo modo — sia per mezzo di una ricompensa o di una punizione. Tutti gli animali sociali sono nati politici.

Gli scienziati moderni scoprono la realtà del mondo reale per prima cosa osservando le interazioni fisiche, quindi tentando di dimostrare per mezzo di esperimenti di essere nel torto. Questo principio è noto come “principio di falsificazione”. Se gli scienziati non possono provare di avere torto, allora potrebbero avere ragione.

Centinaia di esperimenti hanno confermato che non siamo scienziati per natura — per natura, siamo politici! Adottiamo per natura una “strategia della falsificazione” nei confronti delle questioni sociali, ma una “strategia della conferma” nei confronti delle questioni del mondo reale:

«Per prima cosa, consideriamo un fenomeno del modo di ragionare umano che chiamo effetto “deontico” (Cummins, 1196b, 1996c). Il ragionamento deontico consiste nel ragionare sui diritti e sui doveri; ovvero, nel ragionare su ciò che ci è permesso fare, su ciò che siamo obbligati a fare, e su ciò che ci è proibito fare (Hilpinen, 1981; Manktelow & Over, 1991). Il ragionamento deontico contrasta con il ragionamento indicativo, che consiste nel ragionare su cosa è vero e cosa è falso. Quando ragionano sulle regole deontiche (le norme sociali), gli umani adottano spontaneamente una strategia di violazione-scoperta: essi cercano degli ingannatori o dei violatori di norme. Questo effetto è evidente nel ragionamento dei bambini di tre anni d’età (Cummins, 1996a; Harris & Nuñez, 1996) ed è stato osservato letteralmente in centinaia di esperimenti sugli adulti nel corso di quasi trent’anni, il che ne fa uno degli effetti più affidabili nella letteratura psicologica (si vedano Cummins, 1996b, 1996c, e Oaksford & Chapter, 1996 per recensioni su tale letteratura).» [15]

La nostra mente non è come un comune computer che può passare istantaneamente da Word a Excel ad Autocad; è piuttosto un insieme estremamente complesso di “wetware” (neuroni, dendriti, risposte endocrine, neurotrasmettitori, ricettori, ecc.) che esce dalla fabbrica ottimizzato per la politica:

«L’ipotesi dell’intelligenza sociale presuppone che le abilità cognitive distintive dei grandi cervelli dei primati (in particolare, dei primati antropoidi) si sono evolute per mezzo di una crescente corsa alle armi, nella quale i competitori sociali svilupparono strategie “macchiavelliche” crescenti.» [16]

In sintesi, l’obiettivo biologico della mente di qualsiasi animale sociale è il “massimo potere sociale” — per riprodurre quanto più possibile i geni che lo hanno creato — e l’attrezzo più importante di ogni animale sociale è la politica.

Gli scienziati hanno scoperto che il modo in cui pensiamo e ciò che pensiamo provoca profondi cambiamenti fisici nel nostro “wetware” in fase di maturazione. Inoltre, questi cambiamenti sono più o meno completi verso i 25 anni d’età. In breve, le menti sono come i muscoli: o li usi, o li perdi.

Tutti i dottori, gli ingegneri e i meccanici che risolvono con successo i problemi del mondo reale, impiegano una varietà di tecniche di “osservazione e falsificazione”; cioè “scarta le cose”, e così sviluppano il “wetware” richiesto per vedere se stessi come parte di un sistema di supporto vitale nel mondo reale. Per contrasto, gli scienziati sociali non risolvono i problemi del mondo reale, e non sviluppano mai il “wetware” necessario. In sintesi, gli manca il cervello per farlo.

Ora sappiamo perché gli abitanti dell’Isola di Pasqua non furono in grado di escogitare un sistema che consentisse loro di trovare il giusto equilibrio con il proprio ambiente! È per il fatto che i politici li governavano — e i politici non sviluppano mai il “wetware” richiesto per accorgersi di ciò che stanno facendo il proprio sistema di supporto vitale. Inoltre, anche quegli individui che avevano sviluppato il “wetware” necessario, erano inclini per natura ad avversare il realismo in favore del misticismo.

Ciò che accadde agli abitanti dell’Isola di Pasqua fu il risultato naturale. Altrettanto naturalmente, accadrà lo stesso anche a noi.

 

Assassini nati

«La guerra è una strategia riproduttiva maschile. Tutto ciò che serve a questa strategia per evolversi è che gli aggressori combattano e vincano più spesso di quanto perdano.»
— Michael P. Ghiglieri

«Una persona di valore può parlare ad una moltitudine corrotta e disordinata può facilmente condurla nella direzione giusta, ma nessuno può parlare ad un cattivo principe, e il solo rimedio è il freddo acciaio.»
— Niccolò Machiavelli

Il principio della Massima Potenza (o “PMP”) afferma che tutti i sistemi aperti (le cellule, gli ecosistemi, la gente, le società, ecc.), nel consentire la continuazione dell’esistenza dei sistemi più grandi dei quali fanno parte, evolvono per consumare quanta più energia possibile. Per questo, il PMP indirizza l’evoluzione ed è coerente con la moderna teoria dell’evoluzione biologica.

Il PMP suggerisce che quando i sistemi vengono distolti dal loro equilibrio, sfruttano a proprio vantaggio ogni mezzo disponibile per resistere alle riduzioni della propria potenza imposti dall’esterno. [ 17] Come suggerisce il PMP, noi animali sociali siamo assassini nati:

«La struttura sociale degli scimpanzé sarebbe unica, se non fosse per il fatto che noi umani agiamo in modo simile. Non si tratta di una coincidenza. Secondo la maggior parte dei criteri tassonomici, gli scimpanzé e gli umani sono specie strettamente imparentate. Oltretutto, la società degli scimpanzé non solo è estremamente sessista — con tutti i maschi che dominano sulle femmine — ma è anche xenofobica al punto da uccidere tutti i maschi forestieri, molti cuccioli e alcune femmine anziane che qualora entrino nel loro territorio. Ad alcuni lettori, il mio impiego della parola “guerra” potrebbe sembrare troppo forte per descrivere ciò che fanno i gruppi di maschi imparentati tra loro. Ma le brutali uccisioni sistematiche, protratte, deliberate e cooperative di ogni maschio di una comunità vicina, oltre all’assassinio genocida e frequentemente cannibalistico di molti dei loro nati, seguito dall’usurpazione delle compagne dei maschi e dall’annessione parziale o completa del territorio dei perdenti, coincide o supera quanto di peggio fanno gli umani nel corso della guerra.»

«Gli scimpanzé selvaggi rivelano i contesti naturali della territorialità, della guerra, della cooperazione maschile, della solidarietà e della condivisione, del nepotismo, del sessismo, della xenofobia, dell’infanticidio, dell’assassinio, del cannibalismo, della poliginia e della competizione tra gruppi di maschi imparentati per l’accoppiamento — comportamenti che si sono evoluti tramite la selezione sessuale. È anche significativo il fatto che nessuna di queste scimmie ha appreso questi comportamenti violenti guardando la TV o rimanendo vittima di svantaggi socioeconomici — scuole scadenti, case in frantumi, pessimi padri, droghe illegali, facile accesso alle armi o qualsiasi altra condizione sociologica. Né queste scimmie sono state spinte alla guerra da qualche ideologia politica, religiosa o economica o dalla retorica di un demagogo pazzo. Né stavano cercando una “identità” o un rifugio sotto la protezione di qualche nobile. Piuttosto, essi stavano obbedendo agli istinti, codificati nella psiche maschile, che imponevano loro di vincere contro gli altri maschi.» [18]

Il PMP suggerisce che quando le tribù si trovano di fronte ad una riduzione di risorse critiche, muovono guerra contro qualche tribù più debole:

«L’analista bellico Andreski ha concluso che l’elemento scatenante della maggior parte delle guerre è la fame, o anche “una semplice riduzione degli standardi di vita abituali”. Gli antropologi Carol e Melvin Ember hanno dedicato sei anni a studiare la guerra tra 186 società preindustriali degli anni ‘80. Essi si sono concentrati sui tempi precedenti il contatto, nella speranza di raccogliere i dati “più puri e meno distorti”. Sembra che Andreski avesse ragione. Gli Embers scoprirono che la più comune causa di guerra era la paura delle privazioni. I vincitori delle guerre che hanno studiato, presero quasi sempre ai loro nemici i territori, il cibo e/o altre risorse critiche. Inoltre, disastri imprevedibili che portatono a gravi privazioni — siccità, malattie delle piante, alluvioni e gelate — provocarono più guerre di quanto avessero fatto le carenze croniche.»

«Questo fatto, rimane valido anche tra le nazioni moderne. Nel 1933, gli scienziati politici Thomas E Homer-Dixon, Jeffrey H, Boutwell, e George W, Rathjens, esaminarono le cause profonde dei recenti conflitti globali e conclusero: “Ci sono legami causali significativi tra le carenze di risorse rinnovabili e la violenza”. In breve, molte guerre sembrano essere un furto di massa, collettivo delle risorse vitali di un altro gruppo sociale.» [ 19]

Ogni cosiddetto “motivo” dato per enfatizzare la competizione (ad esempio, “lavoro, lavoro, lavoro”) non è altro che una “razionalizzazione” progettata per ottenere l’approvazione sociale per la difesa dei propri geni:

«Jim Baker, tentò di spiegare le ragioni economiche dell’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti dicendo che il questione era “lavoro, lavoro, lavoro”. Immediatamente, la stampa gli fu addosso… Nei fatti, Jim stava semplicemente ripetendo quello che noi eravamo andati dicendo… un punto che io stesso avevo trattato in un discorso di metà agosto. Non c’era alcuna incoerenza.»
— Presidente President George Bush Sr. [20]

Siamo davvero degli assassini fatti e finiti! È difficile credere che abbiamo sterminato così tanti dei nostri compagni negli ultimi 100 anni:

 

STATO PERIODO OMICIDI
URSS 1917-1987 61.911.000
Cina (RPC) 1949-1987 35.236.000
Germania 1933-1945

20.946.000

Cina (KMT) 1928-1949 10.075.000
Giappone 1936-1945 5.964.000
Cina (Mao) 1923-1949 3.466.000
Cambogia 1975-1979 2.035.000
Turchia 1909-1918 1.883.000
Vietnam 1945-1987 1.670.000
Polonia 1945-1948 1.585.000
Pakistan 1958-1987 1.503.000
Iugoslavia (Tito) 1944-1987 1.072.000
Corea del Nord 1948-1987 1.663.000
Messico 1900-1920 1.417.000
Russia 1900-1917 1.066.000
Cina (Signori della Guerra) 1917-1949 910.000
Turchia (Ataturk) 1919-1923 878.000
Regno Unito 1900-1987 816.000
Portogallo (dittatura) 1926-1982 741.000
Indonesia 1965-1987 729.000
Assassini vari 1900-1987 13.636.000
OMICIDI TOTALI 1900-1987 169.202.000

 

Faremo ancora di meglio nei prossimi cent’anni! Ne uccideremo miliardi!

 

La tragedia

«Per l’uomo libero, il Paese è una raccolta degli individui che lo compongono… Egli non riconosce nessun obiettivo nazionale, se non il traguardo prevalente tra quelli che i cittadini servono individualmente. Egli non riconosce alcun obiettivo nazionale, se non il traguardo prevalente tra quelli che per i quali i cittadini si battono individualmente.»
— Milton Friedman, “Capitalism and Freedom”

«Potremmo chiamarla “la tragedia della proprietà comune”, usando la parola “tragedia” nel senso che le attribuisce il filosofo Whitehead: “L’essenza della tragedia drammatica non è l’infelicità. Risiede nella solennità dello spietato procedere delle cose”.»
— Garret Hardin, “The Tragedy of the Commons”

La struttura politica complessiva dell’America è qualcosa di simile a quanto segue (questo non è un “modello”, è qualcosa di “euristico”):

 

La minoranza ricca determina la “logica del profitto”:
le leggi americane e gli accordi commerciali regolano le attività complessive della società a livello di grandi aggregazioni (i ricchi dominano sui poveri in virtù del Primo e del Quinto Emendamento).
  Grandi corporazioni:
le grandi corporazionei sono strutture tecniche autonome (macchine) che seguono la “logica del profitto” compresa nel modo in cui sono progettate; coloro che non lo fanno vengono eliminati per mezzo della bancarotta.
  Mezzi di informazione:
le corporazioni pagano i mezzi di informazione per programmare i “consumatori”.
  Consumatori:
fanno ciò che l’evoluzone e i mezzi di informazione li hanno programmati a fare: consumano il proprio stesso sistema di supporto vitale ed eleggono i “traditori”.
  Traditori eletti:
fanno quello per cui sono stati eletti, cioè vendono le proprietà comuni per ottenerne vantaggi personali. Coloro che non lo fanno vengono eliminati per mezzo di campagne di diffamazione.

 

In una cosiddetta “società libera” come la nostra, gli individui tenderanno ad autoselezionare le posizioni nell’ambito del sistema nelle quali poter portare al massimo il proprio benessere complessivo. Per esempio, “le elezioni popolari” tenderanno ad eleggere coloro che sono più abili a mentire e i meno realistici.

La struttura del nostro sistema sociale tenderà a rinforzare i suoi centri di potere fino a quando rimarrà senza energia. A quel punto collasserà, come hanno già fatto così tante civiltà in passato. [ 21]

Nel suo classico del 1968, “La tragedia delle proprietà comuni” [titolo originale: “The Tragedy of the Commons” - N.d.T.], [22] Garrett Hardin illustra il motivo per il quale ovunque le comunità sono destinate alla tragedia — è perché la libertà nel campo delle cose comuni porta tutti alla rovina:

Immaginate un pascolo come un sistema aperto a chiunque. La capacità di carico di questo pascolo è di dieci animali. I pastori portano al pascolo un animale ciascuno, per ingrassarlo e venderlo al mercato. In altre parole, i dieci animali stanno ora consumando tutta l’erba che quel pascolo è in grado di produrre.

Enrico (uno dei pastori) aggiunge un animale al pascolo, se può trarne profitto. Egli sottrae il costo iniziale del nuovo animale dal prezzo di vendita previsto, quindi considera il costo del cibo per ingrassarlo. Aggiungere un nuovo animale, significa meno cibo per ciascuno degli altri già presenti ma, dal momento che Enrico possiede solo 1/10 della mandria, egli dovrà pagare solo 1/10 del costo. Enrico decide di “sfruttare” (cioè di impiegare al meglio) la proprietà comune, per cui aggiunge un animale e ne trae profitto.

Il ridotto margine di profitto, obbligherà gli altri pastori o ad abbandonare gli affari o ad aggiungere ulteriori animali. Questo processo di sfruttamento reciproco continuerà fino a che l’eccesso di animali al pascolo porterà ad uno scadimento della quantità e della qualità dell’erba, e l’erosione distruggerà il pascolo. Tutti i pastori saranno a quel punto esclusi dall’affare.

Ancor più importante, Hardin illustra il difetto fondamentale della libertà nei confronti della cosa comune: tutti i partecipanti devono essere d’accordo nel preservarla, ma chiunque può portare alla sua distruzione. Sebbene Hardin descriva lo sfruttamento umano in un pascolo pubblico non regolamentato, i suoi princìpi di proprietà comune ed “erba” si adattano alla nostra società nel suo complesso.

La cosiddetta “proprietà privata” è parte inestricabile della nostra proprietà comune, dal momento che fa parte del nostro sistema di supporto vitale e del nostro sistema sociale. I proprietari modificano il nostro sistema di supporto vitale e il nostro sistema sociale quando alterano la loro terra per “trarre profitti” — quando la coprono con colture o con cemento.

Il vicinato, le città e gli stati sono proprietà comuni nel senso che a nessuno è negato l’ingresso. Chiunque può entrare e avanzare pretese sulle risorse comuni. Si possono intendere i “profitti” come proprietà comune quando una qualsiasi quantità di corporazioni —provenienti da qualsiasi parte del mondo —trae profitti entrando in competizione per la propria clientela con gli affari locali.

Si possono intendere le “retribuzioni” come proprietà comune quando una qualsiasi quantità di lavoratori — provenienti da qualsiasi parte del mondo — può entrare nella nostra comunità e traxcinare verso il basso le paghe entrando in competizione per i posti di lavoro con i lavoratori locali. Perfino la gente stessa diviene proprietà comune quando viene sfruttata da altri. Ovunque si guardi, è possibile vedere la tragedia. Non esiste soluzione tecnologica al problema delle proprietà comuni, ma i governi possono agire per limitarne l’accesso, e in quel preciso momento, esse cessano di essere proprietà comune.

Nel sistema politico basato sul capitale privato che abbiamo in America, ogni cosa (gente inclusa) diviene proprietà comune poiché i soldi costituiscono il potere politico e tutte le decisioni politiche sono ricondotte a decisioni economiche. In altre parole, non abbiamo un sistema politico, ma solo un sistema economico — ogni cosa è in vendita. Quindi, l’America è una grande proprietà comune che sarà sfruttata fino alla sua completa distruzione.

 

La fine del petrolio

«Il petrolio ha letteralmente dettato la politica economica e militare per decenni. All’inizio del XX secolo, dopo la I Guerra Mondiale, ha provocato la divisione del Medio Oriente; ha indotto la Germani a e il Giappone ad estendere i propri tentacoli oltre i confini nazionali; l’embargo del petrolio arabo; la guerra Iran-Iraq; la Guerra del Golfo. È tutto chiaro.»
— Bill Richardson, Segretario dell’Energia, 09/12/1999

Uno degli aspetti più importanti dell’energia è la sua “qualità”. I diversi tipi di carburanti hanno una diversa qualità. Per esempio, il carbone contiene più energia per quintale rispetto al legname, il che rende il carbone più efficiente da immagazzinare e trasportare rispetto al legname. Il petrolio ha un contenuto energetico per unità di peso e una temperatura di combustione maggiori rispetto al carbone; è più facile da trasportare e può essere impiegato nei motori a combustione interna. Una locomotiva diesel utilizza solo un quinto dell’energia di una locomotiva a vapore alimentata a carbone per trascinare lo stesso treno.

Il petrolio è la forma di energia più importante tra quelle che usiamo, costituendo circa il 40% delle forniture energetiche mondiali, o 152.000 miliardi di Btu, (DOE, 1998). Nessun’altra fonte energetica eguaglia le qualità intrinseche di estraibilità, trasportabilità, versatilità e costo del petrolio. Le qualità che hanno consentito al petrolio di avere il sopravvento sul carbone come fonte di energia principale nel mondo industrializzato a metà del XX secolo sono importanti oggi come allora. I molti vantaggi del petrolio forniscono un valore economico per chilocaloria da 1,30 a 2,45 volte maggiore rispetto a quello del carbone. [23]

Gli esperti in campo petrolifero Colin Campbell, Jean Laherrere, Brian Fleay, Roger Blanchard, Richard Duncan, Walter Youngquist e Albert Bartlett hanno stimato (con metodi diversi) un “picco” nella produzione di “petrolio convenzionale” intorno al 2005. Anche i dirigenti di Agip, ENI S.p.A. (compagnie petrolifere italiane) e Arco hanno tutti pubblicato stime del picco per il 2005. Quindi, pare che si tratti di una stima affidabile. [24]

Gli studi evidenziano che nulla può rimpiazzare il petrolio: “È stata pubblicata una recente recensione delle prospettive future di tutte le alernative. La conclusione raggiunta è che non esiste nulla in grado di sostituire completamente il petrolio nei suoi molti e svariati impieghi”. [25] Quando il petrolio sarà esaurito, la produzione alimentare si ridurrà ad una frazione di quella attuale: “Se venissero meno i fertilizzanti, parte dell’irrigazione [in parte resa possibile dall’impiego del petrolio] e i pesticidi, i raccolti del mais, giusto per fare un esempio, crollerebbero da circa 12000 litri per ettaro a circa 2700 litri per ettaro”. [26]

 

Correre sul vuoto

«Se qualcuno vi fa notare che la vostra teoria preferita sull’universo è in disaccordo con le equazioni di Maxwell… be’, peggio per le equazioni di Maxwell. Se la vostra teoria preferita sull’universo venisse contraddetta dalle osservazioni sperimentali… be’, questi sperimentatori a volte sono un po’ pasticcioni. Ma se la vostra teoria preferita sull’universo risulta essere contraria alla seconda legge della termodinamica, non posso darvi alcuna speranza; la vostra teoria non può che crollare sotto i colpi delle più profonde umiliazioni.»
— Sir Arthur Eddington

«Questa [crisi energetica] ci coglie di sorpresa.»
— portavoce dell’INTEL (12/07/00)

Per definizione, le “fonti” di energia devono produrre più energia di quanta ne consumino, altrimenti si chiamano “perdite”.

Né il capitale, né il lavoro, né la tecnologia — né i più rosei desideri — possono “creare” l’energia (ricordate la prima legge della termodinamica). Piuttosto, occorre impiegare energia per trasformare le “scorte” energetiche esistenti (per esempio il petrolio) o per converitre un “flusso” di energia già esistente (ad esempio il vento) in energia disponibile. I motori che oggigiorno sono in funzione nella nostra società (i cosiddetti “motori termici”, come i motori diesel) sprecano il 50% dell’energia contenuta nei combustibili che impiegano (ricordate la seconda legge della termodinamica).

Una “scorta” di energia (ad esempio il petrolio) non costituisce una fonte di energia sostenibile, poiché le scorte alla fine si esauriscono. Quindi, i sistemi energetici sostenibili devono essere basati su “flussi”, come le radiazioni solari, le maree oceaniche o il calore terrestre.

La “eMergy” solare di H.T. Odum (“eMergy” sta per “eMbodied energy”, ovvero “energia incorporata”) misura tutta l’energia (riequilibrata in base alla qualità) che è necessaria per produrre un bene. I calcoli di Odum evidenziano che la sola forma di energia alternativa che può sopravvivere all’esaurimento dei combustibili fossili è la combustione delle biomasse (legname, escrementi animali o torba), l’energia idroelettrica, l’energia geotermica delle zone vulcaniche e alcuni tipi di generazione eolica dell’elettricità. L’energia nucleare potrebbe essere praticabile se si potesse superare il problema della scarsità di combustibili. Nessun’altra alternativa (per esempio il solare fotovoltaico) produce una quantità di energia netta sufficiente per raggiungere la sostenibilità. In breve, non c’è via d’uscita.

Il fatto che la nostra società non possa sopravvivere con le energie alternative, non dovrebbe costituire una sorpresa, poiché solo un idiota crederebbe che i mulini a vento e i pannelli solari possano essere in grado di far funzionare i bulldozer, gli ascensori, le fonderie, le vetrerie, il riscaldamento elettrico, l’aria condizionata, gli aerei, le automobili, ecc. e avanzare ancora abbastanza energia per supportare un sistema politico corrotto, gli eserciti, ecc.

Ci piace credere che siano al potere per tutelare il nostro futuro ma, in realtà, i politici ci hanno condannato a combattere a morte per delle risorse in via di esaurimento.

 

Uomini qualunque

«Per gli interessi esiste sempre un compromesso, un accomodamento che non minacci alla radice la nostra natura più profonda sacrificandone i valori. Sotto l’impatto dei mezzi di comunicazione elettronici, questa distanza psicologica è venuta meno ed ora scopriamo che le persone con le quali avremmo potuto trovare un compromesso per quanto riguarda gli interessi, dopo tutto, non sono realmente interessate ad essi, ma ai valori. Inoltre, il loro comportamento nel bel mezzo del nostro soggiorno evidenzia un insieme di valori incompatibili con i nostri. Di conseguenza, i compromessi che accettiamo non sono quelli di un contratto, ma quelli di una cultura. Mentre i primi sono accettabili, qualsiasi forma di compromesso sui secondi non costituisce un comportamento razionale, quanto piuttosto un chiaro esempio di apostasia o di eresia. Quindi, non siamo giunti ad un’era di accordi, ma ad un’era di scontri.»
— Beryl Crowe

«L’aspirante saggio di una società in disgregazione è secessariamente un saggio con una spada.»
— Arnold J. Toynbee

«Per volere di un chiodo, la scarpa è perduta,
per volere di una scarpa, il cavallo è perduto,
per volere di un cavallo, il cavaliere è perduto.»

NELLE PRIMISSIME ORE DEL 13 LUGLIO 1942, gli uomini del 101° Battaglione delle Riserve di Polizia furono sbattuti giù dalle loro cuccette nella grande scuola di mattoni che serviva loro da rifugio nella città polacca di Bilgoraj. Erano padri di famiglia di mezza età della classe lavoratrice e medio-bassa provenienti dalla città di Amburgo. Considerati troppo anziani per potere servire nell’esercito tedesco, erano stati arruolati nella Polizia. La maggior parte erano reclute fresche senza alcuna esperienza precedente nel territorio tedesco occupato. Erano arrivati in Polonia meno di tre settimane prima.

Era ancora piuttosto buio quando gli uomini salirono sui camion in attesa. Ad ogni poliziotto erano state date munizioni extra e altre casse erano state caricate sui camion. Essi erano diretti alla loro prima azione importante, sebbene agli uomini non fosse ancora stato detto cosa li aspettava.

Il convoglio dei camion uscì da Bilgoraj avvolto dall’oscurità, dirigendosi ad est lungo una malmessa strada in ghiaia. La velocità era ridotta, e ci vollero tra un’ora e mezza e due ore per arrivare a destinazione — il villaggio di Józefów — a soli trenta chilometri di distanza. Il cielo stava appena schiarendosi quando il convoglio si fermò alle porte di Józefów. Era un tipico villaggio polacco costituito da modeste case bianche dai tetti di paglia. Tra gli abitanti c’erano 1800 Ebrei.

Il villaggio era immerso in un silenzio assoluto. Gli uomini del 101° Battaglione delle Riserve di Polizia scesero dai camion e si raccolsero a semicerchio intorno al loro comandante, il maggiore Wilhelm Trapp, un poliziotto di carriera cinquantatreenne affettuosamente noto tra i suoi uomini come “Papà Trapp”. Per Trapp era giunto il momento di rivolgersi agli uomini e di informarli degli ordini che il battaglione aveva ricevuto.

Pallido e nervoso, con la voce rotta e le lacrime agli occhi, Trapp combatteva palesemente per controllarsi mentre parlava. Il battaglione, disse tristemente, doveva svolgere un compito tremendamente ingrato, l’assegnazione del quale non era affatto avvenuta per fargli un piacere, ma gli ordini provenivano dalle massime autorità. Se ciò avesse reso loro il compito più semplice, gli uomini avrebbero potuto ricordare che in Germania le bombe cadevano su donne e bambini.

Passò quindi al nocciolo della questione. Un poliziotto ricordava che Trapp disse che gli Ebrei avevano istigato il boicottaggio americano che aveva danneggiato la Germania. Secondo altri due, spiegò che nel villaggio di Józefów c’erano Ebrei coinvolti con i partigiani. Al battaglione era stato ordinato di catturare quegli Ebrei. Gli Ebrei in età lavorativa dovevano essere separati e condotti a un campo di lavoro. Quelli rimanenti — le donne, i bambini e gli anziani — dovevano essere fucilati sul luogo. Dopo aver spiegato ai suoi uomini cosa li attendeva, Trapp fece un’offerta straordinaria: se uno qualsiasi tra gli uomini più anziani del battaglione non si sentiva all’altezza del compito assegnato, si sarebbe potuto ritirare. [27]

«Perché non si guardarono intorno, non si resero conto di ciò che stavano facendo e non si fermarono prima che fosse troppo tardi? Cosa pensavano, quando tagliarono l’ultima palma?»
— Jared Diamond, da “La fine dell’Isola di Pasqua


[1] Nel 1991, Kay e Schneider hanno spiegato il suggerimento di Lotka secondo il quale i sistemi viventi massimizzano il proprio flusso di energia, il principio di H. T. Odum della Massima Potenza negli ecosistemi e la conduttività massima dell’energia di Lieth. http://www.fes.uwaterloo.ca/u/jjkay/pubs/Life_as/text.html. L’efficienza energetica è regolata sulla massima potenza. Il risparmio energetico porta ad una maggiore produzione di energia. http://www.uh.edu/admin/engines/epi984.htm.
[2] “Death By Government”, R.J. Rummel; Transaction Publishers, 1997; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1560009276/brainfood.ahttp://www2.hawaii.edu/~rummel/welcome.html.
[3]

“The Dark Side of Man: Tracing the Origins of Male Violence”, by Michael P. Ghiglieri; Perseus, 1999; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/073820076X/brainfood.a.

[p. 179] «La “verità” centrale dei sociologi è che la natura, specialmente quella del genere umano, è benevola e che la gente è progettata per fare quelle cose che, alla fine, favoriscono la sopravvivenza della specie. Quindi, la gente non potrà mai essere stata equipaggiata dalla natura con istinti che spingano ad uccidere altre persone. Quest’idea proviene dalla scuola della biologia di Bambi, una visione Disneyana della natura intesa come raccolta di creature morali e altruiste. Essa ammira la natura per la sua armonia, per la bellezza delle sue forme, per il suo apparente “equilibrio” o addirittura per la sua cooperatività. Essa ammira il cervo per la sua bellezza e per la sua agilità, e ammira parsimoniosamente il leone per la sua forza e la nobiltà delle sue forme. Se c’è qualcosa di sbagliato in noi, spiega questa visione del mondo dei sociologi, è un problema socioculturale che possiamo risolvere risocializzando la gente. Non è un problema biologico.»

«La natura, però, è in realtà uno stato dinamico di lotte ricorrenti e di competizione senza tregua, di predatori impegnati e di parassiti, e di difesa egoista. Il cervo deve la sua bellezza e la sua agilità a predatori quali i leoni di montagna (che uccidono i cervi più goffi e lenti per primi), ai competitori alimentari e alla competizione tra maschi per l’accoppiamento. Senza predatori, il cervo non solo mancherebbe di agilità, ma sarebbe addirittura senza gambe. Sarebbero dei lumaconi che strisciano da una pianta all’altra. Eppure, anche se questi cervi-lumaca fossero i soli animali in circolazione, la selezione naturale favorirebbe l’evoluzione di cervi-lumaca più veloci ed aggressivi e favorirebbe ogni altro tratto in grado di renderli migliori competitori l’uno contro l’altro. Il che comprenderebbe l’uccisione di un cervo-lumaca da parte di un altro in quelle situazioni nelle quali tutto si riduce al dover scegliere tra uccidere o morire.»

«Inoltre, la forza e il nobile aspetto del leone (o del gatto o del cane di famiglia) è dovuto interamente al fatto che la selezione naturale ha dato forma non solo ad un agile predatore, ma anche ad un competitore molto violento nei confronti del suo stessi simili, in tutte quelle situazioni nelle quali la scelta si riduce ad uccidere per sopravvivere o per riprodursi.»

“The Search For Society”, by Robin Fox; Rutgers Univ Pr., 1989; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0813514886/brainfood.a.
pp. 2-3, 4, 28 «Non sono convinto che le scienze sociali e del comportamento, almeno implicitamente, accettino la distinzione tra fatti e valori. Credo che esse siano legate ad un programma utopico dalla propria stessa storia e dalle attese per le quali vengono mantenute in vita e finanziate, cioè dalla speranza che aiuteranno a migliorare le prospettive future dell’umanità. Ciò viene considerato così certo che molta gente non si accorgerà che c’è un problema: “certo, queste discipline esistono per il miglioramento futuro dell’umanità, perché altrimenti esisterebbero? ”. Una risposta potrebbe essere: “per cercare la verità sulla natura sociale umana, tanto che questa porti buone o cattive notizie”. In altre parole, è certamente una possibilità logica che non esista alcun futuro migliorabile per l’umanità e che le notizie siano davvero cattive. Almeno, il problema va affrontato, non considerato risolto. È però difficile, per le scienze sociali, affrontarlo. È un pessimo inizio, se si intende condurre una ricerca.»

«Il risultato è che c’è una tremenda tendenza, nelle scienze sociali, a portare buone notizie. È inconcepibile che venga accettata una notizia, per quanto incontrovertibile, che confuti una qualsiasi parte del programma utopico. I finanziamenti scomparirebbero immediatamente.»

«Il lettore che non ha familiarità con lo stato di frammentazione e settorialità attuale delle scienze sociali — in particolare dell’antropologia — può rimanere sconcertato da alcune delle risposte che questo libro provocherà. Le scienze sociali, a differenza della maggior parte delle scienze naturali, non riscuotono il consenso delle “scienze normali” alle quali fare appello per giudicarne un contributo. Ciò di cui dispongono sono ideologie in competizione tra loro. E, come in tutte le dispute settaristiche, i giudizi avvengono in base al confronto tra purezza ideologica ed eresia. È quasi impossibile, di questi tempi, imbattersi in una discussione ragionata su temi che riguardino le scienze sociali. La dominanza delle versioni neorelativiste, ermeneutiche, critiche, simboliche, decostruttiviste e interpretative delle scienze sociali, richiede che ci si ritiri dalla scienza e dall’idea stessa di conoscenza oggettiva.»

«L’uomo è diverso dagli altri primati non perché in qualche modo abbia superato la sua natura di primate, ma perché è un tipo di primate diverso con una natura diversa. Al livello delle forme e dei processi, l’uomo si comporta culturalmente, poiché la mutazione e la selezione naturale hanno prodotto un animale che deve comportarsi culturalmente — inventare regole, dare vita a miti, parlare linguaggi e formare club di uomini, proprio come i babbuini formano harem, adottano cuccioli e mordono le compagne sul collo.»

[4] http://www.talkorigins.org/origins/faqs-evolution.html.
[5] pp. 58-59. “Behavioral Genetics: Third Edition”, Plomin et al; Freeman, 1997; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0716728249/brainfood.a.
[6] Gli algoritmi genetici costituiscono la base del comportamento animale e vengono modificati dai fattori ambientali (sociali e non).
[7] Esiste una nutrita letteratura circa “l’altruismo reciproco”. Un buon punto di partenza sarebbe “The Origins of Virtue: Human Instincts and the Evolution of Cooperation”, di Matt Ridley; Viking, 1996; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0140264450/brainfood.a.
[8] http://dieoff.com/page80.htm
[9]

p. 186, “The Spirit in the Gene: Humanity’s Proud Illusion and the Laws of Nature”, by Reg Morrison, Lynn Margulis; Cornell, 1999; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0801436516/brainfood.a.

[Jacket] «Dalle carestie e la deforestazione all’inquinamento delle acque, al riscaldamento globale e alla rapida estinzione di vegetali e animali — le proporzioni del danno globale indotto dall’umanità è sconvolgente. Perché abbiamo permesso che il nostro ambiente raggiungesse un simile punto di crisi?»

«Cosa ha provocato la catastrofica esplosione demografica che tassa così pesantemente le risorse della Terra? La ricerca di risposte di Reg Mossison lo ha portato a valutare il sorprendente successo evolutivo della nostra specie. Il suo libro straordinario descrive come una prospettiva spirituale combinata con una capacità di pensiero razionale abbiano consentito all’homo sapiens di prosperare attraverso i millenni. Dipinge convincentemente questi tratti come parte del nostro corredo genetico — e come la causa probabile della nostra caduta finale di fronte alle inesorabili leggi della natura.»

«Il libro cambierà il modo in cui i lettori pensano all’evoluzione umana e al destino della nostra specie. Piccole bande di scimmie camminavano erette sulle pericolose pianure dell’Africa Orientale diversi milioni di anni fa. Morrison si stupisce del fatto che esse non sono solo sopravvissute, ma sono anche migrate in ogni angolo del mondo e vi hanno insediato delle civiltà. Per comprendere quest’impresa, egli ci riporta indietro al momento critico in cui questi ominidi svilupparono il linguaggio e con esso la peculiare abilità di pensare in modo astratto. Egli mostra come, nello stesso tempo, cominciarono a trarre sempre maggiori vantaggi dal proprio senso della spiritualità. Dipinge convincentemente la spiritualità come una strategia evolutiva che ha aiutato a salvare i nostri antenati dall’estinzione e a condurre la specie verso il dominio del globo.»

«Morrison conclude che questa spiritualità geneticamente produttiva, che ha influenzato ogni aspetto delle nostre vite, ci ha condotto a sovrappopolare il mondo e a devastare i nostri habitat. In grado di ridestare, a volte agghiacciante, sempre avvincente, il libro offre un punto di vista straordinario di come l’adattamento umano ha seguito il suo corso.»

[pagina xiii-xv] «Nell’introduzione al suo libro “The Blind Watchmaker”, l’esimio evoluzionist inglese Richard Dawkins arrivò a lamentarsi: “È quasi come se il cervello umano fosse specificamente progettato per fraintendere il darwinismo e a trovarlo difficile da credere’. Il nostro bisogno universale, e quindi genetico, di intendere noi stessi come separati dal resto del mondo animale assicura che la maggior parte del genere umano continuerà ad essere quantomeno sospettoso, se non completamente avverso, alle affermazioni eretiche di Charles Darwin. Continuiamo opportunisticamente a sostenere che noi soli, tra tutte le specie della Terra, non siamo animali normali, una pretesa straordinaria che richiede una prova straordinaria. E non esiste alcuna prova di quel genere.”»

«Non esiste il benché minimo brandello di prova, sia essa di ordine morfologico o genetico, che suggerisca che l’homo sapiens non sia, come tutti gli altri animali, un prodotto naturale dell’evoluzione. Quindi noi, come ogni altro animale, siamo scevri da influenze sovrannaturali buone, cattive o divine. Saremo anche eccellenti comunicatori e costruttori di utensili oltre ad essere i più logici, consapevoli, mistici e maliziosi animali della Terra, ma prove schiaccianti dimostrano che queste distinzioni sono riferite al grado, non al tipo. Il solo argomento irrefutabile a favore del concetto che l’umanità sia speciale è, nei fatti, puramente mistico — e totalmente vizioso. Eppure, il mito continua a sopravvivere.»

«Non è strano che il nostro corredo genetico permetta, forse addirittura imponga, una tale ingenuità? Non intendo sostenere che la nostra particolare eredità genetica ci renda intenzionalmente ciechi di fronte alla realtà allo scopo di renderci malleabili e compiacenti nei confronti delle sue richieste, né che l’abitudine di assegnare a noi stessi una immaginaria unicità sia un meccanismo per indurci intenzionalmente ad una sorta di servitù genetica. La nostra pretesa spiritualità è la conseguenza di due milioni di anni di dolorosa selezione darwiniana.»

«Essendosi evoluto come specie cooperativa, l’homo sapiens sembra avere ritenuto quasi tutte quelle caratteristiche dei mammiferi che ammiriamo di più — la devozione disinteressata, la compassione, il coraggio, la generosità e l’intelligenza — fino al punto che una delle cose notevoli degli esseri umani, non è quanto possano essere cattivi, ma quanto la maggior parte di noi, il più dell volte, sia buona — anche secondo gli standard animali. Sfortunatamente, diamo per scontata questa bontà e di solito non riusciamo a notarla. Quando lo facciamo, però, presupponiamo che sia esclusivamente umana, che sia esclusivamente un’espressione della spiritualità umana. Nei fatti, il comportamento altruistico è comune in tutto il mondo animale e, in altre specie, sembra essere completamente scevro da noiose prediche e congratulazioni verso se stessi. Essi, come noi, fanno semplicemente quello che è meglio per la propria linea genetica. A questo scopo, molte specie scelgono un compagno per la vita; nutrono, proteggono e educano la propria prole con un fervore ossessivo; e sacrificano volontariamente la propria vita ogni qualvolta la famiglia, la tribù o il territorio siano minacciati.»

«L’attribuzione delle motivazioni e delle emozioni umane agli animali è stata considerata una scienza sciatta. Il timore implicito era che tale modo di pensare potesse erodere il rispetto che sentivamo esserci dovuto come unica specie senziente e razionale. Quel particolare tabù accademico è oggi meno rispettato, eppure, in un senso perverso, è rimasto intatto. In effetti, nessun animale evidenzia comportamenti umani. Accade quasi il contrario. Gli umani evidenziano solo comportamenti animali. Osservate la scena senza la colonna sonora, e questa verità diviene palese.»

«Sosterrò quindi che la nostra tanto vantata spiritualità, è un’illusione culturale che si è consolidata alla base delle prime società umane per la potente combinazione del linguaggio e dell’immaginazione. Contemporaneamente, l’universalità del nostro incanto di fronte alle cose mistiche e spirituali, ne evidenzia le origini genetiche tanto linearmente quanto la nostra spinta a comunicare tra noi. Credo anche che la nostra ossessiva esigenza di impregnare l’esistenza di significati mistici, sia stata un tempo l’Excalibur della nostra specie, l’arma invincibile che ha condotto la nostra linea di ominidi dall’orlo dell’estinzione alla conquista del pianeta. Dal momento che le credenze mistiche di vario genere hanno anche giocato un ruolo primario nella crescita catastrofica della popolazione umana, i capitoli conclusivi del libro sono dedicati all’esplorazione dell’impatto presente e futuro del misticismo sul nostro ambiente già ammaccato e destabilizzato.»

«Potremmo anche non essere in grado di ricacciare la nostra problematica Excalibur nel corredo genetico dal quale proviene, ma è certo ora di abbassare temporaneamente quell’arma impressionante e, per una volta e con sguardo non offuscato, vedere noi stessi per ciò che siamo nel solo contesto che alla fine conta veramente: il contesto evoluzionista.»

[10] Ibid.
[11] Diversi capitoli di “The Moral Animal”: Why We Are the Way We Are — The New Science of Evolutionary Psychology, Robert Wright; Pantheon; 1994; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0679763996/brainfood.a sono disponibili in rete su http://myweb.clark.net/pub/wright/toc.htm.
La frase citata è del capitolo 13, su http://myweb.clark.net/pub/wright/chapthir.htm.
[12] Ibid.
[13] Ibid.
[14] http://www.intellectualcapital.com/politics/clinton_starr/segment4b.html.
[15] pp. 39, 40, “The Evolution of Mind”, Denise Cummins & Colin Allen Eds; Oxford, 1998; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0195110536/brainfood.a.
[16] p. 240, ”Macchiavellian Intelligence II”, Andrew Whiten & Richard W. Byrne Eds; Cambridge, 1997; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0521559499.
[17] “Ogni mezzo disponibile”, qui, significa tutto e niente, poiché cambia in relazione ai sistemi coinvolti. Per esempio, le persone come individui, di solito si daranno da fare nell’ambito delle norme sociali per aumentare il potere politico, dal momento che agire in questo modo di solito massimizza il loro benessere complessivo. Le Nazioni, di solito, seguiranno le regole, poiché questo, di solito, fornisce il massimo benessere per i propri cittadini. Però, quando gli individui e le Nazioni percepiscono che il loro benessere viene meglio servito violando le norme stabilite, inventano delle razionalizzazioni per violarle e, di fatto, le violano.
[18] p. 176, Ghiglieri, 1999;
[19] p. 190, Ghiglieri, 1999;
[20] Presidente George Bush Sr., a pag. 399 di “A World Transformed”, George Bush & Brent Scowcroft; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0679432485/brainfood.a.
[21] “Complessità, risoluzione dei problemi e società sostenibili”, di Joseph A. Tainter, 1996; in “Getting Down To Earth: Practical Applications of Ecological Economics”, Island Press, 1996; http://www.oilcrash.com/italia/complex.htm
[22] “La tragedia dei beni comuni”, di Garrett Hardin; http://www.oilcrash.com/italia/tragedy.htm.
[23] p. 87, “Beyond Oil”, di John Gever et al., Univ. Pr. Colorado, 1991; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0870812424.
[24] Le ultime stime, Paese per Paese, possono essere reperite su http://dieoff.com/campbell.htm, http://dieoff.com/campbell.pdf, http://dieoff.com/campbell.xls.
[25] “Paradigma post-petrolifero e popolazione”, di Walter Youngquist; Population and Environment: A Journal of Interdisciplinary Studies Volume 20, Number 4, March 1999; http://www.oilcrash.com/italia/petrolm.htm.
[26] ibid. Pimentel, D. (1998a).
[27] pp. 1-2, “Ordinary Men: Reserve Battalion 101 and the Final Solution in Poland”; di Christopher R. Browning; Harperperennial, 1993; http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0060995068.

 

Traduzione di Carpanix.
Versione originale in inglese: http://www.dieoff.org/page193.htm.