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MITI, VERITÀ E MEZZE VERITÀ CIRCA LA CRESCITA DELLA POPOLAZIONE E L’AMBIENTE

di Jim Motavalli, E Magazine Gennaio-Febbraio 2004
Traduzione di Carpanix

 

Esiste un campo minato nel movimento ambientalista, e il suo nome è popolazione. Dal momento che trattare quel campo minato è tanto pericoloso, molti gruppi e dirigenti ambientalisti hanno smesso di tentare di attraversarlo. Ma ignorare la questione centrale della popolazione e nel contempo parlare liberamente di espansione urbana, d’inquinamento dell’aria e dell’acqua, di perdita di biodiversità, di terreni agricoli e di habitat naturali, di riscaldamento globale e di altri temi ambientali cruciali, significa negare la realtà.

La popolazione e — in particolare — l’immigrazione non sono mai temi semplici. Almeno negli Stati Uniti, la crescita della popolazione è strettamente connessa all’immigrazione. Se si sottraesse l’immigrazione successiva al 1990, nel 2050 gli Stati Uniti avrebbero una popolazione di 310 milioni di abitanti; con il tasso di immigrazione attuale, il Census Bureau dice che potrebbe essere di 438 milioni. La popolazione potrebbe raddoppiare nel 2100, e i due terzi della crescita sarebbero da attribuire all’immigrazione.

Alcune delle conseguenze della nostra rapida crescita: con una popolazione che cresce ogni anno di tre milioni di unità, secondo la American Farmland Trust, perdiamo quasi un ettaro di terreni agricoli al minuto. Il Road Information Project dice che il congestionamento del traffico costa agli automobilisti 78 milioni di dollari l’anno. In tutta la nazione sta prendendo piede una grave carenza idrica, con falde acquifere un tempo considerate inesauribili ora in via di prosciugamento. Lou Dobbs sostiene che la crescita della popolazione, spinta dall’immigrazione, sta imponendo un “pesante carico” alle nostre risorse naturali, e che alla velocità attuale gli Stati Uniti non esporteranno più cibo nel 2025.

Alcuni di questi problemi si alimentano a vicenda. La crescita della popolazione aumenta la produzione americana di gas-serra, che a sua volta rende più grave la crisi attuale. Per esempio, uno studio suggerisce che la maggior parte degli Stati Uniti occidentali — già gravemente in crisi da un punto di vista idrico — potrebbero trovarsi di fronte ad un crollo delle precipitazioni compreso tra il 40% e il 76% a causa del cambiamento del clima.

L’esperienza statunitense si riflette anche a livello internazionale. Le proiezioni delle Nazioni Unite indicano che dagli attuali 6,3 miliardi di abitanti del pianeta, si passerà a 8,9 miliardi nel 2050 (questa è la proiezione intermedia tra le tre elaborate; quella massima indica che la popolazione potrebbe salire fino a 10,6 miliardi, mentre quella minima indica che potrebbe salire fino a 7,4 miliardi). Le Nazioni Unite calcolano che se la fecondità rimanesse costante — il che non è probabile — la popolazione mondiale potrebbe in realtà raddoppiare nel 2050, raggiungendo i 12,8 miliardi di abitanti.

Abbiamo bisogno di una nuova consapevolezza circa gli effetti della crescita della popolazione, perché gran parte di quanto consideriamo saggezza in materia è o completamente sbagliato o solo parzialmente giusto. In molti casi, queste nozioni comunemente accettate sono derivate da espedienti politici — cioè consistono in quel che vogliamo credere — per cui è ancor più necessario sottoporle ad una revisione oggettiva. Ecco quindi una panoramica su alcuni miti, mezze verità e verità, con tutte le sfumature intermedie:

 

Mito: «La popolazione mondiale, lungi dal costituire un problema, si sta in realtà riducendo a causa della “carenza di nascite”»

Si sta effettivamente sviluppando una tendenza alla riduzione nell’Europa Occidentale, in Russia e in Giappone. In Irlanda, per esempio, le famiglie hanno oggi in media 1,8 figli, leggermente meno del tasso di sostituzione. Le coppie, in Italia, Germania e Spagna, hanno appena da 1,2 a 1,3 figli ciascuna. Il tasso di fecondità medio in Europa è di 1,45. Tanto la Russia quanto il Giappone sono a 1,3.

Ma semplicemente non è vero, come scrive il Center for Bio-Ethical Reform, che “oggi il problema non è la sovrappopolazione, ma la sottopopolazione”. La ragione per la quale “carenze di nascite” isolate non producono minori quantità di gente è che esiste una crescita della popolazione molto rapida nei Paesi meno sviluppati del mondo. Le Nazioni Unite riportano che la popolazione delle zone più pesantemente industrializzate del mondo cresce ad un tasso annuale dello 0,25%, contro il tasso dell’1,46% proprio dei Paesi meno sviluppati — sei volte superiore.

Attualmente stiamo aggiungendo ogni anno 77 milioni di persone alla popolazione del globo. Il 21% di quella crescita proviene dall’India, il 12% dalla Cina e il 5% dal Pakistan. Tre Paesi, il Bangladesh, la Nigeria e — sorpresa? — gli Stati Uniti contribuiscono con il 4% ciascuno alla crescita globale annuale. La metà della crescita prevista si verificherà in appena otto Paesi, sette dei quali stanno in Africa e in Asia. La popolazione negli Stati Uniti, nonostante un tasso di fecondità nel 2002 prossimo alla “crescita zero” (2,05), cresce rapidamente a causa dell’impatto dovuto agli immigrati e ai loro discendenti (che, secondo il Census Bureau, tendono ad avere famiglie numerose). Per questo, la popolazione in America sta crescendo altrettanto in fretta che in alcuni dei più popolosi Paesi del Terzo Mondo.

Il punto è che la popolazione in trenta Paesi sviluppati (escludendo gli Stati Uniti) probabilmente non crescerà molto da qui al 2050, ma negli Stati Uniti e nel Terzo Mondo crescerà in modo deciso, fino a 7,7 miliardi o più.

 

Mezza verità: «L’espansione urbana e la rapida perdita degli spazi aperti sono provocate da cattive politiche di sviluppo e dal nostro amore per l’automobile»

Ovviamente, l’automobile è in larga misura colpevole del fenomeno dell’espansione urbana. L’America ha ora più automobili che automobilisti e l’industria dell’auto (in stretto accordo con i costruttori di strade) ha influenzato, se non controllato, le politiche di sviluppo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. I mutui agevolati, per gentile concessione del GI Bill, hanno reso possibile lo sviluppo dei sobborghi. Ogni nuova lottizzazione reclama per se altri spazi aperti.

La corsa ai sobborghi è stata spinta anche dai disordini urbani degli anni ‘60, che svuotarono i centri urbani. Ma la crescita della popolazione, pura e semplice, è il gorilla da 400 kg che viene ignorato ogni qualvolta si discuta di espansione urbana.

Gli Stati Uniti avevano 150 milioni di abitanti nel 1950, quando i sobborghi erano una novità. Nel 2000, solo 50 anni dopo, eravamo 275 milioni. Ogni anno, ci informa l’organizzazione Population-Environment Balance (PEB), convertiamo ad uso umano una superficie delle dimensioni del Delaware, compresi 160.000 ettari di terreno arativo.

Possiamo, e dovremmo, cominciare ad affrontare seriamente lo “sviluppo intelligente”, le “aree verdi”, il “Nuovo Urbanismo”, il riutilizzo delle aree già urbanizzate e la “pianificazione del territorio”. Ma non possiamo risolvere il problema dell’espansione urbana semplicemente costringendo la gente in città a più alta densità di popolazione, fossero ben centri urbani gestiti in modo intelligente come Portland, nell’Oregon. Gli studi relativi alla “impronta ecologica” mostrano che le città impiegano le risorse e le capacità di assorbimento dei rifiuti di superfici molte volte superiori a quelle delle città stesse, nelle campagne circostanti. È per questo che la “chiatta dei rifiuti” di New York è diventata famosa.

L’immigrazione spinge l’espansione urbana, dal momento che apporta il principale contributo alla crescita della popolazione: uno studio dei Californians for Population Stabilization (CAPS) ha concluso che l’immigrazione è responsabile direttamente e indirettamente del 98% dell’impennata della popolazione della California. La percezione comune è che l’immigrazione non spinga l’espansione urbana, da momento che i nuovi immigrati si concentrano nelle aree urbane. Ma la metà degli immigrati del Paese vivono ora nei sobborghi e solo il 24% degli immigrati che acquistano una casa la acquistano nelle città principali.

Sebbene alcune città ex-industriali si espandano pur perdendo popolazione, la regola generale è che l’espansione urbana accompagna la crescita della popolazione. In media, secondo il rapporto del Center for Immigration Studies intitolato Outsmarting Smart Growth, negli Stati nei quali la popolazione dei quali è cresciuta più del 30% tra il 1982 e il 1997 l’espansione urbana è stata del 46%. Negli Stati che sono cresciuti del 10% o meno, l’espansione urbana è stata del 26%. Aggiungete 10.000 persone alla popolazione di uno Stato e perderete, in media, 650 ettari di terreno a causa dello “sviluppo” urbano.

 

Allo stesso tempo vero e falso: «Il problema non è la popolazione ma gli elevati consumi e sprechi dell’Occidente»

Questo assunto ha certamente solide basi. Secondo il documentario televisivo Affluenza: «Anche se gli Americani costituiscono solo il 5% della popolazione mondiale, nel 1996 abbiamo usato quasi un terzo delle risorse del globo e prodotto quasi la metà dei suoi rifiuti più pericolosi. Il Nordamericano medio consuma cinque volte di più del Messicano medio, 10 volte di più del Cinese medio e 30 volte di più dell’Indiano medio». È ovvio che ridurre gli elevatissimi consumi occidentali sarebbe di grande aiuto.

Senza dubbio, elevati tassi di consumo e rapida crescita della popolazione lavorano insieme per degradare l’ambiente, ed è necessario affrontare entrambi globalmente. Sfortunatamente, però, ridurre i consumi su scala nazionale è molto difficile, e la tendenza internazionale è indirizzata verso l’emulazione degli alti livelli di consumo americani, non verso l’emulazione della frugalità del Terzo Mondo. Come ha evidenziato William Ryerson nel suo 16 Myths About Population Growth, pubblicato dal Carrying Capacity Network, i Paesi in via di sviluppo vogliono automobili, televisori e altri segni della prosperità occidentale. La Cina, che sta rapidamente espandendo la sua rete stradale e incoraggiando il possesso privato di automobili, supererà probabilmente gli Stati Uniti nell’emissione di gas-serra entro il 2015.

Le notizie, nel loro complesso, non sono buone. Le proiezioni del gruppo di studio delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico indicano che nel 2025 i Paesi in via di sviluppo potrebbero emettere quattro volte più anidride carbonica di oggi. Quel che vale per l’anidride carbonica vale anche per altri indicatori dei consumi. Il rapido passaggio del Terzo Mondo ad una dieta a base di carni dà la misura della tendenza.

 

Dogma: «Gli sforzi per ridurre la fecondità e le dimensioni della popolazione nel Terzo Mondo sono a sfavore delle donne»

Il principale portavoce di questo punto di vista è probabilmente Betsy Hartmann, direttore del Population and Development Program presso il Hampshire College e cofondatore del Committee on Women, Population and the Environment (CWPE). Nel 1999 ha scritto che la stabilizzazione della popolazione (che chiama “Neomalthusianesimo”) “è potente negli Stait Uniti poiché è in sintonia con il razzismo e il sessismo interni”. “Le immagini di donne di colore single che si riproducono troppo a carico dei servizi sociali e di donne del Terzo Mondo a seno nudo e sempre incinte sono due facce di una stessa schifosa medaglia. Si crede che entrambi i gruppi siano eccellenti candidati per l’ingegneria sociale. Legate le loro tube, mettetele al lavoro in una catena di fast-food o in altri luoghi di sfruttamento e, se vi sentite generosi, date loro un piccolo micro-credito e un’istruzione”.

Hartmann, in un messaggio a E, dice che “è praticamente impossibile separare il dibattito sull’immigrazione dalla razza”. Il suo gruppo, il CWPE, “rifiuta il concetto che le dimensioni e la crescita della popolazione siano i principali responsabili del degrado ambientale. Questo concetto è stato creato e diffuso da un’alleanza tra i principali mezzi di comunicazione, le organizzazioni ambientaliste e i sostenitori del controllo della popolazione, specialmente negli Stati Uniti”.

Quando il New Statesman le ha chiesto come possa essere contemporaneamente favorevole all’aborto e contraria al controllo della popolazione, la sua risposta è stata: «Molte persone trovano difficile capire questo aspetto ma, per me, la pianificazione famigliare riguarda i diritti umani e la salute delle donne, non il controllo della popolazione. Riguarda il rendere le donne libere di avere la quantità di bambini che desiderano, non l’incolparle per un’intera gamma di problemi sociali». Hartmann crede che “la pianificazione famigliare dovrebbe essere svincolata dal controllo della popolazione”, e che il suo scopo primario dovrebbe essere “andare prima di tutto incontro alle esigenze delle donne”.

Se la politica coercitiva cinese per la limitazione per via legale delle nascite presenta delle difficoltà dal punto di vista dei diritti civili, Hartmann va oltre e conclude che anche i programmi su base volontaria sono oppressivi nei confronti delle donne. Ma ci sono prove evidenti che le donne (e i loro figli) sono le prime vittime della sovrappopolazione e, quando viene loro chiesto, vanno in cerca di aiuti per poter praticare la pianificazione famigliare. Secondo Patrick Burn, della National Audubon Society, “le donne hanno dato il via al movimento per la pianificazione famigliare, lo guidano ed acquistano quasi la totalità dei mezzi per la contraccezione in tutto il mondo. Perché? Le donne che vivono in società nelle quali possono controllare la propria stessa vita, tendono ad utilizzare i metodi di pianificazione famigliare molto più frequentemente che quelle che vivono in Paesi nei quali non hanno relativamente alcun potere”.

Sebbene Hartmann ed il CWPE sostengano “il diritto delle donne a controllo delle nascite ed aborto volontari e sicuri”, essi si oppongono con forza a “politiche sulla popolazione indotte da questioni di ordine demografico”. In altre parole, sono a favore del rendere la contraccezione ampiamente disponibile, ma contrari ad abbinarla a qualsiasi piano nazionale teso ad affrontare la crescita della popolazione. Essi non solo deprecano il programma coercitivo della Cina ma anche — dal momento che il loro scopo dichiarato è la riduzione della popolazione — i lodevoli sforzi dell’Iran per rendere diffusamente disponibile quel controllo delle nascite che ha consentito di dimezzare il tasso di crescita (la politica iraniana incoraggia le donne a lasciar trascorrere da tre a quattro anni tra una gravidanza e l’altra, scoraggia la gravidanza nelle donne di età inferiore ai 18 anni o superiore ai 35, incoraggia il limite di tre figli per coppia; tutto ciò sembrerebbe proprio “indotto da questioni di ordine demografico”).

Hartman ha attaccato con energia quelli che considera una nefanda fazione che promuove negli Stati Uniti attitudini contrarie all’immigrazione e alla crescita della popolazione (Hartmann li chiama “l’odio verde”) ma, nei fatti, i mezzi di comunicazione trattano la materia con circospezione, quando si degnano di trattarla. L’attivista dedita alla questione demografica Virginia Abernethy, un membro del direttivo del PEB e docente presso la Vanderbilt University, risponde così: «In un’intervista per il New Scientist del febbraio 2003, Betsy Hartmann attacca senza alcuna valida ragione una tale quantità di eminenti scienziati… che forse dovremme sentirci onorati per tanta attenzione».

 

Mezza verità: «L’istruzione contribuirà moltissimo alla riduzione dei tassi di fecondità»

L’istruzione, solitamente, induce a famiglie di dimensioni minori, ma ci sono eccezioni. La Tanzania ha raggiunto il 90% dell’alfabetizzazione femminile nei primi anni ‘90 ma le coppie, nel 2002, avevano in media 5,3 figli, più del doppio del tasso di sostituzione. Uno studio di Charles Westoff dell’Office of Population Research presso la Princeton University, ha evidenziato che in alcuni Paesi esiste una forte relazione tra l’istruzione e le dimensioni delle famiglie, mentre quella relazione è “debole o inesistente” in altri Paesi.

Studi condotti negli anni ‘90 per il Demographic and Health Surveys hanno indicato che la metà delle donne riconosciute in condizione di “necessità non soddisfatta” per quanto riguarda la contraccezione, non avrebbero fatto ricorso alle pratiche contraccettive anche se queste fossero state disponibili. Un’istruzione specifica sulla pianificazione famigliare potrebbe modificare questa proporzione, dal momento che la “mancanza di conoscenza” era la causa di mancato ricorso al controllo delle nascite citata più spesso in uno studio keniota. È interessante notare che la diffusione di soap opera nelle quali il controllo delle nascite viene rappresentato in chiave positiva, ha condotto a un maggiore ricorso ai contraccettivi e a un cambiamento di attitudini in India, in Kenia e in Messico.

Ovviamente, le convinzioni culturali non necessariamente possono essere modificate per mezzo di un approccio basato sull’istruzione, e quelle convinzioni giocano un ruolo importantissimo nei confronti del controllo delle nascite. Ci si potrebbe aspettare che anche la religione giochi un ruolo di tutto rispetto, ma risulta che la pianificazione famigliare è decisamente praticata nella Repubblica Islamica dell’Iran e nei Paesi cattolici d’Europa, che hanno alcuni tra i minori tassi di fecondità al mondo. Ma indipendentemente dal comportamento effettivo dei loro adepti, alcune religioni (compresi il cattolicesimo, alcuni ordini islamici e i battisti del sud) continuano a tuonare contro la pianificazione famigliare. La popolare rivista The Catholic Answer ha scritto: «Il bando nei confronti del controllo delle nascite artificiale è totale e assoluto».

 

Mezza verità: «La crescita della popolazione non porta fame né morti per fame; il problema è l’iniqua distribuzione»

Se è innegabile che il mondo produce attualmente cibo a sufficienza per la nostra popolazione in crescita e che è l’iniqua distribuzione a dar luogo alla fame, le previsioni a lungo termine per quel che riguarda la produzione alimentare sono infauste. Il Worldwatch riporta che la crescita della produzione agricola ha rallentato in modo netto a partire dagli anni ‘60. Mentre la popolazione cresce, i raccolti garantiti dalle colture si avvicinano al loro massimo biologico, i terreni arativi vanno perduti e la pescosità globale crolla. La Innovest Strategic Value Advisors riporta che l’ingegneria genetica, vista da alcuni come una panacea in grado di assicurare raccolti sempre maggiori, potrebbe in realtà dare dei ritorni di fiamma e rendere la situazione ancor più disperata.

Mentre la malnutrizione globale si va riducendo per quanto riguarda i numeri assoluti, in Paesi come Haiti la rapida crescita della popolazione ha portato a una crisi dei diritti umani tutt’ora in corso. Quasi il 70% degli Haitiani dipendono da un’agricoltura di sussistenza praticata in uno degli ambienti più devastati della Terra, dove solo il 30% del territorio è adatto alle coltivazioni. Un rapporto della American University intitolato Deforestation in Haiti dice: «In Haiti (tasso di fertilità nel 2002: 4,3), una parte sostanziale della povertà è riconducibile alla pressione determinata dalla rapida crescita della popolazione su una limitata dotazione di suolo e acqua pulita. […] La deforestazione e la crescita della popolazione, sommate ad anni di repressione e di interventi coloniali, hanno provocato lo sradicamento di centinaia di migliaia di Haitiani».

La Banca Mondiale dice che Haiti è quarta nella “classifica” dei popoli più malnutriti del mondo, e che solo il 40% dei suoi otto milioni di abitanti hanno accesso all’acqua dolce. Il problema demografico di Haiti è poi abbinato a un problema politico. Gli aiuti internazionali e il lavoro di gruppi di sostegno stranieri quale Partners in Health non sono in grado di compensare una popolazione che è eccessiva in relazione all’ambiente devastato che dovrebbe sostenerla.

Gli argomenti di chi sostiene che con un’equa distribuzione si potrebbe nutrire il mondo — che potrebbero anche corrispondere al vero — avrebbero molto più peso se il mondo stesse realmente andando in quella direzione. Nei fatti, Tracy Kidder riporta su The Nation che gli aiuti per lo sviluppo di Haiti sono scesi di due terzi dal 1995.

Mia MacDonald, del Worldwatch, osserva che è probabile che nei prossimi 50 anni si aggiunga un ulteriore miliardo di persone al subcontinente indiana, proprio quando quell’area del mondo si trova di fronte ad un’enorme crisi idrica. MacDonald scrive: «Ci si dovrebbe domandare se ha senso spendere miliardi di dollari per aggiornare i sistemi di irrigazione e per costruire nuove dighe, mentre si investe così poco nell’affrontare le radici del problema — la crescita della popolazione umana». È probabile che il Pakistan raddoppi la propria popolazione, raggiungendo i 332 milioni di abitanti, nel 2050. Gli 11 miliardi di dollari che quel Paese sta spendendo per la Diga di Kalabagh potrebbero raddoppiare l’investimento del Pakistan nella pianificazione famigliare per i prossimi 50 anni.

 

Mito: «L’uso dei contraccettivi è diffusamente accettato e gli aiuti degli Stati Uniti ne stanno aumentando la disponibilità»

Come nota il Population Resource Center, “l’entità della crescita della [popolazione] nei Paesi in via di sviluppo dipenderà in gran parte dall’accesso delle donne all’istruzione e alle cure mediche, e in particolar modo ai servizi di pianificazione famigliare”. Dal momento che la maggior parte della crescita della popolazione avviene in quei Paesi, è lì che l’attenzione del mondo dovrebbe concentrarsi.

Gli aiuti per la pianificazione famigliare possono portare a consistenti riduzioni nella crescita della popolazione, ma ostacoli imprevisti possono impedire che ciò accada. In Kenia — dove la Chiesa Cattolica ha indotto a bruciare pubblicamente i profilattici — secondo gli stessi dati di quello Stato, l’accesso ai contraccettivi è possibile al 90% ma solo un terzo della popolazione li usa. Uno studio del 1991 indica che solo la metà delle donne indicate come in condizioni di “necessità non soddisfatta” userebbero i profilattici se fossero disponibili.

La conferenza delle Nazioni Unite del 1994 su popolazione e sviluppo ha definito l’accesso ai servizi di salute riproduttiva e sessuale come un diritto umano. Sfortunatamente, quel diritto non viene rispettato. Sebbene il 60% delle donne del mondo ricorrano alla contraccezione, solo il 10% delle donne coniugate dell’Africa sub-sahariana lo fa. La “necessità non soddisfatta”, per quanto riguarda la contraccezione, è in media del 70% in Asia e in America Latina. Nel mondo, 123 milioni di donne non hanno accesso adeguato alla pianificazione famigliare.

Gli Stati Uniti sono tradizionalmente stati la maggior fonte di assistenza per quanto riguarda la pianificazione famigliare, ma col Presidente Bush hanno drasticamente cambiato linea d’azione per ragioni politiche. A fronte di una richiesta senza precedenti, l’amministrazione Bush (che continua a collegare semplicisticamente il controllo delle nascite con l’aborto) ha tagliato drammaticamente i fondi per gli aiuti internazionali finalizzati alla pianificazione famigliare, e tenta metodicamente di eliminare ogni aiuto all’agenzia che più potrebbe essere in grado di guidare le politiche globali sulla popolazione, la United Nations Population Fund.

La politica dell’amministrazione Bush comporterà sicuramente un numero di aborti maggiore, non minore. Robert Engelman, vice presidente per le ricerche presso il Population Action International (PAI), afferma: «La disponibilità diffusa di pianificazione famigliare tende a ridurre il tasso degli aborti, come è stato ben documentato in molti recenti studi». MacDonald aggiunge: «La pianificazione famigliare — e la buona salute riproduttiva — può solo contribuire a rendere ogni gravidanza una gravidanza voluta e a ridurre l’incidenza degli aborti».

Secondo la coalizione Saving Women’s Lives, l’accordo raggiunto negli anni ‘90 in varie conferenze delle Nazioni Unite indica che la spesa globale per la pianificazione famigliare dovrebbe assommare a 17 miliardi di dollari nel 2000 e a 18,5 miliardi di dollari nel 2005. Questo è l’obiettivo. In realtà, nel 2000 i Paesi donatori hanno in realtà fornito solo la metà dei 5,7 miliardi di dollari che si erano impegnati a investire.

 

Dilemma: «La crescita della popolazione può essere affrontata solo a livello globale. È egoista preoccuparsi dei livelli di immigrazione negli Stati Uniti»

È vero al di là di ogni possibile ambiguità che la crescita della popolazione è un problema globale per il quale c’è bisogno di soluzioni globali, ma sventuratamente pare esserci carenza di soluzioni di quel genere. Gruppi come Population Connection (un tempo chiamato Zero Population Growth) parlano vagamente di risolvere la povertà globale al fine di alleviare le pressioni migratorie, ma mancano di indicazioni specifiche per ottenere quel risultato. Sebbene ci sia senza dubbio bisogno di soluzioni globali, il più recente Garrett Hardin ha messo in evidenza che le politiche demografiche vengono in realtà impostate a livello nazionale e che sono quindi sottoposte ai capricci di norme culturali e religiose locali.

Gli Americani devono affrontare tutte le conseguenze degli elevati livelli di immigrazione degli Stati Uniti. Come ha sostenuto Lester Brown, dell’Earth Policy Institute, un’elevata emigrazione può costituire una “valvola di sicurezza” per alcuni Paesi, consentendo loro di mantenere elevati tassi di fecondità. Questa situazione può essa stessa ribaltarsi come è accaduto in Irlanda dove una fertilità storicamente elevata e un’emigrazione a livelli da record sono state sostituite da una fertilità inferiore al tasso di sostituzione e da un’immigrazione che supera l’emigrazione.

Un altro fatto importante è che gli immigrati adottano rapidamente le modalità di consumo del Paese ospitante, imponendo carichi maggiori sulle risorse naturali. Come riporta il Journal of Housing Research: «La richiesta complessiva di alloggi da parte degli immigrati crescerà sostanzialmente nei prossimi 15 anni, man mano che le ondate di immigrati del passato si faranno strada salendo lungo la scala dei consumi». L’impiego di energia fornisce un altro esempio drammatico. Negative Population Growth riporta che il consumo pro-capite di energia è a malapena cresciuto tra il 1970 e il 1990 grazie ai passi avanti nell’efficienza energetica e nel risparmio, ma l’uso complessivo di energia negli Stati Uniti è aumentato del 36% — a causa della maggiore popolazione determinata nel Paese dall’immigrazione.

 

Falso: «Le richieste di riduzione dell’immigrazione sono di per se stesse razziste»

L’immigrazione non è mai un tema semplice. In senso stretto, l’immigrazione in sé non porta alla crescita della popolazione mondiale — semplicemente trasferisce popolazione da un posto all’altro. Gli immigrati in America sono sempre stati tra i capri espiatori. Nel 1855, il Chicago Tribune tuonò: «Chi non sa che i più depravati, infimi e irriducibili ubriaconi che costituiscono una maledizione per l’intera comunità sono i Cattolici irlandesi?». Sentimenti di questo tipo erano comuni anche all’ombra dell’Ellis Island, come evidenzia il film di Martin Scorsese Gangs of New York.

La paura di orde straniere è ancora oggi usata per fomentare la gente. Auburn Plainsman, dell’Alabama, ha recentemente espresso questa opinione: «È ora di chiudere le frontiere, poiché la continua immigrazione non farà che erodere ciò che rimane dell’Occidente in America. Se continua, ne consegue logicamente che entro poche generazioni la civiltà Occidentale sarà estirpata dall’America».

La chiave per questo tipo di demonizzazione sta nel tracciare una linea divisoria tra gli immigrati e i “veri” Americani. Secondo lo scrittore “nativista” Sam Francis, gli immigrati “lavorano qui o si fanno mantenere dal nostro sistema di assistenza sociale, vendendo droga o facendo qualsiasi altra cosa facciano, ma la loro vera lealtà sta altrove, cioè nei loro Paesi di provenienza”. Gli Americans for Immigration Control avvertono: «Meno del 15% dei nostri immigrati provengono dall’Europa e condividono l’eredità che ha reso forte l’America». Gruppi come l’American Patrol offrono un comodo, semplice e rapido servizio internet per denunciare gli immigrati clandestini.

Chris Simcox e i suoi cosiddetti Civil Homeland Defense Corps hanno concretamente effettuato servizi di ronda lungo il confine messicano, alla ricerca di immigrati illegali da rimpatriare “con umanità”. Glenn Spencer, dell’American Border Patrol dell’Arizona ha detto al Los Angeles Times: «Non possiamo lasciare che [i Messicani] esportino i propri fallimenti. Sono una minaccia per la nostra cultura nel suo complesso». Il commentatore ed ex-candidato alle elezioni presidenziali Pat Buchanan ha detto: «La terzomondizzazione della California è già a buon punto».

Il timore di essere associati a gruppi di questo genere ha indotto molte organizzazioni ambientaliste di rilievo ad evitare la questione demografica e, in particolare, i suoi aspetti connessi all’immigrazione. Ma rimane il fatto che la crescita della popolazione è una delle cause profonde del degrado ambientale e che la popolazione degli Stati Uniti (con un tasso di fecondità di 2,05) difficilmente aumenterebbe se non fosse per l’immigrazione. Ma l’etnia e la razza di questi immigrati non ha alcun peso — quel che conta è il loro puro e semplice numero.

La perdita di “immigrati di origine europea” è un’espressione usata come frase in codice per non dire quel che è ovvio: i nuovi immigrati sono in massima parte gente di colore. Lo scrittore Peter Brimelow, autore di Alien Nation, dice: «La popolazione degli Stati Uniti sarà parecchio più numerosa, molto meno bianca e molto meno dotata di preaparazione ed abilità di quanto sarebbe in caso contrario». Non è chiaro perché dovrebbe essere importante quel che riguarda il colore della pelle.

Ma è assurdo postulare una sorta di cospirazione non-bianca finalizzata a sopraffare l’America, come fanno gli allarmisti. Non si può neppure estrapolare che le attuali popolazioni nere e ispaniche siano automaticamente favorevoli ad un’immigrazione elevata. Un commissione istituita nel 1990 dal membro del congresso Barbara Jordan (D-TX), nota attivista per i diritti civili, ha raccomandato che l’immigrazione venga limitata a 550000 individui, la metà dell’immigrazione attuale. Un sondaggio Gallup del giugno 2003 ha rilevato che il 44% degli afroamericani pensano che l’immigrazione andrebbe ridotta. Un sondaggio del 2000 del Wall Street Journal ha permesso di scoprire che il 42% degli ispanici considerano l’immigrazione verso gli Stati Uniti “troppo aperta”. Nel 1993, l’Hispanic USA Research Group ha rilevato che l’89% degli ispanici sostengono con forza un’immediata moratoria sull’immigrazione.

Alcune di queste attitudini nascono da razzismo. L’Asian Week, una newsletter pubblicata da un’organizzazione cinoamericana, ha pubblicato in un suo editoriale che anche l’immigrazione cinese è un bene per la società anche se è illegale, mentre gli immigrati latinoamericani costituiscono un peso, anche quando il loro ingresso avviene legalmente.

La principale preoccupazione tra coloro che hanno risposto ai quesiti dei sondaggi è la perdita del posto di lavoro. Barbara Jordan, in una testimonianza al congresso, ha detto che un importante traguardo della commissione era “ridurre l’attrazione attualmente rappresentata dal lavoro nei confronti dell’immigrazione illegale”. Un caso attinente è l’industria dei servizi alberghieri. Uno studio mostra che a Los Angeles, per esempio, i portieri neri sindacalizzati sono stati sostituiti nell’industria alberghiera da lavoratori non sindacalizzati provenienti dal Messico e da El Salvador, mentre le paghe sono crollate da 12 a 3,35 dollari l’ora. Secondo lo studio Immigrants and Labor Standards: The Case of California Janitors (“Immigrati e standard lavorativi: il caso dei portieri della California”), pubblicato su Labor Market Interdependence, la maggior parte dei lavoratori licenziati non è riuscita a trovare un nuovo impiego.

Durante il recente Immigrant Workers Freedom Ride, il dirigente sindacale John Wilhelm ha tuonato: «Nessun essere umano è “illegale”». Ma la presenza di sette milioni di immigrati illegali negli Stati Uniti aiuta davvero i poveri e le minoranze che sono in cima alla lista delle priorità della coalizione progressista? Michelle A. Fehler, coordinatore di Population-Environment Balance, sostiene che «l’immigrazione danneggia prima di tutto e peggio di tutti i nostri stessi poveri, molti dei quali appartengono a minoranze e a immigrati già integrati». È interessante che alcuni dei maggiori sostenitori dell’immigrazione siano dirigenti del mondo degli affari che vogliono tenere basse le paghe.

I sostenitori dell’immigrazione hanno avuto molto successo nel chiudere la discussione giocando la carta del razzismo. Theresa Hayter, l’autrice inglese del libro Open Borders (“Frontiere aperte”), ha detto: «Il controllo dell’immigrazione si può spiegare solo in termini di razzismo». Ma la realtà è molto più complessa di quella lapidaria affermazione. Patrick Burns, direttore del programma popolazione e habitat presso la National Audubon Society, evidenzia che “un mercato del lavoro americano ristretto gioverebbe probabilmente a tutti, nel mondo”, poiché le paghe negli Stati Uniti salirebbero e i lavori che ora si trovano in America verrebbero esportati verso Paesi che hanno una disperata necessità di far lavorare la propria gente, inclusi l’India, il Messico e il Vietnam.

Si tratta di uno dei temi più scottanti, quindi non sorprende che le discussioni inerenti la popolazione finiscano di solito con dei litigi. Ma se non affrontiamo al più presto questo tema critico, potrebbe diventare troppo tardi, per il pianeta e per noi stessi.

 

JIM MOTAVALLI è l’editore di “E”.
Christina Zarrella ha fornito per questo articolo una preziosa assistenza alla ricerca.

Da http://www.capsweb.org/newsroom/media_coverage/motavalli_myths.html
Questo articolo è stato anche pubblicato nel numero dell’Inverno 2004 di “Population Press”.


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