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QUANTITÀ DI POPOLAZIONE UMANA COME FUNZIONE DELLA DISPONIBILITÀ DI CIBO

di Russell Hopfenberg e David Pimentel — 2001
traduzione di Carpanix

 


Riassunto
Introduzione
Il punto di vista attuale
Dati relativi agli animali
Dati correlazionali umani
Crescita della popolazione e malattie umane
Gli effetti dell’arresto della crescita della produzione alimentare
Atteggiamenti culturali e scienza
Conclusione
Ringraziamenti
Riferimenti


Riassunto.

La crescita della popolazione umana viene identificata come il fattore principale alla base di altri fenomeni ecologicamente distruttivi. Le attuali epidemie umane vengono studiate in funzione delle dimensioni della popolazione. Si è trascurato il fatto che la crescita della popolazione umana è essa stessa un fenomeno con cause ecologiche/biologiche chiaramente identificabili. Qui, la crescita della popolazione viene discussa come soggetta agli stessi processi dinamici che determinano la crescita della popolazione delle altre specie. Contrariamente alla convinzione largamente diffusa che la produzione di cibo debba essere aumentata per nutrire la popolazione in crescita, dati sperimentali e correlazionali indicano come la crescita della popolazione vari in funzione della disponibilità di cibo. L’effetto biologico determinato aumentando la produzione di cibo per l’alimentazione umana a spese delle altre specie è stato, e continua ad essere, una crescita della popolazione umana. Comprendere le relazioni tra la crescita delle disponibilità alimentari e la crescita della popolazione viene proposto come primo passo nell’affrontare questo problema globale. La resistenza nei confronti di questa prospettiva viene brevemente discussa come pregiudizio culturale nella scienza.

 

Introduzione

Di tutti i problemi ambientali, la rapida crescita della popolazione umana è sicuramente il più grave. Infatti, la scalata della popolazione umana sta alimentando l’accelerazione di tutti i problemi ambientali (Brown e Nielsen, 2000; Plant et al., 2000; Jayne, 1999; Lelieveld et al., 1999; Carpenter e Watson, 1994; Bartiaux e van Ypersele, 1993; Alper, 1991; Brinckman, 1985). La crescita del numero degli umani è responsabile della quantità di inquinanti immessi nel terreno, nell’acqua e nell’atmosfera. Si è accresciuto anche il consumo del territorio, e ad un passo sempre più veloce. Poiché la popolazione mondiale sta crescendo (Marchetti et al., 1996; Pimentel e Pimentel, 1997), le sue dimensioni sono anche viste come il fattore che più di ogni altro determina la quantità delle risorse utilizzate. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 1996a) riporta che oltre tre miliardi di persone sono malnutrite – il numero e la proporzione più grandi mai raggiunte. In altre parole, in molti posti il numero degli umani eccede la capacità di carico della zona ove questi vivono. Con una popolazione mondiale che supera i sei miliardi, il problema della crescita della popolazione merita la massima attenzione.

Dati i numerosi effetti della accresciuta popolazione del pianeta, la crescita della popolazione umana viene vista come la causa principale di altri fenomeni biologici ed ecologici distruttivi. In questo contesto, tali fenomeni distruttivi vengono intesi come variabili dipendenti da una parte dell’equazione ecologica, mentre le dimensioni della popolazione rappresentano la variabile indipendente dall’altra parte.

Concettualizzare la crescita della popolazione umana come variabile indipendente ha portato a una conseguenza imprevista. Cioè, la popolazione umana è stata intesa come indipendente dalle altre variabili ecologiche, biologiche e comportamentali identificabili. Alcuni hanno proposto che, mentre le risorse naturali, i problemi ecologici e altre variabili biologiche e comportamentali possono limitare la crescita della popolazione umana, queste stesse variabili, se incrementate, non servono a indurla (Marchetti et al., 1996). Così, non ci si è occupati adeguatamente delle cause della crescita della popolazione umana. La nostra posizione, è che la crescita della popolazione, il principale problema ambientale che influisce su tutti i sistemi ecologici, biologici e non viventi, è una funzione dell’incremento della produzione alimentare (Quinn, 1992, 1996, 1998a; Pimentel, 1966, 1996).

 

Il punto di vista attuale

Costituisce un punto di vista corrente tanto nelle comunità scientifiche quanto in quelle non specializzate, che la produzione di cibo debba essere aumentata per sostenere la popolazione umana in crescita (Postel, 2001; Bongaarts, 1994; Waggoner, 1994; Brundtland, 1993; Baron, 1992; Anifowoshe, 1990; Brown, 1989; Robson, 1981). Per esempio, Young (1999) notò che le attuali proiezioni delle Nazioni Unite relative alla popolazione predicono che la popolazione dei Paesi in via di sviluppo cresceranno fino a circa otto miliardi di persone per il 2025 e fino a nove miliardi per il 2050. Quindi asserì: «È ampiamente riconosciuto che per nutrire questa popolazione aggiuntiva sarà necessario un massiccio sviluppo agricolo».

Alcuni controbattono che la fecondità è sotto il controllo economico e culturale (Marchetti et al., 1996) e che la scienza e la tecnologia risolveranno tutti i problemi alimentari futuri (Ausubel, 1996). Per esempio, la ADM Corporation annuncia che sta incrementando la produzione alimentare allo scopo di nutrire la popolazione mondiale in crescita. I raccolti negli Stati Uniti e negli altri Paesi sono cresciuti significativamente dal 1950 al 1980 (USDA, 1998; Pimentel e Pimentel, 1996). Ausubel (1996) ha riportato che i raccolti di frumento negli Stati Uniti sono triplicati dal 1940 e quelli di mais sono quintuplicati. Ha inoltre indicato che l’accresciuta domanda di cibo è dovuta alla crescita della popolazione mondiale. Però, come Farb ha evidenziato (1978, p. 121); «l’intensificazione della produzione per nutrire una popolazione più numerosa, conduce ad una ancora maggiore crescita della popolazione stessa». Questo sta a significare che man mano che è stato reso disponibile più cibo per alleviare le carenze alimentari provocate dall’accresciuto numero delle persone, la risposta biologicamente determinata è stata una crescita della popolazione.

P. Waggoner (comunicazione personale, 1 aprile 1998) affermò che: «Poiché la gente stabilizza o riduce il proprio numero nei Paesi ricchi e ben nutriti, mentre si moltiplica in quelli africani poveri e affamati, la disponibilità di cibo non sembra determinare la quantità di popolazione umana». Le indagini e i dati di Abernethy (1995) contraddicono queste opinioni. Dati aggiuntivi provenienti dagli Stati Uniti contraddicono le affermazioni di Waggoner circa i luoghi nei quali si sta verificando la crescita della popolazione. La popolazione statunitense raddoppiò tra il 1935 e il 1995. Basandosi sul tasso di accrescimento attuale della popolazione in quella nazione (USBC, 1998), si prevede che la popolazione degli Stati Uniti raddoppierà di nuovo in circa 75 anni per raggiungere i 540 milioni di persone. Questi dati e queste proiezioni comprendono l’immigrazione. Nei fatti, Bouvier e Grant (1994) hanno predetto che gli immigrati ed i loro discendenti costituiranno circa il 90% della crescita della popolazione statunitense tra il 1993 e il 2050. Sebbene queste proiezioni possano essere intese come un riflesso dei tassi di crescita negli altri Paesi, è importante ricordare che la popolazione non nativa degli Stati Uniti è cresciuta da 0 a oltre 270 milioni di persone in soli 510 anni. In altre parole, quasi tutta la prodigiosa crescita della popolazione su questo continente è il risultato di aumenti nel numero degli immigrati e dei loro discendenti. Guardando le cose secondo quest’ottica, diviene evidente come porre l’attenzione sul luogo nel quale la popolazione sta crescendo possa costituire una distrazione dal più importante quesito del perché tale crescita stia avvenendo a livello globale.

L’attitudine prevalente tanto in ambienti scientifici quanto in ambienti “profani” consiste nel porre la domanda maltusiana: «Come faranno gli Stati Uniti a continuare a nutrire la propria popolazione e a mantenere tuttavia le esportazioni di generi alimentari verso le nazioni che ne necessitano?». In altre parole: «Come faremo a nutrire tutta quella gente?». Questo indica una negazione della certezza che aumentare la disponibilità di cibo porterà ad un ulteriore incremento della popolazione, incrementando così anche il numero delle persone malnutrite e che muoiono di fame. Non affronta la domanda di Quinn: «Come faremo a fermare la produzione di tutta quella gente?» (Quinn, 1997) dal momento che è esportando cibo dalle zone che ne sono ricche a quelle che ne sono povere (Allaby, 1984; Pimentel et al., 1999) che la crescita della popolazione viene ulteriormente sostenuta.

Un altro problema che rende il quadro ancora più preoccupante è che la crescita della popolazione sembra essere lenta e graduale. Aggiungere un milione di persone alla popolazione mondiale ogni quattro giorni o aggiungere tre milioni di persone alla popolazione degli Stati Uniti ogni anno è a mala pena rilevabile. Col passare degli anni, la popolazione mondiale raddoppia e così quella degli Stati Uniti.

[Non riteniamoci estranei alla questione. Secondo i dati ISTAT, in Italia il saldo naturale del 2003 è stato di circa 60.000 persone in meno; eppure, a causa dell’immigrazione, l’effettiva crescita della popolazione ha superato le 567.000 unità; nel 2004 il saldo naturale è stato di 15.941 persone in più (si noti l’inversione di tendenza) e la crescita effettiva della popolazione di 574.130 unità: un simile ritmo di crescita equivale ad aggiungere una nuova Milano ogni 2-3 anni! A differenza di quanto accade negli Stati Uniti, ove la crescita della popolazione è parzialmente dovuta all’immigrazione, in Italia la TOTALITÀ della crescita della popolazione deriva dall’immigrazione; a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, dove vaste aree sono ancora allo stato naturale e le risorse alimentari sono sovrabbondanti rispetto al fabbisogno interno, l’Italia è già enormemente sovrappopolata e sopravvive solo in virtù dell’importazione di una consistente porzione del proprio fabbisogno alimentare… - N.d.T.]

 

Dati relativi agli animali

Molti studi in questo campo hanno dimostrato che gli animali tendono ad aumentare e a convertire in se stessi e nella propria progenie quante più risorse ambientali possibile. Darwin (1859) nel suo capitolo “La lotta per la sopravvivenza” mise in evidenza che il cibo è un fattore critico che limita alcune popolazioni animali. Annotò anche i «numerosi casi registrati di sconvolgentemente rapida crescita di diversi animali allo stato naturale, quando le circostanze sono state loro favorevoli durante due o tre stagioni successive». Elton (1927) fu il primo a affermare esplicitamente che quando gli animali cominciano a lottare per la sopravvivenza, spendono gran parte della propria vita nella ricerca del cibo e nell’alimentazione. Aggiunse che la principale forza trainante per tutti gli animali consiste nel reperire il tipo di cibo giusto e nel reperirlo in quantità sufficiente. Elton (1927, p. 56) infatti evidenziò che «l’intera struttura e attività della comunità sono dipendenti da questioni inerenti la disponibilità di cibo». La scoperta che la quantità di popolazione delle specie animali è una funzione del cibo è stata dimostrata empiricamente. L’energia proveniente dal cibo viene ripartita in quattro comparti: mantenimento, crescita, immagazzinamento e riproduzione. Scott e Fore (1995) compirono ricerche circa gli effetti della disponibilità di cibo sulla riproduzione della salamandra marmorizzata. I soggetti vennero assegnati ad uno di tre gruppi. Alla fine dell’esperimento, il 60% delle femmine ben nutrite erano riproduttive. Nei gruppi mediamente e poco nutriti, questa percentuale era rispettivamente del 42% e del 12%. Questi risultati dimostrano che la disponibilità di cibo influenza le dinamiche della popolazione di una specie. Analogamente, Komdeur (1996) dimostrò che gli uccelli canori delle Seychelles prolungavano la propria stagione riproduttiva, fino ad arrivare a riprodursi nell’intero arco dell’anno quando le condizioni naturali consentivano una alta disponibilità di cibo. Per converso, nelle femmine di toporagno muschiato (la ricettività sessuale delle quali non è ristretta al periodo precedente all’ovulazione), 48 ore di limitazioni alimentari portavano a una riduzione degli accoppiamenti in confronto con il gruppo di controllo. Così, piccole riduzioni nella disponibilità di cibo possono inibire il comportamento sessuale femminile (Gill e Rissman, 1997). Nel Calanus finmarchicus, la produzione di uova viene soppressa quando l’insieme dei nutrienti cala al di sotto di un valore minimo critico. Da quel momento, non vengono deposte più uova. Quando viene reintrodotto il cibo, la crescita somatica riprende fino al recupero del peso corporeo normale, quindi l’oogenesi viene ripristinata (Carlotti e Hirche, 1997). Ancora, Iwamoto (1978) ha dimostrato che la dimensione dei gruppi di scimmie aumenta rapidamente dopo un rifornimento di cibo artificiale, ma il livello dell’efficienza nel consumo del gruppo viene sempre mantenuto al di sotto del punto critico tanto in un habitat artificiale quanto in uno naturale. La morte per fame all’interno del gruppo, semplicemente non si verifica se il tasso di disponibilità del cibo viene mantenuto relativamente costante. In condizioni naturali, col crescere della popolazione da nutrire, cala la disponibilità di cibo. Questo stato di cose, porta a un calo nella popolazione da nutrire, che è quindi seguito da un aumento della disponibilità di cibo. Questa crescita della disponibilità di cibo, comporta di nuovo una crescita nella popolazione da nutrire. Nelle specie consumatrici quaternarie, le cosiddette “cime della catena alimentare”, questo fenomeno avviene principalmente per mezzo di fluttuazione nei tassi di natalità.

Ancora una volta, i dati indicano in modo schiacciante che aumentare la quantità di cibo disponibile per una qualsiasi specie porta ad una crescita nella sua popolazione, mentre la diminuzione della quantità di cibo porta ad un calo della popolazione stessa (Caceres et al., 1994; McKillup e McKillup, 1994; Angerbjorn et al., 1991; Wayne et al., 1991; Bomford, 1987).

Alcuni animali, quali i conigli, hanno sviluppato un adattamento che porta all’accrescimento della loro quantità con la stessa rapidità con la quale organismi predatori o patogeni tendono a limitarla (Elton, 1927; Pimentel, 1988). Alcune specie regolano da sé la propria quantità in relazione alle risorse alimentari mantenendo il proprio territorio. Chitty (1995) ha riportato che i giovani topi campagnoli in eccesso, vengono costretti ad abbandonare il territorio dei propri genitori. Nel loro viaggiare alla ricerca di un nuovo territorio per se stessi, i giovani topi campagnoli vengono frequentemente predati o muoiono di fame e di malattia. Probabilmente, ancora più attinente è la prova che un improvviso miglioramento nella dieta delle pecore provoca un tasso di ovulazione più rapido (Schinkel, 1963) e che, nei topi, il digiuno anche breve antecedente all’accoppiamento ha dato come risultato una depressione della libido dei maschi e una concezione ridotta nelle femmine (Christian et al., 1965). La prova dimostra chiaramente che, sebbene le specie abbiano sviluppato diverse strategie per autoregolarsi in relazione alla disponibilità di cibo, questa influenza e determina le dimensioni della popolazione di ogni specie.

 

Dati correlazionali umani

Le popolazioni di quelle culture umane definite cacciatrici/raccoglitrici erano limitate dalle risorse alimentari disponibili (Lee, 1969; Lee e DeVore, 1976; Pimentel e Pimentel, 1996). Laddove queste culture resistono ancora intatte, questo stato di cose è rimasto tale. Quando una delle culture umane avviò un programma di espansione agricola circa 10.000 anni fa (Quinn, 1992) sembrò che i suoi adepti sarebbero riusciti a sottrarsi al controllo e ai limiti imposti dalle risorse naturali. Questo affrancamento si sta però dimostrando illusorio. Dati recenti riguardanti un globale aumento di malnutrizione e malattie tra la popolazione umana indicano che il numero degli umani sarà limitato in qualche altro modo (Pimentel et al., 1999). Se la crescita continua, la popolazione verrà alla fine controllata da meccanismi quali quelli determinati da malnutrizione e malattie, ovvero, da un accelerato tasso di mortalità.

Marchetti et al. (1996) hanno estrapolato a ritroso i dati riferiti alla popolazione umana fino al 10.000 a.C. e mostrano un aumento geometrico della popolazione. Sebbene gli umani siano stati presenti sul pianeta per oltre due milioni di anni, è interessante che essi abbiano scelto di estrapolare fino al 10.000 a.C., dal momento che quella è l’epoca nella quale si è concordi nel collocare l’inizio della “rivoluzione agricola”. La rivoluzione agricola permise di produrre un eccesso di cibo per gli umani, per mezzo di un programma di espansione e di eliminazione delle culture e delle specie competitive (Quinn, 1992; Zinn, 1995). L’eccedenza alimentare risultante è necessaria e sufficiente per spiegare l’improvviso incremento della popolazione umana in sole 500 generazioni. Basati su prove sperimentali, i dati correlazionali e l’apparente coincidenza dell’espansione agricola con la prodigiosa crescita della popolazione umana, costituiscono una prova schiacciante del fatto che l’eccedenza di cibo è legata da un nesso di causalità alla crescita della popolazione umana. Anche Pimentel e Pimentel (1996) notarono che la crescita della popolazione umana cominciò circa 10.000 anni fa, quando si cominciò a praticare l’agricoltura. Farb (1978, p. 129) affermò: «L’esplosione della popolazione, la carenza di risorse, l’inquinamento dell’ambiente, lo sfruttamento di un gruppo di umani da parte di un altro, la carestia e la guerra — tutto ciò ha le proprie radici in quel grande cambiamento adattivo che portò dalla raccolta alla produzione». Data l’attuale crisi ambientale, dopo solo 10.000 anni di espansione agricola, è curioso che egli definisse adattivo questo cambiamento.

Sono disponibili altri dati, più recenti. Per esempio, nel periodo 1989-91, la produzione agricola mondiale crebbe del 25% rispetto al livello del periodo 1979-81. La crescita nel periodo 1994-96 crebbe del 41,3% rispetto al periodo 1979-81 (World Development Indicators, 1998). Analogamente. la produzione alimentare negli stessi periodi crebbe rispettivamente del 25,6% e del 45,6%. Anche la produzione di bestiame crebbe del 24,1% e del 46,6% negli stessi periodi. La produzione cerealicola per ettaro crebbe dai 2.230 litri del periodo 1979-81 ai 2.561 litri del periodo 1994-96. La produzione alimentare è quindi cresciuta abbastanza, ovvero sono state prodotte eccedenze alimentari sufficienti, per fare in modo che la popolazione mondiale continuasse a crescere catastroficamente (Quinn, 1998b), sebbene la crescita della produzione di cibo abbia subito un rallentamento a partire dal 1983. Per esempio, la produzione pro-capite di granaglie ha cominciato a ridursi dopo il 1983 (Pimentel et al., 1999). Si noti che le granaglie costituiscono dall’80% al 90% del cibo mondiale.

È chiaro che la disponibilità mondiale di cibo per gli umani continua a crescere, ma ad una velocità ridotta (Allaby, 1984; Pimentel et al., 1999). Il bestiame, attualmente, consuma 130 milioni di tonnellate di cereali negli Stati Uniti, abbastanza per nutrire 400 milioni di persone (Pimentel, 1996; Pimentel et al., 1995). Certamente ci sarebbe ancor più cibo disponibile per l’alimentazione umana se si riducesse la dipendenza dall’allevamento. Però, poiché la popolazione umana è una funzione della disponibilità di cibo, tale crescita di disponibilità alimentari indurrebbe una crescita della popolazione proporzionale. Questa crescita della popolazione finirebbe per peggiorare la fame e la malnutrizione previste. Dal momento che è risaputo che l’espansione della popolazione umana induce un calo delle quantità di territorio, acqua, energia e risorse biologiche disponibili, è implicita una relazione causa-effetto tra la crescita della popolazione umana e tale calo.

Dato che la crescita della disponibilità di cibo provoca una crescita della popolazione, ciò comporta una riduzione della biodiversità globale. Gli umani usano ora per se stessi circa il 50% della biomassa mondiale (Pimentel e Pimentel, 1996). Chiaramente, col crescere della quantità di cibo destinato all’alimentazione umana e, conseguentemente, della popolazione umana stessa, la biomassa disponibile per le altre specie cala e la biodiversità si riduce.

 

Crescita della popolazione e malattie umane

Molte delle variabili che influenzano le dimensioni della popolazione umana dipendono da fattori legati alla densità della popolazione stessa (Emmel, 1973; Gotelli, 1998). Col crescere della densità della popolazione umana, la quantità di risorse disponibili per ogni individuo diminuisce. Oltre una certa densità di popolazione, la salute si riduce e i tassi di mortalità aumentano.

A prima vista, la salute umana non sembra essere in relazione con le risorse naturali ma, osservando più attentamente, diviene evidente che tanto la qualità quanto la quantità delle risorse naturali (ovvero, cibo ed acqua) hanno un ruolo centrale nel determinarla. Gli aumenti nelle malattie associate con una ridotta qualità dell’acqua, dell’aria e del suolo forniscono la prova di un peggioramento degli standard di vita. Esiste una profonda differenza nelle cause di morte tra le regioni sviluppate del mondo e quelle in via di sviluppo. Le malattie contagiose, materne e/o prenatali provocano il 40% delle morti nelle regioni in via di sviluppo ma solo il 5% in quelle sviluppate (WHO, 1996b). Per quanto ne sia responsabile un insieme complesso di fattori, cibo inadeguato ed acqua e suolo contaminati costituiscono le principali cause delle malattie e di altri problemi inerenti la salute, specialmente nei Paesi in via di sviluppo (Pimentel et al., 1998).

Col crescere della popolazione, crescono anche i rischi relativi alla salute, e ciò accade in modo particolarmente rapido nelle zone ove l’igiene è inadeguata. Le morti umane dovute a malattie infettive sono aumentate di oltre il 60% dal 1982 al 1992 (WHO, 1992, 1995).

Gli ambienti urbani sovraffollati, specialmente quelli privi di adeguata igiene, costituiscono una fonte di grande preoccupazione per la salute pubblica, poiché sono potenzialmente la fonte di malattie epidemiche (Iseki, 1994; Holden, 1995) e di aumentato inquinamento (Brown e Nielsen, 2000; Plant et al., 2000; Jayne, 1999; Lelieveld et al., 1999; Carpenter e Watson, 1994; Bartiaux e van Ypersele, 1993; Alper, 1991; Brinckman, 1985). Per esempio, la denga – diffusa dalla zanzara Aedes aegypti che si riproduce in contenitori in grado di trattenere l’acqua, comprese lattine, vecchi copertoni e altro – si sta rapidamente diffondendo nelle affollate città tropicali (Lederberg et al., 1992; Gubler e Clark, 1996). Attualmente si verificano da 30 a 60 milioni di casi di infezione da denga all’anno, con una drammatica crescita dal 1980 (Monath, 1994). Approssimativamente il 65% delle malattie infettive al mondo vengono diffuse da persona a persona (WHO, 1996a). In aggiunta all’incremento delle malattie infettive che ora provocano il 35% delle morti umane (Ramalingaswami, 1996), si stima che ogni anno un altro 40% delle morti umane possa essere attribuito a vari fattori ambientali, specialmente inquinanti organici e chimici (Pimentel et al., 1998).

Globalmente, le infezioni trasmesse tramite l’acqua corrispondono all’80% di tutte le malattie infettive e al 90% delle malattie infettive nei Paesi in via di sviluppo (Epstein et al., 1994). La carenza di igiene contribuisce a circa due miliardi di infezioni di diarrea umana con circa quattro milioni di morti all’anno, in massima parte tra neonati e bambini in tenera età (WHO, 1992).

I Paesi in via di sviluppo scaricano approssimativamente il 95% dei loro reflui urbani non trattati direttamente nel sistema acquifero di superficie (WHO/UNEP, 1993). Delle 3.119 città dell’India, solo 209 dispongono di impianti per il trattamento parziale degli scarichi fognari e solo 8 hanno impianti per il loro trattamento completo (WHO, 1992). Più a valle, l’acqua inquinata è usata per bere, fare il bagno e lavare. Questa situazione è tipica di molti fiumi e laghi nei Paesi in via di sviluppo (WHO, 1992).

Negli Stati Uniti, quasi il 50% delle acque lacustri è inquinata dai detriti dovuti all’erosione contenenti nitrati, fosfati e altre sostanze chimiche (Gleick, 1993). Anche le fonti di inquinamento non localizzate, specialmente residui provenienti dall’agricoltura (per esempio rifiuti provenienti da animali e pesticidi) contribuiscono alla diffusione delle malattie.

La scistosomiasi, associata con l’acqua e con condizioni di scarsa igiene, si sta espandendo in tutto il mondo e attualmente si stima che provochi ogni anno oltre un milioni di morti (Pimentel et al., 1998). Questa espansione è successiva ad un aumento degli habitat idonei per la chiocciola che è ospite intermedio del parassita, espansione dovuta a varie attività umane, quali la costruzione di dighe e canali di irrigazione (Shiklomanov, 1993). Per esempio, la costruzione della diga superiore di Assuan in Egitto portò ad una esplosione nell’incidenza dello Schistosoma mansoni dal 5% del 1968 al 77% del 1993 (Shiklomanov, 1993). Le infezioni da S. heamatobium oscillavano tra il 2% e l’11% prima della costruzione della diga nel 1968, ma sono aumentate attestandosi tra il 44% e il 77% nel 1990 (Akhtar e Verhasselt, 1990).

La malaria, una malattia trasmessa dalle zanzare, infetta oltre 500 milioni di umani ogni anno, uccidendo approssimativamente 2,7 milioni di essi (Marshall, 1997; Travis, 1997). I cambiamenti ambientali, compresi il maggiore inquinamento idrico e la deforestazione, hanno rafforzato l’alta incidenza e l’incremento della malaria.

In aggiunta, gli inquinanti dell’aria influiscono negativamente sulla salute di una quantità di persone che ogni anno oscilla globalmente tra i quattro e i cinque miliardi (World Bank, 1992; Leslie e Haraprasad, 1993; WHO/UNEP, 1993). Sempre più, l’inquinamento dell’aria è dovuto all’espansione della popolazione umana, all’impiego dei combustibili fossili, al sempre maggiore rilascio di emissioni chimiche industriali e alle automobili sempre più numerose.

Globalmente, specialmente nelle nazioni in via di sviluppo, ove la gente cucina in fuochi aperti alimentati a legna e carbone, ogni anno circa quattro miliardi di persone soffrono a causa dell’esposizione al fumo (WHO, 1992;World Bank, 1992; Leslie e Haraprasad, 1993; WHO/UNEP, 1993). Questo fumo contiene grandi quantità di particolato (Leslie e Haraprasad, 1993) e oltre 200 sostanze chimiche, comprese diverse sostanze cancerogene (Godish, 1991) e comporta livelli di inquinamento considerevolmente superiori a quelli considerati accettabili dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 1992; World Bank, 1992; Leslie e Haraprasad, 1993; WHO/UNEP, 1993). Delle 2,7 milioni di morti stimate che si devono ogni anno all’inquinamento dell’aria, 2,2 milioni sono provocate dalla combustione all’interno delle mura domestiche di legna e altri combustibili per cucinare e riscaldarsi (UNDP, 1999).

Una delle più gravi malattie umane correlata alla carenza di risorse è la malnutrizione. Essa è dovuta alla carenza di calorie, proteine, vitamine (ad esempio, la vitamina A), ferro, iodio e altro. Oggi, oltre tre miliardi di persone (la metà della popolazione mondiale) soffrono di malnutrizione (WHO, 1996a), in assoluto la quantità e la percentuale maggiori della storia. In altre parole, come è cresciuta la popolazione globale, così sono cresciute la quantità e la percentuale di individui malnutriti. Per questo si può affermare che l’aumento della quantità e della percentuale di persone che soffrono di malnutrizione è una funzione della consistenza della popolazione.

Povertà e carenze igieniche in certi centri urbani possono essere gravi tanto quanto nelle aree rurali; molti studi evidenziano le disparità esistenti anche tra le diverse parti di una stessa città (Pimentel et al., 1998). Gli ambienti cittadini, specialmente quelli privi di igiene adeguata, stanno diventando causa di preoccupazioni per il loro alto potenziale di diffusione di malattie, dovuto al sovraffollamento (Holden, 1995). L’alta densità di popolazione degli ambienti urbani non offre protezione contro l’inquinamento provocato dagli scarichi cittadini nell’acqua, nell’aria e nel suolo e crea condizioni favorevoli per la rapida diffusione di malattie infettive che possono facilmente assumere proporzioni epidemiche (WHO, 1992).

La malnutrizione e le altre malattie sono intercorrelate e, come ci si può aspettare, le parassitosi e la malnutrizione coesistono dove c’è povertà, scarsa igiene (Shetty e Shetty, 1993) e alta densità di popolazione (Gotelli, 1998). Gli individui malnutriti, specialmente i bambini, sono gravemente interessati dalle parassitosi poiché queste possono ridurre la disponibilità di sostanze nutrienti provenienti dalla dieta. I parassiti intestinali, quali gli ancilostomi, riducono l’assimilazione dei nutrienti negli esseri umani infetti. Provocando diarrea e dissenteria, frequente calo di appetito e di alimentazione, inadeguato assorbimento degli alimenti ingeriti, essi accrescono la perdita di nutrienti; inoltre, ingeriscono direttamente sangue (Shetty e Shetty, 1993). Gli ancilostomi, per esempio, possono prelevare fino a 30 cc di sangue da una persona in un singolo giorno, lasciando l’individuo debole e soggetto ad altre malattie (Hotez e Pritchard, 1995). Si stima che dal 5% al 20% dell’alimentazione quotidiana di una persona infestata venga usato per compensare le altre malattie e lo stress fisico provocati da questa parassitosi (Pimentel e Pimentel, 1996).

Si dice che la sofferenza di coloro che sono attualmente malnutriti potrebbe essere ridotta per mezzo di una migliore distribuzione del cibo (Hay, 1981). Kofi Annan (1997), Segretario Generale delle Nazioni Unite, afferma: «Il mondo dispone di cibo sufficiente. Ciò che manca è la volontà politica di assicurare che tutti possano avere accesso a questa abbondanza, che tutti possano godere della sicurezza alimentare». Sono anche state suggerite alternative per aumentare la produzione di cibo. Per esempio, la malnutrizione della popolazione mondiale potrebbe essere ridotta temporaneamente per mezzo di una migliore distribuzione del cibo globalmente disponibile, pur senza aumentarne la produzione. Per esempio, sarebbe possibile fornire ai sei miliardi di esseri umani attuali [questa stima risale al gennaio 2000; al , deve essere aggiornata a esseri umani - N.d.T.] una dieta minima ma nutrizionalmente adeguata, se tutto il cibo prodotto a livello mondiale venisse condiviso e distribuito equamente (Cohen, 1995). Però, ci sono problemi in proposito. Per esempio, quanti tra coloro che, nei Paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo, hanno più di quelle che sarebbero le necessità alimentari di base, sarebbero disponibili a condividere il proprio cibo e a pagare per la sua produzione e distribuzione? Che si realizzi o meno questa migliore distribuzione, se la produzione alimentare continua a crescere, si prevede che, in base ai tassi di accrescimento attuali, la popolazione mondiale raggiungerà i 12 miliardi di persone nei prossimi 50 anni. Gravi penurie di terreni, acqua, energia e risorse biologiche aumenteranno la malnutrizione e la carenza di cibo (Abernethy, 1993). Questo ci riporta ad un dato reale: la produzione alimentare dovrà assestarsi su un livello massimo, prima o poi, poiché la capacità del pianeta di fornire cibo ha dei limiti.

 

Gli effetti dell’arresto della crescita della produzione alimentare

La curva caratteristica che rappresenta la crescita di popolazione della maggior parte delle specie è sigmoidea o a forma di “S”. Questo vale tanto per i parameci quanto per gli organismi più grandi con cicli vitali lunghi, quali gli uccelli, gli alberi e i mammiferi. La crescita inizia lentamente, accelera rapidamente in forma esponenziale, quindi decelera man mano che si avvicina all’asintoto rappresentato dai limiti ambientali.

Per tutte le specie limitate da fattori che dipendono dalla densità di popolazione, questo limite può essere determinato dalla disponibilità di cibo. Il cibo può essere anche considerato uno dei limiti della capacità di carico dell’ambiente. Una volta che una popolazione abbia raggiunto questo limite, può essere raggiunto un relativo equilibrio. Questo equilibrio comporta fluttuazioni nelle dimensioni della popolazione, e queste fluttuazioni seguono le fluttuazioni periodiche dei livelli di cibo e/o gli andamenti delle predazioni e delle malattie. In genere, col crescere della popolazione da nutrire, le risorse alimentari decrescono. Questo fenomeno è seguito da un calo della popolazione da nutrire, che consente alle risorse alimentari di crescere nuovamente. Queste oscillazioni a lungo termine nella densità di popolazione possono verificarsi con cicli di molti anni tra i picchi e le depressioni (Emmel, 1973 p. 86–98; Chitty, 1995).

Incrementando la produzione agricola, gli umani hanno continuamente “alzato il soffitto”, ovvero il limite asintotico rappresentato dalla disponibilità di cibo. In altre parole, per mezzo della produzione agricola, la quantità del cibo per alimentazione umana prodotto è cresciuta. Questo fatto pone le condizioni per un declino nelle risorse alimentari, che può verificarsi come conseguenza di eventi quali siccità o altro. In questo modo, quando le risorse alimentari calano, può succedere che calino in modo repentino. Questa crisi futura può essere il risultato diretto della crescita della popolazione umana oltre le capacità di carico dell’ambiente. Messa diversamente, quanto più alto è il “soffitto”, tanto più grave sarà il crollo. Robson (1981) suggerì che le carestie non si verificano indipendentemente dalla produzione agricola intensiva. Quinn (1996) ha chiamato il nostro piano di crescita della produzione agricola finalizzato al mantenimento della crescita della popolazione “agricoltura totalitaria”. In risposta alla pretesa che la produzione alimentare debba essere aumentata costantemente per nutrire una popolazione sempre più numerosa, Quinn (1998c) ha replicato che:

«Se sei miliardi di persone possono essere nutriti dall’agricoltura totalitaria, allora gli stessi sei miliardi possono essere nutriti da una agricoltura sostenibile. La differenza tra agricoltura totalitaria e agricoltura sostenibile non è nella tecnica o nella produzione (dal momento che una rapa rimane una rapa, indipendentemente da come viene prodotta), quanto piuttosto nelle finalità del programma. Il piano dell’agricoltura totalitaria consiste nell’incrementare la produzione di cibo allo scopo di sopravanzare quella crescita della popolazione che viene alimentata da ogni incremento apportato dall’agricoltura totalitaria stessa, e questo è ciò che la rende insostenibile.»

È stato sottinteso, se non affermato esplicitamente, il concetto che all’avvicinarsi della quantità di popolazione al limite asintotico della disponibilità alimentare conseguono morti di massa per fame. Nell’ambito dell’intera letteratura riguardante l’argomento, la posizione è stata «dobbiamo aumentare la produzione di cibo per nutrire una popolazione in crescita» (Postel, 2001; Bongaarts, 1994; Waggoner, 1994; Brundtland, 1993; Baron, 1992; Anifowoshe, 1990; Brown, 1989; Robson, 1981). Malthus, nel suo famoso Saggio, avanzò quel “principio della popolazione” nel quale asseriva che la popolazione ha la capacità di crescere più rapidamente dei mezzi di sussistenza (Petersen, 1979, p. 47). Però, a causa delle realtà biologiche, la popolazione non può essere sostenuta oltre il livello imposto dalla disponibilità di cibo. Poiché la prospettiva maltusiana secondo la quale “la produzione alimentare deve essere aumentata per nutrire una popolazione in crescita” è pervasiva nella nostra cultura, ciò che si verifica nei fatti è che anno per anno la produzione alimentare cresce, provocando un incremento della popolazione, con sempre più grave malnutrizione e sempre più malattie. In ogni caso, le prove dimostrano che la popolazione umana crescerà fino a quando verrà raggiunto un più alto limite dettato dalle disponibilità alimentari. A quel punto, la crescita della popolazione verrà frenata (Pimentel e Pimentel, 1996, pp. 23, 296).

Se la disponibilità di cibo per la popolazione viene mantenuta costante e la popolazione continua a crescere dell’1,4% ogni anno (PRB, 2000), la diminuzione annuale della disponibilità alimentare pro-capite è in media relativamente ridotta (Quinn, 1998a). Per esempio, se una popolazione consiste di 1.000 umani e la disponibilità di cibo viene mantenuta costante a 3.000 calorie per persona al giorno (mantenendo gli altri nutrienti vitali costanti in relazione all’apporto calorico), il fabbisogno totale della popolazione nel suo complesso ammonta a tre milioni di calorie al giorno. Se la quantità di umani cresce fino a 1.014 individui, le calorie pro-capite disponibili giornalmente scendono a 2.959. Se nell’anno successivo si verifica una crescita della popolazione della stessa entità, si avranno 1.028 individui. Le calorie pro-capite disponibili giornalmente scenderanno a 2.918. Ripetendo il procedimento altre due volte, le calorie disponibili per ogni individuo saranno 2.879 e poi 2.838. Dopo quattro anni caratterizzati da un tasso di crescita della popolazione dell’1,4%, le calorie pro-capite disponibili giornalmente si saranno ridotte solo di 162. Dopo nove anni, la riduzione sarà solo di 353, e la disponibilità di calorie pro-capite al giorno avrà raggiunto il livello di 2.648. La spinta dovuta alla limitazione del cibo e dei nutrienti, per quanto lieve, servirà alla fine a frenare la riproduzione umana. Questo potrà accadere per mezzo di meccanismi sociali, scelte individuali o meccanismi biologico-riproduttivi. In altre parole, fermare la crescita della produzione alimentare fermerà la crescita della popolazione per mezzo di una riduzione nei tassi di natalità.

Così, sembrano essere disponibili due metodi sistemici di controllo della popolazione. Uno consiste nel continuare ad alimentare la crescita della popolazione per mezzo di una accresciuta produzione alimentare per poi lasciare che meccanismi biologici quali la malnutrizione e le malattie provvedano a limitare la popolazione tramite un accresciuto tasso di mortalità. L’altro consiste nel porre un limite alla crescita della produzione alimentare, inducendo un arresto nella crescita della popolazione per mezzo di un diminuito tasso di natalità. Invece che dipendere dalla malnutrizione e dalle malattie per limitare la popolazione umana, un meccanismo sociale che conseguisse ad una produzione alimentare stabile potrebbe provvedere a limitare la popolazione democraticamente, o consensualmente, o per mezzo di incentivi.

 

Atteggiamenti culturali e scienza

L’influenza delle inclinazioni culturali sulla scienza non è una novità. Quando Charles Darwin (1859) sostenne il concetto che gli umani fossero parte di un processo evolutivo, la sua teoria incontrò una forte opposizione, in particolare da parte del clero. La teoria evolutiva è stata accettata ma non è riconosciuta da parte di molti settori della società. Forse lo stesso atteggiamento culturale che ha interferito con l’accettazione delle osservazioni e delle affermazioni di Galileo a favore della teoria copernicana (Finocchiaro, 1989), continua a interferire con l’accettazione dei propositi darwiniani (si noti la decisione del Ministero dell’Educazione del Kansas di abolire l’insegnamento dell’evoluzione – New York Times, 12 agosto 1999). La visione del mondo secondo la quale gli umani sono al di sopra delle leggi fisiche e biologiche continua ad essere viva ancor oggi.

Un atteggiamento simile è presente anche nei confronti della comprensione del rapporto causa-effetto che esiste tra produzione di cibo e crescita della popolazione. Alcuni, come Julian Simon (1991) sostengono che gli umani sono esenti dalle leggi naturali della fisica e della biologia e che il comportamento umano è la conseguenza di forze metafisiche. P.Waggoner (in una comunicazione personale del 1 aprile 1998) affermò che: «noi… ci chiediamo se qualcosa (la crescita della popolazione) che dipende così tanto dai desideri umani possa essere previsto fisicamente». A causa di queste convinzioni, l’uso del metodo scientifico nello studio del comportamento umano, specialmente per quanto riguarda le dinamiche demografiche, è ancora alla sua infanzia e viene guardato con scetticismo (Skinner, 1990).

 

Conclusione

Chiaramente, la quantità di umani non può continuare a crescere indefinitamente infrangendo tutte le leggi fisiche e biologiche. Le risorse naturali sono già gravemente limitate, e sono sempre più evidenti le prove che le forze naturali stanno già cominciando a controllare le proporzioni della popolazione umana tramite la malnutrizione e altre malattie, ovvero tramite una accresciuta mortalità. Globalmente, oltre tre miliardi di persone sono già malnutrite. L’inquinamento delle acque, dell’aria e del terreno è cresciuto, dando come conseguenza una rapida crescita della quantità di esseri umani sofferenti a causa di gravi malattie derivate dall’inquinamento stesso (Pimentel et al., 1998). Ancora una volta, è chiaro che le forze naturali sono al lavoro per aumentare la mortalità umana.

Cinquantotto accademie scientifiche, compresa l’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, mettono in risalto che l’umanità si sta avvicinando ad una crisi per quanto riguarda il problema delle risorse naturali, della popolazione e della sostenibilità (NAS, 1994). Se si continua a perseguire l’obbiettivo di “incrementare la produzione alimentare per nutrire una popolazione in crescita”, la quantità degli esseri umani continuerà a crescere fino a superare le capacità di sostentamento della biosfera. A quel punto le malattie, compresa la malnutrizione, e altri metodi naturali di controllo provvederanno a limitare le proporzioni della popolazione umana [dovrebbe essere inutile osservare che il processo naturale è un processo violento e oltremodo doloroso, tanto a livello individuale quanto collettivo - N.d.T.]. Ad ogni modo, non è necessario che il controllo della popolazione avvenga in questo modo, se si comprende che il nostro piano di incremento della produzione alimentare continua ad alimentare l’esplosione demografica.

Alcuni credono che per gli umani, limitare il proprio numero significherebbe intaccare la libertà di riprodursi. Può essere, ma una crescita continua della popolazione umana significherebbe intaccare la nostra possibilità di liberarci della malnutrizione, della fame, delle malattie, della povertà, dell’inquinamento. Significherebbe inoltre intaccare la nostra possibilità di essere liberi di godere della natura e di un ambiente di qualità. Comprendendo le importanti leggi scientifiche circa le dinamiche demografiche, che ci dicono che le proporzioni della popolazione umana dipendono dal cibo disponibile, abbiamo una possibilità di assicurare il benessere delle generazioni future [quanti anni hai? probabilmente stiamo parlando anche del TUO benessere, oltre che di quello delle generazioni future… - N.d.T.]. Gli individui vivrebbero così in un ambiente capace di sostenere gli umani e le altre forme di vita.

 

Ringraziamenti

Vorremmo ringraziare Edie Hopfenberg, Steven Salmony, e JeffreyWysocki per le loro utili discussioni, i loro utili suggerimenti e la loro attenta revisione delle bozze.

 

Russell Hopfenber: Duke University, Durham, NC, USA

105 Autumn Drive
Chapel Hill, NC, USA
27516-7744
e-mail: RussH100@aol.com
tel.: (919) 431 0085

David Pimentel: Cornell University, Ithaca, NY, USA

Traduzione di Carpanix
Versione originale in inglese: fai click qui.


Riferimenti

 

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