Home

 

IL RITIRO DEI MOVIMENTI AMBIENTALISTI DAL SOSTEGNO ALLA STABILIZZAZIONE DELLA POPOLAZIONE STATUNITENSE (1970-1998): UNA PRIMA BOZZA DI STORIA

di Roy Beck e Leon Kolankiewicz
Traduzione di Carpanix

 


La saggezza popolare afferma che «tutto il mondo è paese», ad indicare che quel che vale in un posto, vale ovunque, che non c’è al mondo un posto veramente diverso dagli altri. Forse è anche per questo che ho letto l’articolo che segue con l’inquietante sensazione, nonostante i dati riportati riguardino esplicitamente gli Stati Uniti, di trovarmi di fronte ad un testo nel quale si esprimono concetti che potrebbero essere adattati agevolmente anche per comprendere quanto accade in “casa nostra”.
Il tema della necessità di ridurre la popolazione per ragioni ambientali, particolarmente rilevante per l’Italia (vedi a questo proposito anche L’Italia è sovrappopolata), pare afflitto dalle remore di un regime di ferrea censura — è tacitamente proibito anche solo parlarne pubblicamente. Zitti e mosca, ché l’argomento è tabù! La gogna (quando non addirittura una simbolica ghigliottina) incombe su chi osasse sollevare la questione.
Lo studio di Roy Beck e Leon Kolankiewicz può costituire un primo passo per provare a comprendere almeno alcune delle ragioni per le quali una simile censura viene appoggiata anche da quei movimenti ambientalisti che dovrebbero, al contrario, essere i principali promotori di una politica indirizzata a ridurre la popolazione su territori sovrappopolati qual è quello italiano.
Del resto, provate a ricordare: quando mai vi è capitato di sentire qualche dirigente di un qualsiasi movimento ambientalista italiano dichiarare esplicitamente che occorre adoperarsi affinché la popolazione presente sul nostro territorio nazionale possa ridursi? — Carpanix

 

Gli anni intorno al 1970 hanno segnato l’inizio dell’età del moderno movimento ambientalista. Ora che il movimento entra nel suo quarto decennio, il cambiamento che forse colpisce di più è l’abbandono da parte dei gruppi ambientalisti nazionali della stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti intesa come obiettivo perseguito attivamente.

Come mai il movimento ambientalista americano è cambiato così radicalmente? Rispondere a questa domanda sarà una dura sfida per gli storici. Noi non siamo storici. Abbiamo speso la maggior parte delle nostre vite rispettivamente come giornalista e come scienziato ambientale. Ma agli storici che alla fine intraprenderanno il compito possiamo dare molti suggerimenti sul dove cercare.

Per cominciare a comprendere perché quel ritiro si è verificato e qual è il suo significato, è importante rivisitare il movimento degli anni ‘70 e le sue radici legate alla popolazione.

 

La questione popolazione e il movimento ambientalista degli anni ‘70

Verso il 1970, le tematiche della popolazione e dell’ambiente erano ampiamente e pubblicamente collegate. Nelle assemblee studentesche ambientali di tutt’America, i liceali del tempo potevano ascoltare ripetuti proclami riferiti alla necessità di arrestare la crescita della popolazione statunitense per ottenere dei risultati in campo ambientale; la più diffusa ed esplicita tra le ragioni addotte per la necessità di affrontare le questioni legate alla popolazione era il salvare l’ambiente. Il più noto gruppo della nazione che si occupa di popolazione, Zero Population Growth (ZPG) — fondato da biologi preoccupati dall’impatto catastrofico determinato sulla biosfera dalla presenza di un numero sempre crescente di esseri umani — era presentato anche come un gruppo ambientalista. Molti dei maggiori gruppi ambientalisti della nazione avevano considerato o consideravano il “controllo della popolazione” uno dei più rilevanti elementi base delle loro prescrizioni per l’America.

Come scrisse Stewart Udall (Segretario degli Interni durante le amministrazioni Kennedy e Johnson) in The Quiet Crisis: “Dave Brower [direttore esecutivo del Sierra Club] ha espresso il consenso del movimento ambientalista in materia nel 1966, quando disse ‘Sentiamo che non esiste una politica di preservazione in assenza di una politica sulla popolazione’”. [1] Brower incoraggiò il biologo della Stanford University e cofondatore di ZPG Paul Ehrlich a scrivere The Population Bomb, pubblicato nel 1968, che superò perfino la pietra miliare di Rachel Carson, Silent Spring, nel divenire il più venduto libro sull’ecologia degli anni ‘60. [2] La polemica di Ehrlich fece eco, amplificandole, alle preoccupazioni sulla popolazione precedentemente sollevate da due libri molto letti, entrambi pubblicati nel 1948 (Our Plundered Planet di Fairfield Osborn, presidente della Conservation Foundation, e Road to Survival di William Vogt, un ex ufficiale della Audubon Society, che più tardi divenne il direttore nazionale di Planned Parenthood). [3]

L’apparente consenso tra i dirigenti del nascente movimento ambientalista fu affiancato, e rafforzato, da un diffuso accordo tra influenti ricercatori e studiosi di scienze naturali nel corso di tutti gli anni ‘60 e ‘70. [4] L’importanza attribuita all’arresto della crescita della propria popolazione da parte di ogni Paese non era confinato agli Stati Uniti. Nel 1972, la principale rivista ambientalista inglese, The Ecologist, pubblicò il clamoroso Blueprint for Survival, sostenuto da trentaquattro rinomati biologi, ecologi, dottori ed economisti, compresi Sir Julian Huxley, Peter Scott e Sir Frank Fraser-Darling. In relazione alla popolazione, il Blueprint affermava: “Per prima cosa, i governi devono prendere atto del problema e dichiarare il proprio impegno nel porre fine alla crescita della popolazione; questo impegno dovrebbe anche comprendere la fine dell’immigrazione.” [5]

Gli organizzatori del primo Earth Day [Giornata della Terra], nel 1970, notano che la crescita della popolazione fu un tema centrale. [6] La celebrazione, diffusa a livello nazionale, espresse una massiccia ondata popolare che aiutò a spronare il Congresso e le amministrazioni Nixon, Ford e Carter a mettere in atto un insieme di leggi ambientali a tutto tondo e a creare un burocrazia federale per implementare e rafforzare quelle e le altre che erano state promulgate negli anni ‘60. Due mesi dopo l’Earth Day, il First National Congress on Optimum Population and Environment tenne un convegno a Chicago. [7] Gruppi religiosi — in particolar modo la Chiesa Metodista Unita e la Chiesa Presbiteriana — chiedevano a gran voce per ragioni etiche che il governo federale adottasse politiche che conducessero a una stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti. Il Presidente Nixon si rivolse alla nazione parlando dei problemi che avrebbe dovuto affrontare se la crescita della popolazione degli Stati uniti fosse continuata senza freni. Il primo gennaio del 1970, il Presidente convertì in legge il National Environmental Policy Act (NEPA), [8] al quale ci si riferisce spesso come alla “Magna Carta ambientale” della nazione. [9] Al Titolo I, la “Declaration of National Environmental Policy” cominciava: “Il Congresso, riconoscendo il profondo impatto delle attività umane sulle interrelazioni tra tutte le componenti dell’ambiente, in particolare le profonde influenze della crescita della popolazione…”. [10] Più avanti, nel corso del 1970, il Presidente Nixon e il Congresso nominarono congiuntamente dei rappresentanti dell’ambiente, del lavoro, degli affari, degli studi, della demografia, della popolazione in una Commissione bipartitica sulla Crescita della Popolazione e sul Futuro Americano, presieduta da John D. Rockefeller III. Tra le sue scoperte, nel 1972 ci fu quella secondo la quale sarebbe stato difficile raggiungere i risultati ambientali stabiliti a quel tempo, a meno che gli Stati Uniti avessero iniziato a fermare la crescita della propria popolazione. Rockefeller scrisse che “una graduale stabilizzazione della nostra popolazione con mezzi volontari contribuirebbe significativamente alla capacità della nazione di risolvere i suoi problemi”. [11]

Gli ambientalisti prevedevano di mettere in atto la transizione verso la stabilità degli Stati Uniti entro una generazione — entro il momento, cioè, in cui i figli degli attivisti che in quegli anni frequentavano i college sarebbero stati a loro volta al college. Il Sierra Club, per esempio, nel 1969 incitava “la gente degli Stati Uniti ad abbandonare l’obiettivo della crescita della popolazione e ad impegnarsi per limitare la quantità complessiva di abitanti della nazione, allo scopo di raggiungere l’equilibrio tra popolazione e risorse non oltre il 1990”. [12]

Un’ampia coalizione di gruppi ambientalisti, nel 1970 produsse una risoluzione nella quale si affermava che “la crescita della popolazione è causa diretta dell’inquinamento e del degrado del nostro ambiente — aria, acqua e terreno — e amplifica i problemi fisici, psicologici, sociali, politici ed economici fino al punto da minacciare il benessere degli individui, la stabilità della società e la nostra stessa sopravvivenza”. Lo stesso gruppo si impegnava a “trovare, incoraggiare e implementare il prima possibile” le politiche e le attitudini che avrebbero condotto alla stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti. [13]

L’enfasi degli ambientalisti in merito alla popolazione influenzò pesantemente i mezzi di comunicazione. I problemi di popolazione degli Stati Uniti venivano regolarmente trattati sulle prime pagine dei quotidiani, negli articoli di copertina delle riviste, nei notiziari televisivi della sera e perfino in intrattenimenti popolari quali il “Johnny Carson Show”. Improvvisamente, dopo oltre vent’anni di Baby Boom, i giornalisti ed i politici stavano trattando la crescita della popolazione come qualcosa che poteva e doveva essere domato, piuttosto che come una forza naturale inevitabile al di là dell’uomo e delle sue possibilità di controllo.

Nel 1998, però, la maggior parte di quell’interesse risulta scomparso, ma non perché la crescita della popolazione si sia arrestata, né perché i problemi che essa provoca siano stati risolti.

 

La questione mancante del 1998

Quando nell’ottobre 1998 la Society for Environmental Journalists tenne la sua conferenza annuale a Chattanooga, Tennessee, l’espansione urbana era un tema ricorrente. E, non sorprendemente, la crescita della popolazione negli Stati Uniti era una forza altrettanto potente di quanto era stata nel 1970: ogni anno si aggiungevano circa 2,5 milioni di Americani, con un tasso di crescita più rapido di quello di alcuni Paesi del Terzo Mondo e dieci volte superiore a quello europeo. Si trattava di un volume di crescita quasi pari a quello degli anni del Baby Boom, fenomeno che contribuì ad innescare il movimento ambientalista/popolazionista degli anni ‘70. Il sogno dell’Earth Day del 1970, secondo il quale la popolazione americana si sarebbe stabilizzata entro una generazione, non si era concretizzato.

Eppure, la crescita della popolazione era stranamente assente dalla maggior parte dei rapporti sull’espansione urbana e da un popolare incontro nel quale un gruppo di studio di giornalisti ed editori discusse l’ampia copertura da loro fornita relativamente ai problemi derivanti dall’espansione urbana in diverse parti del Paese, alle sue cause del fenomeno e alle possibili soluzioni. I convenuti parlarono di zonizzazione, pianificazione e scelte di stile di vita problematiche, ma non dei 25 milioni di nuovi residenti aggiunti ogni decennio — o della semplice quantità di spazio necessaria per fornire loro spazi abitativi, luoghi di lavoro, scuole, strade, impianti ricreativi, centri commerciali e altre infrastrutture. Sollecitati dal pubblico, tutti i convenuti si dichiararono d’accordo sul fatto che l’espansione urbana sarebbe molto meno distruttiva senza la massiccia crescita della popolazione che si stava verificando in America. E essi si dichiararono d’accordo sul fatto che la vita urbana e il degrado ambientale sarebbero stati immensamente differenti se dal 1970 non si fossero aggiunti 70 milioni di persone alla popolazione degli Stati Uniti.

Verso la fine degli anni ‘90, come nel 1970, i problemi che derivano dalla crescita della popolazione degli Stati Uniti costituivano notizie notevoli. Ma la crescita della popolazione, che ne è alla base, e le cause di quest’ultima venivano a malapena menzionate.

I giornalisti tendono a tenere conto dei gruppi di potere in competizione, per definire le questioni delle quali occuparsi. I gruppi economici costituiscono da sempre un estremo dello spettro, col loro spingere per una crescita della popolazione via via maggiore. C’è stato un tempo in cui i gruppi ambientalisti hanno costituito l’altro estremo dello spettro, col loro chiedere che non ci fosse crescita. Nel 1998, però, i gruppi ambientalisti non mettevano più in evidenza la popolazione intesa come qualcosa che una nazione può accettare o rifiutare. Quando venivano intervistati sull’espansione urbana, i dirigenti ambientalisti non tiravano in ballo il fattore popolazione.

Questa situazione si manifestò anche nel retro della stanza dell’hotel di Chattanooga ove ebbe luogo il convegno sull’espansione urbana. In quella stanza, un rappresentante della sede centrale del Sierra Club aveva piazzato un espositore con un campionario della principale nuova campagna del Club contro l’espansione urbana. La campagna, fortemente pubblicizzata e dal costo multimilionario, citava la crescita della popolazione solo di passaggio e solo per minimizzarne il ruolo. Nessuno dei materiali suggeriva che la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti potesse fare parte della soluzione per limitare l’espansione urbana. La campagna del Sierra Club concentrava i propri sforzi su una maggiore regolamentazione e gestione della crescita degli Stati Uniti per attenuarne gli influssi negativi sull’ambiente. Essa dava per scontato — e tacitamente accettava — che la popolazione degli Stati Uniti non avrebbe mai smesso di crescere.

Questo riflesso aneddotico dei mezzi di informazione e dei movimenti ambientalisti alla fine degli anni ‘90 è stato verificato in una ricerca nazionale dal professor T. Michael Maher della University of Southwestern Louisiana. Egli ha condotto uno studio sulla copertura mediatica riguardo all’espansione urbana, alle specie a rischio e alla carenza idrica — tutte questioni profondamente influenzate dalla crescita della popolazione. Su un campione casuale di 150 articoli su quegli argomenti, egli ne ha scoperto solo uno nel quale si accennasse al fatto che parte della soluzione potrebbe essere il tentare di stabilizzare la popolazione degli Stati Uniti. [14]

I giornalisti hanno detto a Maher che non se la sentono di sollevare la questione della popolazione per conto proprio. Con il mondo dell’economia e quello della politica che continuano a fare pressioni per avere “ancora crescita”e il mondo dell’ambientalismo che ora fa pressione per una “crescita intelligente”, i gruppi di interesse determinano uno spettro che esclude “niente crescita” e “crescita molto ridotta” dalla gamma delle opzioni disponibili ed accettabili per i mezzi di informazione. Maher ha studiato i materiali dei gruppi ambientalisti nazionali ed ha scoperto: “La popolazione non fa parte dell’agenda per i dirigenti del movimento ambientalista”. [15]

Abbiamo scelto il 1998 come fine del periodo in analisi perché è stato l’anno in cui il movimento ambientalista si è dedicato con foga ad una battaglia pubblica sulla popolazione degli Stati Uniti. Dopo oltre due decenni di interesse sempre minore nei confronti della questione della popolazione, molti tra coloro che appartengono alla vecchia guardia ambientalista degli anni ‘70 hanno sfidato apertamente il ruolo guida nazionale di due influenti organizzazioni, il Sierra Club e Zero Population Growth, per porre nuovamente in agenda la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti — e la riduzione dei livelli di immigrazione che questa implica. Il Sierra Club e ZPG, negli anni ‘70 così all’avanguardia nel dare risalto all’urgenza della stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti, avevano entrambi cambiato la propria politica nei due anni precedenti al 1998 e si erano dissociati da questa causa. Li useremo come principale caso da studiare.

Nota: Nel 1998, la direzione nazionale del Sierra Club ha sconfitto coloro che tentavano di riportare l’organizzazione alla sua politica pro-stabilizzazione originaria, che sosteneva tanto la bassa fecondità quanto la bassa immigrazione. Resta da vedere se questo tentativo fallito ha rappresentato l’ultimo colpo di coda del movimento ambientalista degli anni ‘70 dedito al tema della popolazione o se è stato la schermaglia più recente in una lotta interna che si andava intensificando. [16]

 

Rivisitando la “Formula Costitutiva” dell’ambientalismo degli anni ‘70

La ritirata dal sostegno alla stabilizzazione della popolazione da parte dei gruppi ambientalisti negli anni ‘90 contraddisse direttamente la conclusione del Consiglio Presidenziale sullo Sviluppo Sostenibile del 1996. Istituito dal Presidente Clinton in seguito alla Conferenza sull’Ambiente delle Nazioni Unite tenutasi a Rio de Janeiro, il consiglio accolse la stretta relazione esistente tra la stabilità della popolazione e la sostenibilità dello sviluppo, osservando che “chiaramente, l’impatto umano sull’ambiente è una funzione tanto della popolazione quanto dei consumi” e dichiarando la necessità di “muoversi verso la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti”. [17]

Questo modo di pensare era centrale per l’attivismo ambientalista degli anni ‘70, poiché il punto di vista della maggior parte degli ambientalisti sulla qualità dell’ambiente era profondamente plasmato su quella che chiameremo la “Formula Costitutiva” del movimento. Quella formula esprimeva la comprensione del problema che il movimento stava affrontando e la strada per risolverlo. Il movimento ambientalista degli anni ‘90 era fondamentalmente diverso da quello degli anni ‘70, dal momento che aveva in gran parte abbandonato quella Formula Costitutiva.

Ci sono molti modi per esprimere l’impatto ambientale dell’umanità. Uno dei più noti è dato dall’equazione I=PAT, ideata dal biologo Paul Ehrlich e dal fisico John Holdren: l’impatto ambientale (I) equivale alle dimensioni della popolazione (P) moltiplicate per il grado di ricchezza, intesa come consumi individuali (A), e per la tecnologia, ovvero per il danno per unità di consumo (T). [18]

Indipendentemente dal modo in cui veniva espressa, la Formula Costitutiva considerava come traguardo la riduzione dell’impatto ambientale totale su un determinato bacino o su un qualsiasi altro ecosistema. E considerava l’impatto ambientale totale come il risultato di due fattori:

  1. l’impatto individuale
  2. le dimensioni della popolazione

L’impatto individuale è l’effetto ambientale dei consumi dell’individuo medio di risorse provenienti da “fonti” ambientali e della introduzione di prodotti di rifiuto nello “scarico” ambientale. Un individuo non ha il controllo diretto del proprio intero impatto ambientale. L’impatto ambientale è determinato direttamente dalle scelte volontarie individuali in termini di consumi e di stile di vita e, indirettamente, dalle scelte politiche collettive espresse da leggi e regole che limitano l’impatto dei produttori e dei consumatori (comprendendo il settore privato e quello pubblico, gli individui e le istituzioni), dal vigore col quale si fanno rispettare quelle regole, dalla tecnologia disponibile per ridurre l’impatto delle attività economiche, dalla capacità finanziaria di una società di impiegare le tecnologie disponibili, dai metodi usati dalle grandi compagnie per produrre e commercializzare beni e servizi.

Le dimensioni della popolazione sono il numero totale degli individui che vivono in una determinata zona biologica o ecosistema.

Quindi, l’impatto ambientale totale sulla Chesapeake Bay è principalmente il risultato dell’impatto individuale di una persona che viva nell’ambito del bacino della Chesapeake Bay, moltiplicato per le dimensioni della popolazione complessiva del bacino stesso — più parte della “impronta ecologica” della gente che vive altrove. La “impronta ecologica” è la superficie di terreno produttivo necessario a sostenere le esigenze individuali in termini di cibo, abitazione, trasporti e beni e servizi di consumo, più la superficie di terreno necessaria per “sequestrare” tramite fotosintesi le emissioni di anidride carbonica provenienti dall’uso di energia, per esempio dalla combustione di combustibili fossili. [19]

Non è necessario dover lavorare molto con la Formula Costitutiva per accorgersi che i cambiamenti nell’impatto individuale e i cambiamenti nelle dimensioni della popolazione hanno approssimativamente lo stesso potere di migliorare o deteriorare l’impatto ambientale complessivo. Per esempio, aumentare del 30% l’impatto individuale mantenendo la costante la popolazione, avrebbe un impatto deleterio tremendo sulla baia. Altrettanto farebbe accrescere del 30% la popolazione mantenendo costante l’impatto individuale. In effetti, non importa cosa aumenta: la baia soffre in modo simile.

Lavorando su entrambi i fattori della Formula Costitutiva, il movimento ambientalista delle origini aveva un approccio complessivo al recupero e alla protezione dell’ambiente. Il movimento ambientalista dei tempi più recenti, però, scelse una strada che consentiva alle dimensioni della popolazione di salire sempre più. Ogni incremento della popolazione trascina con sé verso l’alto l’impatto ambientale complessivo. Così, il più recente movimento ambientalista, che si basa su una formula “dimezzata”, dovrebbe lavorare per sempre per abbassare in continuazione l’impatto individuale, solo per evitare di danneggiare ulteriormente l’ambiente — il recupero è fuori discussione — correndo sempre più forte all’unico scopo di restare sempre nello stesso posto.

Mentre la maggior parte dei gruppi ambientalisti ha distratto la propria attenzione dalla questione demografica, la popolazione degli Stati Uniti è cresciuta di oltre il 33% (quasi 70 milioni di persone) tra il 1970 e il 1998 — principalmente a causa dell’accresciuta immigrazione. Il Census Bureau prevede che, con le politiche correnti sull’immigrazione, la popolazione degli Stati Uniti crescerà di un altro 50% nei prossimi cinquant’anni.

Come la Formula Costitutiva avrebbe previsto in una condizione di così rapida crescita, la maggior parte dei traguardi ambientali stabiliti negli anni ‘70 non erano stati raggiunti nel 1998. Il peggioramento del fattore popolazione (cioè l’aumento della popolazione stessa) aveva vanificato sotto molti aspetti i miglioramenti del fattore impatto individuale. Per esempio, secondo il Clean Water Act del 1972, i laghi, i fiumi e i torrenti d’America sarebbero dovuti diventare praticabili per la pesca e il nuoto. Ma a metà degli anni ‘90, dopo aver speso oltre cinquecento miliardi di dollari per controllare l’inquinamento delle acque (costo sostenuto dai consumatori e dai contribuenti), circa il 40% delle acque superficiali degli Stati Uniti continuavano a non essere praticabili né per la pesca né per il nuoto. [20] La nazione ha più emissioni d’ossido d’azoto (un precursore dello smog) e di anidride carbonica (un gas-serra) di trent’anni fa, più specie a rischio e meno zone umide. [21] Quelle regolamentazioni dell’impatto individuale che si pensava potessero essere sufficienti per raggiungere i traguardi, dovevano essere rese ancor più rigorose.

I gruppi ambientalisti non hanno mai smesso di premere sul Congresso affinché si riducesse l’impatto individuale sull’ambiente, richiedendo leggi e regolamentazioni rivolte alle imprese private, ai gestori pubblici di risorse e ai singoli consumatori. Ma, nel corso degli anni, essi hanno abbandonato la loro richiesta di occuparsi del fattore “dimensioni della popolazione” citato nella Formula Costitutiva. E quando il Congresso discusse ed approvò più volte politiche che avrebbero avuto il risultato di incrementare in modo sostanziale le dimensioni della popolazione, la maggior parte dei gruppi ambientalisti rimase in silenzio.

Gli storici probabilmente scopriranno che l’abbandono da parte dei movimenti ambientalisti della loro stessa Formula Costitutiva ha molte cause. Elenchiamo qui di seguito molte delle possibilità, insieme ad alcune prove per ciascuna di esse, che possono servire come “prima bozza” per gli storici del futuro.

 

Prima causa: il tasso di fecondità degli USA scese al di sotto del livello di sostituzione nel 1972

Nel 1972 il tasso di fecondità degli Stati Uniti scese sotto quei 2,1 nati per donna che segnano il livello di sostituzione. Nel 1976, la fecondità aveva toccato il minimo storico di 1,7 per rimanere appena al di sopra di esso per anni.

Un ricordo comune degli attivisti della popolazione che vanno invecchiando è quello della notte del 1973 in cui le emittenti televisive annunciarono che il tasso di fecondità statunitense del 1972 aveva raggiunto il livello di crescita zero. Gli Americani, apparentemente, furono profondamente confusi da quell’annuncio, e molti tra essi credettero che il problema della popolazione degli Stati Uniti fosse stato risolto. (Nei fatti, a causa di quello che i demografi chiamano “inerzia della popolazione”, affinché la crescita si arresti veramente ci vogliono fino a settant’anni dal momento in cui viene raggiunto il livello di sostituzione. Ma nel 1972, il tasso di fecondità scese in effetti abbastanza in basso da consentire di raggiungere alla fine la crescita zero, qualora l’immigrazione fosse rimasta ragionevolmente ridotta.)

Presumendo che la crescita zero fosse stata raggiunta (o almeno che ci si fosse avvicinati ad essa), molti tra coloro che facevano parte del movimento che si occupava di popolazione possono aver sentito che il loro attivismo non era più necessario. Gli Americani avevano ridotto le dimensioni della famiglia media fin dove necessario. In media, essi stavano conducendo la loro vita coerentemente con il motto “fermati a due”. Molti attivisti deviarono le loro energie, precedentemente dedicate alla questione della popolazione, verso il femminismo, altri aspetti della tutela della natura e dell’ambientalismo, o si rivolsero a scopi completamente diversi. L’ambientalismo basato sulla Formula Costitutiva nella sua forma completa, quella che teneva conto tanto dell’impatto individuale quanto delle dimensioni della popolazione, si ridusse a un piccolo nucleo altrettanto rapidamente quanto era esploso fino a divenire un movimento popolare di massa. I comitati sulla popolazione dei gruppi ambientalisti persero la propria popolarità e significatività o si sbandarono completamente.

La trascuratezza nei confronti della questione della popolazione nell’ambito delle organizzazioni, ha sicuramente influenzato i nuovi impiegati che man mano venivano assunti durante questo periodo. Molti di essi non avevano mai sentito parlare dell’approccio ambientale basato sulla versione completa della Formula Costitutiva. Essi lavoravano solo sul versante di quella formula riferito all’impatto individuale. Molti avevano poche basi nel campo delle scienze naturali, della tutela delle risorse o nei campi analitico/quantitativi. L’attenzione nei confronti della popolazione può esser loro sembrata una questione esterna, che poteva essere tranquillamente lasciata gestire da gruppi esterni.

Forse era all’opera anche un altro fattore. La dirigenza prevalentemente bianca, non ispanica, del movimento ambientalista può avere percepito che occuparsi di crescita della popolazione costituiva una posizione difendibile solo finché la maggior parte della crescita stessa proveniva da bianchi non ispanici, come accadde durante il Baby Boom. Ma la situazione cambiò radicalmente dopo il 1972. Da quell’anno in poi, la fecondità dei bianchi non ispanici scese al di sotto del livello di sostituzione, mentre quella degli Americani neri e latini rimase ben al di sopra di tale livello. [22] Parlare di riduzione dei tassi di fecondità dopo il 1972 significava attirare l’attenzione principalmente sui non bianchi. Certe minoranze e i loro portavoce — ricordando lo sgradevole trattamento loro riservato dalla maggioranza bianca e ben consapevoli della loro relativa debolezza nell’ambito della società americana — sospettavano profondamente della possibile presenza di piani occulti da parte del movimento che professava la stabilizzazione della popolazione. Come il reverendo Jesse Jackson disse alla Commissione Rockefeller: “La nostra comunità diffida di ogni programma che possa avere come effetto tanto la riduzione quanto il livellamento della crescita della nostra popolazione. Praticamente, l’unica sicurezza che abbiamo è la quantità di figli che produciamo”. [23] E Manuel Aragon, parlando in spagnolo, ha dichiarato alla commissione: “Ciò che dobbiamo fare è incoraggiare i Messicani Americani ad avere famiglie numerose, in modo che alla fine saremo così numerosi che o il sistema ci darà retta o verrà sopraffatto”. [24]

Durante i ventisei anni successivi al 1972, la crescita della popolazione determinata dai bianchi non ispanici scese significativamente rispetto agli anni ‘70. [25] Per questo, negli anni ‘90, la maggior parte della crescita nazionale era determinata da fonti diverse dai bianchi non ispanici (specialmente dagli immigrati latino-americani e asiatici e dai loro discendenti). I dirigenti ambientalisti, orgogliosi del loro preteso livello morale elevato e desiderosi di proteggerlo, possono aver voluto evitare di rischiarlo col dare l’impressione di additare come responsabili dei perduranti problemi di crescita della popolazione statunitense “coloro che arrivano da fuori”, “gli altri” o “la gente di colore” e con l’avventurarsi nel campo minato politico delle precarie relazioni razziali/etniche della nazione.

 

Seconda causa: le politiche su aborto e contraccezione hanno dato vita ad un’opposizione organizzata

Nel giugno 1960, la Food and Drug Administration approvò la vendita dei contraccettivi orali. Verso la fine degli anni ‘60, il Vaticano e la dirigenza cattolica americana erano impegnati in un importante contrattacco all’uso crescente dei contraccettivi negli Stati Uniti. Essi concentravano una quantità considerevole della propria ira sui gruppi che sostenevano il controllo della popolazione. Questa determinazione, dal loro punto di vista, aveva un senso. La maggior parte della popolazione e i gruppi ambientalisti che richiedevano una stabilizzazione, invocavano anche esplicitamente non l’astinenza o il celibato, ma maggiore disponibilità di contraccettivi affidabili e sicuri insieme a una educazione sessuale. Molti di loro invocavano anche la legalizzazione dell’aborto.

Nel 1973, nella causa Roe contro Wade, la Suprema Corte degli Stati Uniti legalizzò l’aborto, il che diede il via a una campagna molto più intensa da parte della Chiesa Cattolica — e sempre più anche da parte dei Protestanti conservatori — contro l’intero movimento che si occupava di popolazione.

L’aborto era stato una questione minore nell’ambito del movimento per la stabilizzazione della popolazione, ma fu incluso nella convinzione che senza di esso non si sarebbe riusciti a portare la fecondità al livello di sostituzione. Risultò che l’aborto legalizzato non era una componente necessaria per raggiungere quel tasso di fecondità: l’America raggiunse il traguardo di una fecondità compatibile con la stabilizzazione della popolazione l’anno prima che la Suprema Corte legalizzasse l’aborto stesso.

Ma per le gerarchie cattoliche e per il movimento per la vita, l’aborto legalizzato e la stabilizzazione della popolazione erano ormai inestricabilmente legati. Ancora negli anni ‘90 era difficile, per una persona o per un gruppo favorevole alla stabilizzazione della popolazione, ottenere ascolto tra molti Cattolici e gruppi per la vita senza essere automaticamente considerato un sostenitore dell’aborto.

Una quantità di dirigenti di fondazioni filantropiche e di politici coinvolti negli sforzi degli anni ‘70 hanno detto che le misure messe in atto dai vescovi cattolici e dal Vaticano costituirono le maggiori barriere all’attuazione di provvedimenti inerenti la demografia e all’impostazione di una politica nazionale sulla popolazione. Il membro del Congresso James Scheuer faceva parte della Commissione sulla Crescita della Popolazione e sul Futuro Americano del 1972. Nel 1992 scrisse che “il Vaticano e altri hanno bloccato qualsiasi discussione ragionevole dei problemi inerenti la popolazione”. [26] Questa opposizione fu tanto nazionale quanto internazionale. In una intervista del 1993, Milton P. Siegel, assistente direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 1946 al 1970, indicò che “in un modo o nell’altro, a volte in modo surrettizio, la Chiesa Cattolica ha usato la propria influenza per sconfiggere, se volete, ogni movimento indirizzato alla pianificazione famigliare o al controllo delle nascite”. [27]

Quando gli attivisti dediti alla questione popolazione misero in luce l’attivismo cattolico e lo criticarono, il loro movimento cominciò ad essere etichettato come anti-cattolico. I gruppi ambientalisti, alla ricerca di nuove adesioni, di fondi e di sostegno da parte di un gamma di Americani il più possibile ampia, avevano buone ragioni per tenersi lontani dalla questione della popolazione nel suo complesso, per non rischiare di offendere quelli tra i propri membri effettivi e potenziali che erano anche membri della maggiore comunità religiosa americana. Si sa che i gruppi ambientalisti con membri cattolici erano soliti usarli come ragione per non occuparsi della questione demografica.

L’opposizione cattolica romana, tanto da parte del Vaticano stesso quanto da parte dei dirigenti cattolici americani, apparentemente rivestiva un ruolo chiave anche nel fare pressioni sul governo. Il 5 maggio del 1972, nella campagna per la sua rielezione, il presidente Nixon sconfessò pubblicamente le raccomandazioni della sua stessa Commissione sulla Crescita della Popolazione e sul Futuro Americano, che i vescovi cattolici statunitensi avevano attaccato per la sua attitudine permissiva in tema di contraccezione ed aborto. [28] Però, evidentemente ancora preoccupato della popolazione, Nixon nell’aprile 1974 ordinò uno studio sulle implicazioni della crescita della popolazione per la sicurezza nazionale. [29] Quando quello studio venne concluso, nel 1975, il presidente Gerald Ford firmò quanto scoperto dal National Security Study Memorandum 200 (NSSM 200). Il rapporto affermava con forza che l’esplosione delle popolazioni del Terzo Mondo avrebbero minacciato la sicurezza degli Stati Uniti. Le minacce sarebbero derivate dalla destabilizzazione dei sistemi economico, politico e ecologico di quei Paesi. Oltre a raccomandare di aiutare quelle nazioni a frenare la propria crescita demografica, NSSM 200 chiedeva agli Stati Uniti di provvedere ad assumere un ruolo guida nel mondo per quanto riguarda il controllo della popolazione, tentando di stabilizzare in primis la propria entro il 2000.

Sebbene il presidente Ford avesse firmato il NSSM 200, non se ne fece mai nulla. Gli storici vorranno studiare la letteratura che negli anni ha analizzato l’ipotesi che il NSSM 200 non fu mai messo in atto a causa di incontri tra funzionari del Vaticano e funzionari del governo statunitense legati agli ambienti cattolici romani, così come a causa di una campagna di pressioni sistematiche attuata dalla Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti. L’ambasciatore del presidente Reagan presso il Vaticano dichiarò alla rivista Time che “la politica americana [nei confronti del supporto di programmi internazionali di pianificazione famigliare] venne modificata perché il Vaticano non l’approvava”. [30] Quanta pressione sia stata effettivamente esercitata è un importante interrogativo al quale cercare risposta.

 

Terza causa: l’emergere della questione femminista come principale preoccupazione dei gruppi dediti alle problematiche inerenti la popolazione

Un’altra probabile ragione per la quale i gruppi ambientalisti non hanno affrontato pienamente la questione della popolazione statunitense negli anni ‘80 e ‘90 è che i gruppi specializzati sul tema sono andati alla deriva, allontanandosi dalla stabilizzazione della popolazione e dalla protezione ambientale intese come ragione principale della propria esistenza. Quei gruppi hanno avuto un ruolo chiave negli anni ‘70, spronando i gruppi ambientalisti a unirsi ad essi e compiendo il grosso delle ricerche che furono poi usate dagli ambientalisti stessi. Ad eccezione di piccoli gruppi come Negative Population Growth, Population Environment Balance e Carrying Capacity Network, però, quel ruolo si è esaurito negli anni ‘90.

Negli anni ‘90, per esempio, Planned Parenthood non aveva più alcun ruolo nel caldeggiare la stabilizzazione della popolazione statunitense per proteggere l’ambiente. Il suo campo di interesse si era ristretto, limitandosi all’assicurarsi che le donne avessero pieno accesso all’intera gamma di opzioni per quanto riguarda la fecondità e le nascite. Questa è sempre stata una missione primaria per Planned Parenthood, ma c’è stato un tempo in cui una delle maggiori finalità del dare forza alle donne era la riduzione della popolazione degli Stati Uniti.

Per comprendere questi cambiamenti, gli storici avranno bisogno di guardare alle diverse radici del movimento degli anni ‘70 sulla popolazione. Una di queste radici comprendeva gente con grande consapevolezza ambientale, molte altre no. Molti dei primi dirigenti che si occupavano di popolazione erano si occupavano principalmente della questione sanitaria, altri dello sviluppo. Altri ancora erano predecessori del moderno movimento femminista. Il punto di vista ambientalista tese a essere portato alla ribalta alla fine degli anni ‘60, quando l’ambientalismo raggiunse una popolarità di massa. Ma quando gli ambientalisti abbandonarono la questione demografica negli anni ‘70, i gruppi che si occupavano di popolazione diedero sempre meno enfasi alle motivazioni ambientali. Negli anni ‘90, alcuni dei gruppi in realtà si opponevano ad aiutare l’ambiente per mezzo di sforzi per stabilizzare o ridurre la popolazione. Il corrispondente del Christian Science Monitor George Moffett osservò: «I gruppi femministi lamentano che dare troppo risalto alla rapida crescita della popolazione ha creato un’atmosfera di crisi in alcuni Paesi, che ha portato a violazioni dei diritti umani nel nome del controllo della fecondità». [31]

Ciò era particolarmente alla Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo del Cairo, in Egitto. Come osservò il teologo cattolico laico George Weigel: «A lungo termine … il più significativo sviluppo della Conferenza del Cairo può essere stato uno spostamento dei paradigmi del controllo: dal “controllo della popolazione” al “rafforzamento delle donne”». [32] L’ex Deputy Assistant Secretary of State for Environment and Population Affairs, Lindsey Grant, scrisse: «Il programma del Cairo contiene centinaia di raccomandazioni circa i diritti delle donne e altre questioni sociali, ma quasi nessuna circa la popolazione». [33] Il lungo documento internazionale stilato al Cairo non faceva menzione delle connessioni tra la crescita della popolazione e i malesseri ambientali dei Paesi dalla popolazione in crescita.

Questo allontanamento da una preminente preoccupazione per la popolazione e i limiti dell’ambiente si può notare particolarmente nel caso del gruppo Zero Population Growth (ZPG). Nel 1968, il libro di Paul Ehrlich The Population Bomb ha innescato un movimento nazionale. Zero Population Growth è stato fondato nello stesso anno per trarre vantaggio dall’incredibile pubblicità generata da quel libro.

Centinaia di capitoli di ZPG sgorgarono nel giro di una notte. I primi dirigenti di ZPG furono descritti tutti come favorevoli all’ambientalismo, alle scelte consapevoli e alla pianificazione familiare. All’inizio, ZPG aveva un motto: «Zero Popularion Growth è il nostro nome e la nostra missione». C’erano molte grandi organizzazioni che si occupavano della crescita della popolazione in altri Paesi, ma secondo i membri del primo consiglio di amministrazione di ZPG la missione primaria del gruppo era esplicitamente la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti. [34] Essa rimase la missione dichiarata fino agli anni ‘80.

Negli anni ‘70, le raccomandazioni di ZPG in tema di politica demografica riguardavano ogni contributo alla crescita della popolazione statunitense. Esse comprendevano prese di posizione su contraccettivi, educazione sessuale delle adolescenti, parità della donna, aborto, opposizione all’immigrazione illegale e proposte per ridurre l’immigrazione da circa 400.000 a 150.000 individui all’anno entro il 1985 per raggiungere la crescita zero entro il 2008. [35]

ZPG diede vita al moderno movimento per la riduzione dell’immigrazione negli anni ‘70. Dopo che il tasso di fecondità americano scese al di sotto del livello di sostituzione, la dirigenza di ZPG osservò che l’immigrazione andava crescendo rapidamente e avrebbe presto vanificato tutti i benefici di una fecondità ridotta. Sebbene l’immigrazione sembrasse essere una tematica indipendente da quella della pianificazione famigliare che aveva dominato le precedenti organizzazioni che si occupavano di demografia, ZPG la affrontò di petto poiché influiva sulla stabilizzazione della popolazione statunitense, ritenuta essenziale per la salute dell’ambiente americano. Verso la fine degli anni ‘70, i dirigenti di ZPG che erano più interessati alla questione dell’immigrazione diedero vita ad una nuova organizzazione chiamata Federation for American Immigration Reform (FAIR). La loro idea era che FAIR non avrebbe preso posizione sull’aborto e su altre questioni controverse relative alla pianificazione familiare, allo scopo di attirare un più vasto collegio elettorale per lavorare alla riforma dell’immigrazione non solo per ragioni ambientali, ma anche per aiutare economicamente i lavoratori e i contribuenti a basso reddito, per ragioni di coesione sociale e di sicurezza nazionale.

I dirigenti di ZPG che lasciarono il gruppo originale in favore di FAIR erano anche la maggior parte di coloro che erano più interessati alla popolazione da un punto di vista ambientale. Questo significò che coloro che rimasero erano più inclini ad un movimento sulla popolazione basato sulla pianificazione famigliare e sulle donne. Se anche ZPG continuava ad avere politiche sulla stabilizzazione degli Stati Uniti e sull’ambiente — ed a produrre del materiale educativo di prim’ordine — tali politiche e programmi, col trascorrere degli anni ‘80, ricevevano sempre meno attenzione da parte del personale e dei dirigenti. Il nuovo personale veniva assunto più per la propria dedizione alle questioni femministe che sulla base di esperienze e impegno in campo ambientale.

Nel 1996, ZPG concentrava la propria attenzione prevalentemente sulla questione della popolazione globale dal punto di vista del rafforzamento della posizione delle donne. Un secondo centro di attenzione erano i consumi eccessivi degli Americani. [36] Il gruppo dirigente rimosse la parola “stabilizzare” da gran parte della propria letteratura e dal suo Manifesto; il 25 ottobre 1997 sostituì “fermare” con “rallentare”, ponendosi così come obiettivo un semplice “rallentamento” della crescita della popolazione degli Stati Uniti e del mondo. Il presidente di ZPG Judith Jacobsen scrisse nel bollettino ZPG Reporter che le ragioni per le quali ZPG non sosteneva la creazione di politiche statunitensi atte a ridurre la crescita della popolazione interna era che i problemi della popolazione nel Terzo Mondo andavano risolti prima. Ella affermò che «la Conferenza del Cairo ci ha insegnato che modificare le condizioni di vita delle donne è la risposta più potente» ai problemi di popolazione. Fornì quindi una lunga lista degli impegni essenziali di ZPG, nessuno dei quali riguardava la stabilizzazione della popolazione né la protezione dell’ambiente. [37]

Così, appena prima del suo trentesimo anniversario, ZPG ha disgiunto i suoi obiettivi dal suo nome e dalla sua missione iniziale — la crescita zero. Ad essere abbandonata come questione centrale fu anche la protezione dell’ambiente americano, che era stato il cuore della fondazione di ZPG. ZPG non è diventato necessariamente un movimento anti-ambiente o anti-stabilizzazione, ma si è trasformato in un’organizzazione con priorità diverse.

 

Quarta causa: la separazione tra le radici ambientaliste e quelle di sinistra del movimento

È probabile che gli storici trovino altri importanti indizi dell’abbandono del movimento ambientalista studiando le radici del movimento ambientalista moderno. Tre di quelle radici ci interessano qui particolarmente.

Due di esse risalgono a un secolo fa:

  1. il movimento di tutela delle zone selvagge era esemplificato da John Muir, dai Parchi Nazionali e, più tardi, dalle Zone Selvagge; [38]
  2. il movimento di risparmio delle risorse era esemplificato dal Presidente Theodore Roosevelt, dal suo capo forestale Gifford Pinchot e dal National Forests. [39]

Una terza radice del moderno movimento ambientalista è alquanto più recente. Era un’emanazione di quella che veniva chiamata politica della Nuova Sinistra con, in alcuni casi, una forte vena di socialismo, così come lo intendeva il suo guru degli anni ‘70, Barry Commoner. A questa radice ricevette la massima spinta dalla pubblicazione di Silent Spring, del naturalista Rachel Carson. Sebbene Carson fosse profondamente preoccupato dagli effetti imprevisti dei pesticidi e degli altri veleni prodotti dall’uomo che venivano rilasciati indiscriminatamente nell’ambiente naturale, questa terza radice dell’ambientalismo moderno finì per concentrarsi più su questioni urbane e sanitarie quali gli effetti sull’ambiente umano della contaminazione dell’aria e dell’acqua. Commoner, infatti, criticava i conservazionisti per il fatto che ponevano la vita selvatica prima della salute umana. Come scrive il giornalista Mark Dowie: «La preoccupazione centrale del nuovo movimento è la salute umana. I suoi adepti considerano la preservazione delle zone selvagge e della bellezza dell’ambiente valori importanti ma sovrastimati. Gli attivisti che si oppongono all’uso di sostanze tossiche deridono spesso questi valori come ossessioni borghesi». [40]

Avendo molto in comune con gli emergenti partiti Verdi europei (giustizia sociale, pace ed ecologia), i nuovi “verdi” d’America, quando negli anni ‘60 nacque il moderno movimento ambientalista, si unirono a coloro che caldeggiavano la protezione delle aree selvagge (preservazionisti) e a coloro che caldeggiavano il risparmio delle risorse (conservazionisti). Ma i verdi della Nuova Sinistra. per quanto riguarda la popolazione, avevano modi di vedere opposti a quelli della maggior parte tanto dei primi quanto dei secondi. Nel suo influente libro del 1971 The Closing Circle e altrove, Barry Commoner minimizzò il ruolo della popolazione come causa di problemi ambientali. Commoner disse che i problemi attribuiti alla crescita della popolazione erano in realtà dovuti a una non equa distribuzione delle risorse e a tecnologie che puntavano al profitto. Il degrado ambientale si sarebbe potuto rimediare modificando i sistemi economici. [41]

Per contro, preservazionisti e conservazionisti erano sempre stati preoccupati da alcuni aspetti della crescita della popolazione e furono particolarmente allarmati dall’impatto del baby boom sull’ambiente. I loro decenni di esperienza nel vedere le aree selvagge e altri habitat scomparire sotto i colpi della crescita costante della popolazione degli Stati Uniti li indussero a affrontare quella crescita in modo vigoroso e diretto verso la fine degli anni ‘60. Il difensore delle aree selvagge e popolare autore del sudovest Edward Abbey parlò a nome di molti quando disse che “la crescita fine a se stessa è l’ideologia delle cellule cancerose”. [42]

Risulta che i verdi della Nuova Sinistra tentarono di tenere la questione della popolazione fuori dal programma dell’Earth Day del 1970. Persero. I conservazionisti e i preservazionisti riuscirono a mantenere il loro principio fondamentale che, se non si fosse limitato il numero degli umani, la tutela ambientale a lungo termine sarebbe stata impossibile. I liceali e i giovani adulti che si davano da fare nel movimento a quell’epoca, potevano anche essere più inclini per temperamento verso la Nuova Sinistra contro la guerra e contro il sistema, ma i giovani nuovi ambientalisti — armati di milioni di copie lette e stralette di The Population Bomb — sembravano in massima parte accettare lo studio sulla popolazione condotto dai conservazionisti della vecchia leva. La maggior parte dei nuovi gruppi ambientali più liberali che si formarono in quel tempo, respinsero l’opporsi della Nuova Sinistra al combattere l’infinita crescita della popolazione, e si unirono ai conservazionisti nella loro posizione nei confronti della questione demografica.

Ma secondo il cofondatore di Earth First! Dave Foreman, uno dei più pubblicizzati ed aggressivi protagonisti dei primi vent’anni di ambientalismo statunitense, negli anni ‘90 l’ala della Nuova Sinistra dell’ambientalismo recuperò la sua sconfitta. [43] Egli disse che l’ala della Nuova Sinistra — che egli chiamava “Progressive Cornucopians” — rese dominante la sua posizione contraria alla stabilizzazione tra il personale e la dirigenza di molti gruppi, compreso il Sierra Club.

Dalla parte vincente del conflitto politico degli anni ‘90 sulla popolazione stava gente come Brad Erickson, coordinatore del Political Ecology Group (PEG) che rivestì un ruolo chiave nell’aiutare la dirigenza del Sierra Club ad abbandonare nel 1996 la politica di stabilizzazione della popolazione e nel respingerne nel 1998 i membri favorevoli alla stabilizzazione. [44] Erickson disse che quella battaglia era una ripetizione di quella dell’Earth Day del 1970, quando i verdi della Nuova Sinistra persero. [45] Egli disse che il piano dei verdi della Nuova Sinistra, negli anni ’60, era stato di usare la questione ambientale come una tra le molte che speravano sarebbe fiorita fino a divenire una manifestazione di un movimento progressista in grado di andare ben oltre i confini dell’economia e della cultura tradizionali americane. Ma, spiegò Erickson, i conservazionisti si appropriarono dell’Earth Day inserendo a forza in esso e nel movimento la questione della popolazione e ridussero così l’efficacia dell’ambientalismo a partire da quel momento. Questo modo di vedere è condiviso da Mark Dowie, che sostiene che la stabilizzazione della popolazione e la riforma dell’immigrazione ritardarono la trasformazione dell’ambientalismo orientato alla conservazione e alla preservazione in un movimento per la “giustizia ambientale”. [46]

 

Quinta causa: l’immigrazione, protetta dalla “correttezza politica”, divenne la causa principale della crescita della popolazione degli Stati Uniti

Le modifiche alla legge sull’immigrazione del 1965 diedero inavvertitamente la stura, per via del meccanismo delle ricongiunzioni familiari, a una migrazione a catena che cominciò ad aumentare durante gli anni ‘70. Nello stesso preciso momento in cui la fecondità americana scese a un livello che avrebbe consentito la stabilizzazione della popolazione nell’arco di alcuni decenni, i livelli di immigrazione crescevano rapidamente.

Negli anni ‘80, l’immigrazione era più che raddoppiata e correva ad un livello superiore alle 500.000 unità all’anno. Negli anni ‘90, l’immigrazione legale media annuale aveva sorpassato il milione. E quella cifra non comprendeva neppure l’ulteriore quota annuale aggiuntiva di stranieri clandestini, stimata tra le 200.000 e le 500.000 unità. Alla fine degli anni ‘90, gli immigrati e i loro discendenti contribuivano per quasi il 70% alla crescita della popolazione statunitense. [47]

Se l’immigrazione e la fecondità degli immigrati fossero state al livello di sostituzione fin dal 1972 — com’era la fecondità dei nativi — la popolazione degli Stati Uniti non avrebbe mai superato i 250 milioni. [48] Invece la popolazione degli Stati Uniti superò i 270 milioni prima del volgere del secolo. E le proiezioni del Census Bureau indicavano che l’immigrazione corrente e la fecondità degli immigrati avevano una forza sufficiente a portare gli Stati Uniti oltre i 400 milioni di abitanti subito dopo il 2050 — avviati verso il miliardo.

La maggior parte dei gruppi ambientalisti della fine degli anni ‘70 semplicemente si disinteressò di questo tipo di crude tendenze e non se ne occupò. Ma alcuni rimasero fedeli all’ambientalismo basato sulla Formula Costitutiva completa degli anni ‘70. Essi risposero direttamente alla nuova sfida — almeno nei loro statuti ufficiali.

Il gruppo più aggressivo era Zero Population Growth — prima che cessasse di essere una organizzazione ambientalista. Un articolo del 1977 del Washington Post rivelava come ZPG affrontava pubblicamente l’immigrazione. [49] Sotto il titolo “La campagna contro l’immigrazione è cominciata” l’articolo esordiva: «La fondazione Zero Population Growth sta lanciando una campagna nazionale per generare pubblico sostegno nei confronti di una decisa azione atta a frenare tanto l’immigrazione legale quanto quella illegale verso gli Stati Uniti». Esso citava Melanie Wirken, membro di ZPG a Washington, che diceva che il gruppo era favorevole a una “drastica riduzione dell’immigrazione legale” rispetto ai livelli correnti dell’epoca. che si aggiravano in media sulle 400.000 unità all’anno. L’articolo riportava che ZPG stava per aggiungere un altro membro, in modo che Wirken potesse dedicare tutto il proprio tempo alla questione dell’immigrazione.

Il Sierra Club fece pressioni sul governo federale affinché esaminasse in modo completo le politiche statunitensi sull’immigrazione, il loro impatto sull’andamento della popolazione degli Stati Uniti e come quell’andamento influisse sulle risorse ambientali della nazione. Il Club aggiunse: «Tutte le regioni del mondo devono raggiungere un equilibrio tra la loro popolazione e le risorse». [50] Quindi, nel 1980, di fronte al Select Committee on Immigration and Refugee Reform di Father Hesburg il Sierra Club affermò: «È ovvio che la quantità di immigrati che gli Stati Uniti accettano influisce sulle dimensioni e sul tasso di crescita della nostra popolazione. È forse meno nota la misura in cui le politiche sull’immigrazione, ancor più che la quantità di figli per famiglia, è determinante per il numero degli Americani del futuro». Il Club disse che è «un interrogativo importante quanti immigrati gli Stati Uniti vogliono accettare e i criteri che scegliamo come base per rispondere a quell’interrogativo». Nel 1989, il Sierra National Population Committee dichiarò che «l’immigrazione verso gli Stati Uniti non dovrebbe essere superiore a quella che consentirebbe il raggiungimento della stabilizzazione della popolazione negli Stati Uniti», una politica confermata dal Conservation Coordinating Committee del Club. [51]

Il sostegno del Sierra Club e di ZPG alla riduzione dell’immigrazione, iniziato negli anni ‘70, fu ratificato nel Global 2000 Report to the President del 2001, ove si affermava che il governo federale dovrebbe «sviluppare una politica nazionale statunitense sulla popolazione che comprende l’attenzione nei confronti di questioni quale la stabilizzazione della popolazione e […] leggi sull’immigrazione giuste, coerenti e praticabili». [52] Ciò venne ribadito nel rapporto del 1996 della Population and Consumption Task Force of the President’s Council on Sustainable Development. La task force concluse: «Si tratta di una questione delicata, ma la riduzione dei livelli di immigrazione è una componente necessaria per la stabilizzazione della popolazione e per la campagna per la sostenibilità». [53]

Ma proprio mentre veniva annunciato quel riconoscimento governativo, nel 1996, ZPG e il Sierra Club si trovavano nella fase finale del processo di abbandono dell’obiettivo della riduzione dell’immigrazione e, come risultato pratico, della stabilizzazione della popolazione.

Sebbene la rapida crescita della popolazione degli Stati Uniti stesse rendendo politicamente e tecnicamente sempre più irraggiungibili gli obbiettivi definiti negli anni ‘70, il movimento ambientalista della fine degli anni ‘90 era intenzionato a rinunciare a quegli obbiettivi ambientali (insieme ad altri più recenti) per proteggere un livello di immigrazione quattro volte maggiore di quello comune prima dell’Earth Day. Cosa, nella questione dell’immigrazione, rendeva i gruppi ambientalisti così mansuetamente acquiescenti nei confronti di un livello di immigrazione che cozzava frontalmente con l’obbiettivo fondamentale della stabilizzazione della popolazione?

Anni di riflessione intorno a questo interrogativo ci hanno portato alla conclusione che, di tutti i fattori coinvolti nell’abbandono della stabilizzazione della popolazione da parte del movimento ambientalista, la crescente influenza demografica dell’immigrazione è quello più importante. Così, dedicheremo il resto di questo articolo a discuterne i differenti aspetti. Gli storici troveranno molto su cui studiare nelle seguenti possibili spiegazioni del perché i gruppi ambientalisti evitano i numeri legati all’immigrazione:

1. La paura che la riduzione dell’immigrazione allontanerebbe gli alleati “progressisti” e sarebbe vista come indelicata da un punto di vista razziale.

La principale lente attraverso la quale la maggior parte dei dirigenti ambientalisti degli anni ‘80 e ‘90 sembravano osservare l’immigrazione non era un paradigma di tipo ambientale — o legato al lavoro — ma razziale. Secondo questo paradigma, l’immigrazione sembrava spesso riguardare i popoli non-bianchi che si trasferivano in un Paese in massima parte bianco, proprio come i bianchi stessi avevano fatto nei confronti degli Indiani d’America nel secolo precedente. Proporre riduzioni dell’immigrazione non era visto come proporre di ridurre la competizione per il lavoro o la crescita della popolazione, ma come tentare di proteggere la condizione di maggioranza dei bianchi in America. Era visto come un rifiuto nei confronti degli immigrati non-bianchi. [54]

La sociologa australiana Katherine Betts ha esaminato questo fenomeno. Ella usa il termine “nuova classe” (un gruppo simile a ciò che l’ex Secretary of Labor di Clinton, Robert Reich, chiama “analisti simbolici”) [55] per descrivere la classe colta, gli internazionalisti e cosmopoliti professionalmente istruiti, gli avvocati, gli accademici, i giornalisti, gli insegnanti, gli artisti, gli attivisti e gli uomini d’affari e viaggiatori che girano il mondo. La sua stringente analisi del perché questa nuova classe sia rifuggita dalla causa di chi vorrebbe limitare l’immigrazione in Australia è pertinente al caso dei dirigenti ambientalisti degli Stati Uniti: «Il concetto di controllo dell’immigrazione, nelle menti della nuova classe, è risultato contaminato da idee di razzismo e nazionalismo egoista, nonché da una predilezione bigotta per l’omogeneità culturale. […] Il loro entusiasmo per l’antirazzismo e per l’umanitarismo internazionale è spesso sincero, ma ci sono anche pressioni sociali che supportano questo impegno sincero e che rendono difficile l’apostasia». E poi: «Le attitudini ideologicamente corrette verso l’immigrazione hanno offerto il calore dell’accettazione in un gruppo ai sostenitori e il gelo dell’esclusione a chi dissente». [56] Un’analisi simile negli Stati Uniti suggerisce che è “politicamente scorretto” parlare di ridurre l’immigrazione.

I tabù contro lo sfidare le politiche sull’immigrazione sono rafforzati dalla “correttezza politica”, che è spesso basata su sentimenti onorevoli legati alle connessioni personali di un individuo con l’immigrazione stessa. Questi sentimenti sono solitamente più forti tra coloro che hanno esperienze di migrazione più dirette e recenti tra i propri parenti stretti, ovvero sono solitamente più forti tra coloro i cui coniugi, genitori, nonni o zii e zie sono immigrati negli Stati Uniti. La reattività nei confronti dell’argomento è ulteriormente accresciuta tra coloro che si sentono fortemente parte di un gruppo etnico — ad esempio gli Irlandesi, gli Italiani, i Greci, gli Slavi, i Cinesi, i Giapponesi o gli Ebrei — i cui membri sono un tempo sfuggiti alla persecuzione rifugiandosi in altri Paesi o hanno vissuto esperienze di discriminazione negli Stati Uniti. Persone di questo genere, anche quando riconoscono che la crescita della popolazione negli Stati Uniti costituisce un problema e che l’immigrazione apporta ad essa un contributo importante, possono concludere che sarebbe ipocrita, come discendenti di immigrati e beneficiari indiretti di una politica generosa in tema d’immigrazione, “chiudere la porta” anche parzialmente a qualsiasi eventuale immigrando. Occuparsi di immigrazione può far star male quasi fisicamente questa gente, che sente di dover fare una scelta tra la protezione dell’ambiente e l’immagine di se stessi come membri di un gruppo etnico immigrato. (Per questi Americani, le esperienze del proprio gruppo etnico sembrano mettere in ombra il fatto che oltre il 90% degli immigrati attuali non stanno sfuggendo dalla persecuzione o dalla fame, ma stanno semplicemente cercando una maggiore ricchezza materiale.) Così, la risposta di questi Americani al dilemma della popolazione può riguardare più il proprio senso di appartenenza etnica che qualsiasi analisi scientifica o problema ambientale.

Molti di coloro che hanno partecipato al movimento ambientalista degli anni ‘70 hanno suggerito che la forza dei legami degli immigrati alla loro identità etnica sia stato un importante fattore nel determinare quali dirigenti abbandonarono la stabilizzazione della popolazione e quali continuarono a sostenerla anche quando ciò implicava affrontare la questione dell’immigrazione. Per comprendere se questo sia stato un fattore importante per il ritiro del movimento ambientalista dal sostegno alla stabilizzazione della popolazione, gli studiosi avranno bisogno di modi per quantificare quest’ipotesi. Nonostante la concretezza della discussione appena condotta circa gli effetti dell’identità etnica degli immigrati su molti individui, è possibile che gli ambientalisti con determinate radici etniche non siano poi stati più soggetti di altri — potrebbero esserlo stato perfino meno — ad abbandonare l’aspetto della Formula Costitutiva (I=PAT) inerente alla popolazione. È in questo caso necessaria una attenta ricerca, quantificazione ed analisi.

Una delle ragioni principali addotte dalla dirigenza del Sierra Club per evitare la questione immigrazione fu che non osavano rischiare di apparire insensibili da un punto di vista razziale. Il Direttore Esecutivo Carl Pope riconobbe che i promotori ufficiali del referendum che tentava di affrontare la quantità di immigrazione non aveva alcuna motivazione razzialmente discutibile. Piuttosto, ammisero, erano stimati membri del Club e studiosi del campo ambientale, con un nutrito curriculum di servizi ambientali resi al proprio Paese. Infatti, come disse egli stesso, Pope era solitamente d’accordo con loro circa il fatto che si sarebbe dovuta ridimensionare l’immigrazione per ragioni ambientali. Ma cambiò idea poiché non riteneva possibile condurre una discussione pubblica sui tagli all’immigrazione senza attizzare passioni razziali: «Mentre è teoricamente possibile condurre un dibattito non-razziale sull’immigrazione, per un’organizzazione aperta come il Sierra Club è praticamente impossibile farlo. […] [La storia recente della California] mi ha fatto cambiare idea circa la possibilità per il Sierra Club di affrontare la questione immigrazione in un modo tale da non coinvolgerci in questioni etniche o razziali». [57] Pope riconobbe che erano gli oppositori della stabilizzazione a insinuare le questioni razziali nella discussione «accusando il Club di razzismo» pubblicamente. Ma il Sierra Club, proseguì, non si poteva assoggettare a quel tipo di epiteti al solo fine di affrontare per intero la questione della crescita di popolazione negli Stati Uniti. [58]

Il presidente dello ZPG, Judith Jacobsen, parlò della questione razziale in una lettera ai membri del gruppo: «Lo ZPG è già esplicitamente impegnato nel costruire ponti per le comunità di colore e nel lavorare per i diritti degli immigrati in vista del nostro obbiettivo a lungo termine di miglioramento del successo del movimento sulla popolazione, espandendolo al più ampio spettro della diversità Americana. Una politica tesa a ridurre l’immigrazione legale renderebbe ora questo lavoro impossibile. Noi vogliamo che lo ZPG rafforzi i nostri legami con le comunità di colore, non che li metta a rischio. In questo modo, ci è possibile costruire delle relazioni, ascoltare e raffinare la nostra politica e le nostre strategie sull’immigrazione col procedere del dibattito pubblico». [59] Jacobsen ha detto che il Consiglio dello ZPG ha votato per non prendere posizione in merito alla riduzione dell’immigrazione, «ben conoscendo il ruolo importante dell’immigrazione nella crescita della popolazione statunitense tanto oggi quanto in futuro».

Un partecipante ad una “tavola rotonda sulle migrazioni globali, la popolazione e l’ambiente” tenutasi a Washington D.C. il 15 novembre 1995 e sponsorizzata dalla Pew Global Stewardship Initiative e dal National Immigration Forum, rimase colpito dall’enfasi con la quale l’allora Presidente dello ZPG Dianne Dillon-Ridgely accantonò come illegittima ogni preoccupazione circa il contributo dell’immigrazione alla crescita della popolazione del Paese. [60] In un discorso del marzo 1998 nel West Virginia, il Direttore Esecutivo dello ZPG Peter Kostmayer, quando gli venne rivolta una domanda sull’immigrazione, disse ai presenti: «Lasciate che sia sincero. Siete una ricca comunità della classe media e, se vi concentrate sull’immigrazione come su un modo per controllare la popolazione, non ne uscirete bene. Proprio non funziona. Il movimento che si occupa della popolazione ha un passato infelice in proposito». [61] Più o meno allo stesso tempo, in una nota manoscritta a un membro dello ZPG che chiedeva informazioni sulla posizione del gruppo in tema di immigrazione, Kostmayer scrisse: «Sarebbe molto, molto controproducente essere percepiti come contrari all’immigrazione». [62] Negli anni ‘90, per lo ZPG, l’imperativo di accettare come benvenuta la “diversità” aveva evidentemente surclassato la stabilizzazione della popolazione e le preoccupazioni ambientali.

2. La trasformazione dei temi della popolazione e dell’ambiente in questioni globali che necessitano di soluzioni globali.

Nel 1970, la crescita della popolazione veniva spesso discussa il termini di minaccia alle risorse locali o nazionali — in tutti i Paesi del mondo. L’argomento spesso seguiva questa linea: le culture, le tradizioni, le religioni, le economie, i sistemi sanitari, le strutture fiscali e le leggi di ogni Paese generano incentivi per tassi di natalità elevati; ogni Paese deve attuare i propri cambiamenti per ridurre quei tassi di natalità allo scopo di proteggere le proprie risorse ambientali, ma le nazioni devono anche cooperare con sforzi internazionali per fornire assistenza economica e tecnica a quei Paesi che ne facciano richiesta; poiché alcuni dei problemi che derivano dalla sovrappopolazione sono globali, ogni nazione ha interesse che anche ogni altra proceda verso la stabilizzazione della popolazione.

Negli anni ‘90, la maggior parte dei commenti dei gruppi ambientalisti in merito alla crescita della popolazione era che questa era un problema quasi esclusivamente globale. La crescita della popolazione era raramente descritta come una minaccia alle risorse ambientali locali specifiche come i bacini imbriferi, il paesaggio, gli habitat delle specie, gli estuari e i corpi acquiferi. Piuttosto, la crescita della popolazione veniva solitamente collegata a problemi ambientali globali (o diffusi a livello mondiale) quali la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico e il declino degli oceani. [63]

Secondo questa nuova linea di pensiero, le dimensioni della popolazione delle singole nazioni non era importante come quelle della popolazione globale. Alcuni alti dirigenti dei gruppi ambientalisti dissero che questa era una ragione importante per la quale non vedevano più nella stabilizzazione della popolazione negli Stati Uniti come un traguardo prioritario. Essi persero il proprio interesse verso la stabilizzazione degli Stati Uniti in particolare quando negli anni ‘90 la crescita a lungo termine della popolazione di quella Nazione veniva trainata quasi interamente da gente di altri Paesi che si spostava verso gli Stati Uniti e aveva in America la propria quantità di figli superiore al tasso di sostituzione. Nella visione “globale”, questa migrazione non era importante, poiché non faceva altro che spostare la crescita da una parte del globo all’altra; secondo chi seguiva questo ragionamento, il problema globale non aumentava per quella causa. Carl Pope, del Sierra Club, disse: «Dubito fortemente che chiunque sia in condizioni di poter calcolare con esattezza quali cambiamenti nella politica dell’immigrazione minimizzerebbero lo stress ambientale GLOBALE». [64]

L’ex dirigente del Sierra Club e di Audubon Brock Evans, alla vigilia del referendum sull’immigrazione del 1998, scrisse al Consiglio del Sierra Club che «[l’immigrazione] è un problema ambientale (insieme ad altri). In qualche modo, se amiamo la nostra terra — sì, anche la terra di questo nostro Paese, dove noi viviamo (non qualche astrazione proveniente da lontano) — dobbiamo affrontarla». [65] Ma il Consiglio non si lasciò convincere da questo né da altri appelli. Invece, il Direttore Esecutivo Pope scrisse in Asian Week che la sovrappopolazione e i suoi effetti sull’ambiente sono «fondamentalmente problemi globali; l’immigrazione non è che un sintomo locale. […] Erigere steccati per tenere la gente fuori da questo Paese non fa nulla per guarire la situazione del pianeta. È l’equivalente del risistemare le sedie sul Titanic». [66]

3. L’influenza delle organizzazioni per i diritti umani.

L’influenza dei gruppi e delle filosofie per i diritti umani sui dirigenti ambientalisti possono costituire un’altra parte della spiegazione del motivo per il quale, negli anni ‘90, i gruppi ambientalisti non volevano lavorare per la stabilizzazione della popolazione. Michael Hanauer, un dirigente dello ZPG della sezione di Boston che si dimise dal Consiglio nazionale del gruppo nel 1998, fece notare che i gruppi ambientalisti non si occupavano più della stabilizzazione degli Stati Uniti poiché «gran parte delle loro radici, delle loro associazioni, della loro storia, delle loro conoscenze, delle loro empatie e dei loro legami stava nel movimento per i diritti umani. Andare contro questi gruppi non era possibile». [67]

In tutta la comunità statunitense per i diritti umani erano emersi diversi concetti secondo i quali i diritti umani dei lavoratori poveri andrebbero al di là dei confini nazionali se i lavoratori stessi potessero migliorare la propria condizione economica lavorando in un altro Paese. La maggior parte delle organizzazione statunitensi che si occupano di diritti umani — la American Civil Liberties Union è l’esempio più noto — faceva attivamente pressioni contro ogni riduzione dell’immigrazione. Dozzine di organizzazioni per i diritti umani nacquero specificamente per difendere i diritti degli immigrati e dell’immigrazione.

I dirigenti ambientalisti, negli anni ‘90, lavoravano sempre più in coalizione con i gruppi che si occupavano di diritti umani, specialmente nel loro lavorare sull’ambiente a livello internazionale, sul commercio, sullo sviluppo e sulle crociate contro le sostanze tossiche. Sembra che la gente si spostasse con facilità da impieghi nei quali ci si occupava di diritti umani e impieghi nei quali ci si occupava di ambiente, e viceversa. I ricercatori potrebbero voler studiare quanti tra i membri del personale, i membri dei comitati e i direttori dei gruppi ambientalisti degli anni ‘90 avevano precedentemente lavorato per un qualche tipo di organizzazione dedita alla questione dei diritti umani.

Nel Sierra Club degli anni ‘90, per esempio, i funzionari cominciarono a nominare presso il loro National Population Committe gente proveniente da organizzazioni che si occupavano dei diritti umani. Questi individui provenivano da organizzazioni che sostenevano che la crescita della popolazione non è una fonte di problemi né negli Stati Uniti né nel resto del mondo. Essi si opponevano agli sforzi per raggiungere la stabilizzazione già da prima di essere nominati; essi furono tra i dirigenti più aggressivi a lavorare per cambiare la politica pro-stabilizzazione del Sierra Club e a combattere il referendum che fallì nel ripristinarla. [68]

Sebbene i programmi dei gruppi per i diritti umani e quelli dei gruppi ambientalisti non dovrebbero essere intesi come fondamentalmente in contrasto l’uno nei confronti dell’altro, essi non sono comunque uguali. I programmi di chi si occupa di diritti umani riguardano la protezione delle libertà e dei diritti individuali qui ed ora. Fin dal sorgere dei movimenti per la conservazione e la preservazione di un secolo fa e fin dal loro ammodernamento e riorientamento avvenuto negli anni ‘60, i programmi degli ambientalisti hanno riguardato la protezione dell’ambiente naturale e umano, ora e per sempre.

I programmi che riguardano i diritti umani sono per necessità orientati verso i bisogni immediati degli individui. Anche i programmi che riguardano l’ambiente hanno spesso riguardato minacce immediate, ma altrettanto spesso riguardano obbiettivi lontani nel futuro. [69]

Il lavoro di chi si occupa dei diritti umani riguarda il pieno ottenimento da parte della gente della propria parte di diritti; il suo ideale è la libertà. Il lavoro degli ambientalisti comporta spesso la richiesta o la costrizione di ridurre i diritti e le libertà individuali allo scopo di proteggere il mondo naturale dall’azione umana, in modo che chi non è ancora nato possa un giorno vivere e prosperare in un ambiente salutare e non degradato. Il fatto che il lavoro di entrambi implichino tensioni per quanto riguarda gli obbiettivi e la filosofia non significa che uno o l’altro debba essere visto come quello che ha torto o ragione. Una società democratica alla fine deve giungere a compromessi tra interessi contrastanti, compromessi basati su quegli interessi che costituiscono per essa il caso migliore.

Ma può essere che negli anni ‘90 i gruppi ambientalisti abbiano concesso la priorità ai gruppi che operavano per i diritti umani e, almeno tacitamente, abbiano accettato di fare pressioni per la protezione ambientale solo quando queste pressioni non entravano in conflitto con i programmi inerenti i diritti umani. Hanauer scrisse che durante gli anni ‘90 veniva riconosciuto un livello morale più elevato a coloro che davano la precedenza ai diritti umani rispetto alla protezione ambientale. [70]

4. Il trionfo dell’etica del globalismo su quella del nazionalismo/internazionalismo.

Sembra che almeno in alcuni casi si stesse verificando un cambiamento significativo nei fondamenti etici di molti dirigenti dei gruppi ambientalisti nazionali e di una parte dei membri degli stessi. Gli storici vorranno verificare fino a che punto le filosofie “globaliste” emergenti che presero piede nelle comunità economiche americane degli anni ‘80 e ‘90 cominciarono anche a sostituire il “nazionalismo” del precedente movimento ambientalista.

Per gli scopi di questa amalisi del globalismo come avverso al nazionalismo, distinguiamo il “globalismo” come qualcosa di piuttosto diverso dall’“internazionalismo”. L’internazionalismo al quale facciamo riferimento si basa sulla filosofia “nazionalista”; è l’interrelazione tra le nazioni, che lavorano tutte insieme ma ciascuna per il proprio interesse. Il globalismo, invece, supera le tradizionali idee liberali e conservatrici della nazione-stato e del lavorare per soluzioni nazionali per problemi nazionali, indirizzandosi verso soluzioni internazionali per problemi internazionali. Il globalismo riguarda l’eliminazione degli stati sovrani intesi come luogo in cui si esprimono la comunità, la lealtà, l’economia, le leggi, la cultura e il linguaggio.


Il nocciolo della differenza tra globalismo e nazionalismo riguarda la questione etica se una comunità ha il diritto o anche la responsabilità di riservare attenzioni prioritarie ai suoi membri rispetto ai membri di altre comunità. [71]

Ciò è in relazione con il diritto a proteggere le proprie risorse ambientali prima di aiutare qualche altro Paese a preservare le sue. È etico bandire dall’immigrazione e dal miglioramento delle proprie condizioni economiche un essere umano già in vita, se la motivazione è preservare le risorse naturali del Paese di destinazione a beneficio di esseri umani non ancora nati? Interrogativi di questo tipo emersero nell’ambito del movimento ambientalista per la stabilizzazione della popolazione statunitense durante il dibattito nazionale del 1998.

Secondo le basi etiche del nazionalismo, in una comunità ogni membro ha un certo grado di responsabilità nei confronti degli altri membri della stessa comunità. La massima priorità di un governo nazionale, secondo l’etica nazionalista, spetta ai membri della comunità. Questo è stato il principio etico dominante negli Stati Uniti e nella maggior parte degli altri Paesi nei quali ci si aspettava che il governo nazionale producesse leggi e regole in tema di commercio, lavoro, capitale, diritti civili e ambiente tenendo conto principalmente dei loro effetti sul popolo della nazione stessa.

L’etica globalista che descriviamo qui è più individualista e meno basata sulla comunità. Essa attribuisce un maggior valore alla libertà dell’individuo (e, di conseguenza, agli stessi corpi fisici degli individui) di agire con meno restrizioni o addirittura senza alcuna restrizione da parte dei governi nazionali. Quest’etica, in modo simile, attribuisce ai lavoratori di tutto il mondo la libertà di attraversare i confini per lavorare in modo tale da massimizzare i propri redditi. Nel contempo, attribuisce alle grando compagnie la libertà di spostare capitali, beni e lavoro in modo tale da massimizzare i propri profitti. [72] Sotto un’etica globalista, non bisognerebbe usare le politiche sull’immigrazione per proteggere i poveri americani, se questo blocca le possibilità di miglioramento economico dei lavoratori anche più poveri provenienti da altri Paesi.

Gli storici dovrebbero ricercare le tendenze di quelle filosofie globaliste nella quantità di affermazioni, appunti, articoli e interviste dei dirigenti dei gruppi ambientalisti che combatterono gli ambientalisti pro-stabilizzazione durante il 1998.

Una delle argomentazioni più comuni da parte degli ambientalisti che si opponevano alla stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti nel 1998 era che non sarebbe stato etico proteggere le risorse ambientali statunitensi e ottenere la stabilizzazione della popolazione di quello Stato a spese dei lavoratori provenienti da altri Paesi e delle loro famiglie, persone alle quali non sarebbe stato consentito trasferirsi negli Stati Uniti per migliorare le proprie vite. Un altro argomento tra i più importanti era che stabilizzare la popolazione degli Stati Uniti avrebbe protetto solo gli ecosistemi di quel Paese, a spese degli ecosistemi di quei Paesi nei quali la popolazione sarebbe stata maggiore a causa dell’impedimento dell’emigrazione. [73]

In contrasto con tali argomentazioni globaliste, si può facilmente rilevare l’etica internazionalista all’opera negli anni ‘70, quando il Sierra Club e altri gruppi ambientalisti produssero congiuntamente una risoluzione che li impegnava a “conseguire prima la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti, quindi quella della popolazione del mondo”. Nel 1998, i dirigenti del Sierra Club avevano effettuato una svolta di 180 gradi. Piuttosto che conseguire “prima la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti, quindi quella della popolazione del mondo”, essi in effetti cominciarono a richiedere da allora “prima la stabilizzazione della popolazione del mondo, quindi (forse) quella della popolazione degli Stati Uniti”.

Sotto l’etica più globalista del 1998, i dirigenti del Sierra Club (e i dirigenti di molte altre organizzazioni ambientalista che pubblicamente o privatamente li sostenevano). si pensava che fosse egoista e futile, per gli Stati Uniti, stabilizzare la propria popolazione prima che lo facesse il resto del mondo. In effetti, alcuni dirigenti suggerirono che, se qualche Paese fosse rimasto povero, il Congresso non avrebbe dovuto ridurre l’immigrazione e la crescita della popolazione statunitense anche se il resto del mondo lo avesse fatto. Essi sostenevano che agli Stati Uniti dovrebbe essere consentito stabilizzare la propria popolazione solo quando le condizioni socioeconomiche nel resto del mondo fossero sufficientemente buone da far sì che i lavoratori stranieri non desiderassero più trasferirsi negli Stati Uniti.

Uno degli esempi più diretti di questo globalismo compariva nella spiegazione ufficiale che ZPG fornì per il proprio abbandono dell’obbiettivo della crescita zero negli Stati Uniti: «È convinzione dello ZPG che le pressioni dell’immigrazione sulla popolazione degli Stati Uniti possano essere più efficacemente alleviate occupandosi dei fattori che costringono la gente a lasciare le proprie case e le proprie famiglie per emigrare verso gli Stati Uniti stessi. Tra questi fattori, i principali sono la crescita della popolazione, la stagnazione economica, il degrado ambientale, la povertà e la repressione politica. ZPG crede che, a meno che questi problemi vengano affrontati con successo nei Paesi in via di sviluppo, nessuna politica di esclusione forzata riuscirà a impedire alla gente di tentare di spostarsi negli Stati Uniti. Quindi, ZPG chiede agli Stati Uniti di concentrare i propri aiuti ai Paesi esteri su programmi inerenti la popolazione, l’ambiente, la società, l’istruzione e lo sviluppo sostenibile. Cambiare le condizioni politiche offre opportunità per cooperare con le altre nazioni, allo scopo di affrontare alla radice le cause delle migrazioni internazionali. Gli studi mostrano che la maggioranza di coloro che emigrano verso gli Stati Uniti sarebbero rimasti nel loro Paese d’origine se colà vi fossero state opportunità economiche o istituzioni democratiche». [74]

Questo era essenzialmente il piano insistentemente sostenuto e propagandato dai dirigenti del Sierra Club e che il 60% dei membri approvò nella votazione del 1998 (nella quale la partecipazione fu di circa il 15%, la maggiore in un decennio). [75]

È difficile sapere se quelle posizioni furono prese perché si credeva veramente nell’ideologia globalista che sembra permearle o semplicemente a causa di un’attrazione verso la retorica globalista. Ci sono pochi segni che i dirigenti di quei gruppi o i loro membri abbiano calcolato cosa sarebbe stato necessario fare per raggiungere traguardi così ambiziosi come l’eliminazione della povertà globale — o che abbiano anche solo provato a considerare se fosse realistico pensare di poter innalzare gli standard di vita di oltre quattro miliardi di cittadini poveri del Terzo Mondo abbastanza da fare in modo che questi non desiderassero più emigrare verso gli Stati Uniti.

Daniel Quinn, autore di Ishmael (una specie di culto tra gli ambientalisti), ha osservato: «Abbiamo incoraggiato la gente a pensare che tutto quello che dobbiamo fare per fermare l’espansione della popolazione è porre fine all’ingiustizia sociale in tutto il mondo. Si tratta di una chimera, di un sogno irrealizzabile, dal momento che sono cose che la gente ha tentato di fare per migliaia di anni senza per questo riuscirci. Mi sembra piuttosto bizzarro che noi si pensi di poter raggiungere quel traguardo nei prossimi pochi anni. Pensieri di quel genere non tengono conto di alcuna delle realtà biologiche implicate». [76] Lo scenario più probabile, secondo lo statista geopolitico George F. Kennan, è che l’attuale immigrazione quadruplicata degli Stati Uniti si ridurrà spontaneamente “solo quando i livelli di sovrappopolazione e povertà degli Stati Uniti saranno uguali a quelli dei Paesi dai quali questa gente è ora ansiosa di fuggire”. [77]

5. La paura delle tendenze demografiche.

Un’altra ragione per la quale i gruppi ambientalisti non volevano affrontare la quantità di immigrazione per rallentare la crescita della popolazione statunitense può essere stata il loro timore dei cambiamenti nelle tendenze demografiche. Man mano che gli Americani nati all’estero e i loro discendenti si facevano sempre più numerosi, assumevano una forza politica sempre maggiore. Molti dirigenti ambientalisti temevano che quella forza avrebbe potuto opporsi alle iniziative e alle leggi ambientaliste, qualora avessero considerato i gruppi ambientalisti come ostili all’immigrazione.

Particolarmente in California, dove i nati all’estero e i loro discendenti costituivano già più di un terzo della popolazione, i dirigenti del Sierra Club erano fortemente preoccupati non solo dal fatto che sostenere la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti avrebbe potuto significare perdere l’appoggio degli immigrati, dei loro amici e delle loro famiglie, ma anche dal fatto che sarebbero potute essere messe in forse le delicate alleanze politiche con politici dei gruppi etnici. Il direttore esecutivo della California League of Conservation Voters — un’organizzazione coinvolta nella politica di stato — pregava il Sierra Club di non “commettere un suicidio politico sulla questione immigrazione”. È una cosa che la comunità ambientalista non può permettersi”. [78]

Secondo questo modo di pensare indotto dalla paura, sostenere la riduzione dell’immigrazione al fine di stabilizzare la popolazione e proteggere l’ambiente può essere visto, da quelle minoranze razziali o etniche che crescono significativamente col crescere dell’immigrazione, solo come un tentativo di impedire loro di diventare, nei prossimi pochi anni, la maggioranza della popolazione in California — e, più in là nel prossimo secolo, nell’intero Paese. Sentendo minacciato in questo modo dagli ambientalisti il proprio potere futuro, questi gruppi, in uno scenario di “timore demografico”, farebbero pressioni affinché i loro rappresentanti votino contro le misure di protezione ambientale.

Il professore di astronomia dell’UCLA e attivista ambientalista Ben Zuckerman, nel 1998 era tra quelli che negavano l’idea che gli immigrati e le minoranze etniche avrebbero ricambiato una riduzione dell’immigrazione facendo in modo che l’ambiente naturale del loro nuovo Paese venisse saccheggiato. Egli scrisse che se il Sierra Club avesse rinnovato il suo impegno per la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti, “gli alleati politici avrebbero continuato a votare per una legislazione ambientale sicura, quando questa fosse stata nell’interesse dei propri elettori — che è ciò che fanno ora”. [79]

Giustificata o meno che fosse, la paura della rappresaglia da parte degli immigrati, se percepita dai dirigenti ambientalisti, avrebbe potuto avere un notevole impatto sulle loro decisioni circa il perseguire la stabilizzazione della popolazione statunitense. Sicuramente i dirigenti ambientalisti avevano delle ragioni per essere convinti di una cosa simile durante la campagna referendaria del Sierra Club. Essi avevano sentito alcuni immigrati autoproclamatisi portavoce della propria categoria esprimere minacce di rappresaglia. E i dirigenti del Sierra Club possono avere tratto conclusioni simili da un gruppo di politici californiani democratici a livello di Stato, molti dei quali latino-americani, che sfidarono direttamente il Club promettendo di sconfiggerlo nel referendum sulla riduzione dell’immigrazione. Santos Gomez (membro in carica del National Population Committee del Club) scrisse in un articolo: «Una posizione da parte del Club tesa a limitare ulteriormente l’immigrazione sarebbe considerata, da parte di molti rappresentanti di colore con credenziali ambientaliste quasi perfette, un colpo agli immigrati». [80] Pete Carrillo, presidente della Mexican Heritage Corp. della Contea di Santa Clara in California, disse ad un giornalista che se il Sierra Club avesse ripreso a chiedere riduzioni all’immigrazione, questo avrebbe prodotto “una frattura ampia come il Pacifico tra il Sierra Club e la Mexican American Community”. [81]

Così, gli intimiditi dirigenti ambientalisti potrebbero avere scelto la logica del direttore e secutivo della California League of Conservation Voters: se gli immigrati avessero messo in atto una rappresaglia, si sarebbe trattato di qualcosa che “la comunità ambientalista non poteva permettersi”. Non sarebbe stata una questione legata al fatto che l’ambiente potesse o meno permettersi un altro raddoppio della popolazione degli Stati Uniti, ma al fatto che la comunità ambientalista potesse o meno permettersi una rappresaglia degli immigrati avesse provato a impedire quel raddoppio. La protezione delle istituzioni ambientaliste potrebbe essere stata considerata prioritaria rispetto alla protezione dell’ambiente stesso.

6. Il potere dei soldi.

Molti osservatori — e protagonisti — degli anni ‘90 suggerirono che i cambiamenti nell’enfasi attribuita al tema della popolazione avevano più a che fare con i finanziamenti ai gruppi ambientalisti che con qualsiasi altro fattore. Gli storici dovranno comportarsi da investigatori per ricavare un quadro chiaro in merito a tale questione.

Con schiere di gruppi ambientalisti in competizione l’uno con l’altro per accaparrarsi membri e finanziatori, ognuno di essi ha bisogno di programmi e azioni speciali per distinguersi fra gli altri. Essi necessitano anche di programmi che possano dare vittorie a breve termine da presentare ai propri finanziatori. Anche in circostanze molto favorevoli, una campagna per la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti non può dare un simile risultato per molti decenni. E i benefici, inizialmente, non sono facilmente visibili. Per contrasto, molte altre crociate ambientaliste portano a risultati più rapidi e tangibili. D’altro canto, stabilizzare la popolazione non migliora l’ambiente; piuttosto, evita che le condizioni ambientali peggiorino. Non è possibile fotografare le cose negative che sono state evitate, dal momento che non sono accadute. Quale pacchetto può dare più profitti? Gli articoletti di giornale sulle pressioni per la rimozione di una diga, la riduzione dello smog e la fondazione di un parco o dei titoli in prima pagina che dichiarano che il tasso di crescita della popolazione è sceso incrementalmente rispetto all’anno precedente? Quanti pensieri di questo genere hanno attraversato i gruppi ambientalisti?

L’edizione del 1998 del catalogo Environmental Grantmaking Foundations [82] elencava 180 fondazioni che specificavano il tema della popolazione come un tema sul quale investire. Però, queste e la maggior parte delle altre fondazioni interessate a sottoscrivere programmi inerenti la popolazione avevano una prospettiva distintamente globalista e si concentravano su pianificazione familiare, rivalutazione della donna e salute riproduttiva. L’esperienza degli anni ‘90 mostrò che, nell’intero Paese, meno di dieci fondazioni desideravano e potevano finanziare in modo significativo i gruppi no profit caratterizzati da chiari programmi in favore della stabilizzazione della popolazione statunitense.

Esiste poi la possibilità che le compagnie dalle quali provenivano i finanziamenti abbiano attivamente indotto i gruppi ad abbandonare la questione della popolazione. Nel suo libro Living Within Limits, Garrett Hardin affermò che le fondazioni corporativistiche e filantropiche che finanziarono il ventesimo anniversario dell’Earth Day nel 1990 fecero sapere che non avrebbero visto di buon occhio una enfatizzazione del tema della popolazione nell’ambito della manifestazione. [83] Così, in contrasto con quanto accadde durante l’Earh Day del 1970, quel tema non venne toccato.

Può essere che il maggior timore suscitato nelle grandi imprese dai gruppi ambientalisti non fosse dovuto tanto alle regolamentazioni che questi sostenevano, quanto piuttosto al possibile taglio della crescita delle popolazione degli Stati Uniti, crescita che alimenta mercati sempre più ampi, sviluppo del territorio e costruzioni. Inoltre, quelle stesse forze avevano un notevole interesse nel sostenere la crescita del numero dei lavoratori, allo scopo di mantenere basso il costo del lavoro. I dirigenti delle grandi compagnie sapevano che la crescita della popolazione si sarebbe alla fine arrestata in assenza di una immigrazione elevata e continua. Quanti di quei dirigenti avevano influenza sulle organizzazioni e sulle fondazioni filantropiche che finanziavano i gruppi ambientalisti? Un articolo su Business Week, affermava opinatamente: «Con l’avanzare dell’età della generazione del Baby Boom e lo stagnare del tasso di natalità interno, solo i lavoratori provenienti dall’estero continueranno ad incrementare la forza lavoro… Il dinamismo economico, in altre parole, dipenderà da un flusso continuo di lavoratori provenienti dall’estero». [84]

Nel corso della battaglia del Sierra Club sulla popolazione, nel 1998, i dirigenti del Club avvisarono che le fondazioni e importanti donatori individuali avevano detto che avrebbero ritirato centinaia di migliaia di dollari di concessioni già garantite, qualora i membri del Club avessero preso posizione in favore di una riduzione dell’immigrazione. [85] Il consiglio nazionale del Sierra Club si ritrovò anche ad essere appoggiato della Home Builders Association of Northern California (Associazione dei costruttori edili della California settentrionale), cosa mai accaduta in precedenza. Quel gruppo di costruttori applaudì la scelta del consiglio del Sierra Club di accettare il livello di immigrazione corrente, che si prevede spingerà la popolazione californiana in cerca di casa fino a 50 milioni nel 2025. [86]

Molte fondazioni hanno una miscela di dirigenti che comprende globalisti cin tendenze politiche sinistra e rappresentanti di compagnie multinazionali con tendenze a destra. Come discusso in precedenza, per ragioni distinte (e anche variegate), entrambe le tendenze ideologiche hanno forti inclinazioni verso gli alti livelli di immigrazione. Gli storici sapranno quantificare alcune delle tendenze ideologiche delle fondazioni confrontando il livello dei finanziamenti riservati agli sforzi per stabilizzare la popolazione statunitense con i milioni di dollari riservati annualmente alle organizzazioni attive nel favorire politiche che inducano una massiccia crescita della popolazione statunitense stessa.

Tre fondazioni ben dotate — Pew, Turner e Rockefeller — diedero finanziamenti a sostegno di un libro il cui titolo, Beyond the Numbers: A Reader on Population, Consumption, and the Environment, [87] rivela un allontanamento dalla semplice quantità di popolazione intesa come preoccupazione principale. E nel novembre del 1995, in Washington D.C., la Pew Global Stewardship Initiative ha contribuito a sponsorizzare una “Tavola Rotonda sulle migrazioni globali, la popolazione e l’ambiente” insieme alla principale coalizione della nazione a sostegno dell’immigrazione (il National Immigration Forum). Secondo Mark Krikorian del Centro per gli Studi sull’Immigrazione, che era presente, quell’incontro era “un chiaro tentativo di trattenere i gruppi ambientalisti dall’accantonare le riserve e sostenere i tagli all’immigrazione che erano in fase di dibattimento al Congresso”. [88]


Indipendentemente dalla misura in cui le fondazioni e le compagnie abbiano tentato di neutralizzare le politiche sulla popolazione dei gruppi ambientalisti, è probabile che gli storici scopriranno che i cambiamenti delle linee politiche dei gruppi ambientalisti stessi avvennero come risultato anche di una quantità di altri fattori.

Gli storici hanno bisogno di spiegare come una questione ambientale fondamentale come la crescita della popolazione statunitense possa essere stata rimossa dalla sua posizione al centro dell’attenzione del movimento ambientalista e relegata in un’oscurità pressoché totale in soli vent’anni. Per quanto riguarda l’ambiente americano in sé, la sempre maggiore pressione demografica ignorata dal mondo ambientalista, nel momento in cui la nazione si preparava ad entrare nel XXI secolo, non dava segni di riduzione spontanea.

Arlington, Virginia


Bibliografia e note

[1] Steward L. Udall, The Quiet Crisis and the Next Generation (Salt Lake City, 1963, 1988), 239.
[2] Paul R. Ehrlich, The Population Bomb (New York, 1968); Rachel L. Carson, Silent Spring (Boston, 1962).
[3] Stephen Fox, John Muir and His Legacy: The American Conservation Movement, 1890-1975 (Boston, 1981).
[4] Alcuni esempi comprendono Eugene P. Odum dell’Università della Georgia, eminente ecologo e autore del libro di testo Fundamentals of Ecology (Philadelphia, 1971); Kenneth E. F. Watt dell’Università della California-Davis, un modellista sistemico e autore di Principles of Environmental Science (New York, 1973); Raymond Dasmann della Conservation Foundation, zoologo e autore di The Destruction of California (New York, 1965); Daniel B. Luten dell’Università della California-Berkeley, un chimico, specialista in risorse naturali, e autore di Progress Against Growth (1986); e Garrett Hardin dell’Università della California-Santa Barbara, ecologo umano, presidente della Pacific Division of the American Association for the Advancement of Science e autore dell’articolo più ristampato di tutti i tempi del prestigioso giornale Science (13 December 1968) — “The Tragedy of the Commons”
[5] Edward Goldsmith, Robert Allen, Michael Allaby, John Davoll, e Sam Lawrence, A Blueprint for Survival (New York, 1972), 48. Gli autori erano tutti editori di The Ecologist.
[6] Gaylord Nelson, in una comunicazione personale, 1998. L’ex Senatore degli Stati Uniti Nelson è ampiamente riconosciuto come il fondatore dell’Earth Day.
[7] Doug LaFollette et al., “U.S. Sustainable Population Policy Project-Planning Document,” non pubblicato, 20 Giugno 1998. Doug LaFollette è Segretario di Stato del Wisconsin.
[8] PL 91-190; 83 Stat. 852, 42 U.S.C. 4321.
[9] R. B. Smythe, “The Historical Roots of NEPA,” in Environmental Policy and NEPA: Past, Present, and Future, ed. Ray Clark and Larry Canter (Boca Raton, 1997), 12.
[10] 42 U.S.C. 4331.
[11] Commission on Population Growth and the American Future, Population and the American Future (Washington, D.C., 1972). L’estratto citato proviene da una transmittal letter.
[12] Politica del Sierra Club Board of Directors adottata il 3-4 Maggio 1969.
[13] Risoluzione sostenuta e fatta circolare da ZPG; adottata dal Sierra Club il 4 Giugno 1970.
[14] T. Michael Maher, “How and Why Journalists Avoid the Population-Environment Connection,” Population and Environment 18.4 (1997). Tradotto in italiano qui, su questo stesso sito.
[15] T. Michael Maher, comunicazione personale con l’autore, 1998.
[16] Dirk Olin, “Divided We Fall? The Sierra Club’s debate over immigration may be just the beginning,” Outside 23 (July 1998).
[17] President’s Council on Sustainable Development, Sustainable America: A New Consensus for Prosperity, Opportunity, and a Healthy Environment (Washington, D.C., 1996).
Il consiglio comprendeva rappresentanti di un’ampia gamma di interessi e aree di provenienza, comprese ambientalisti, attivisti dediti al tema della popolazione, gruppi femministi, accademici e dirigenti del mondo degli affari, così come funzionari federali a livello di Gabinetto. Citazioni tratte rispettivamente dal capitolo 6 e dal capitolo 1.
[18] Paul R. Ehrlich e John P. Holdren, “Impact of Population Growth,” Science 171 (1971), 1212-17.
[19] Mathis Wackernagel e William Rees, Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact Upon the Earth (Philadelphia, 1996).
[20] Council on Environmental Quality, Environmental Quality: 25th Anniversary Report (Washington, D.C., 1997).
[21] Ibid.
[22] Nel 1970 il Tasso Totale di Fecondità (TFR) dei “neri e altri” era di 3,0 (National Center for Health Statistics, Historical Statistics of the United States: Colonial Times to 1970 [1976]). Nel 1997, la fecondità dei neri era scesa a 2,2, leggermente superiore al tasso di sostituzione della popolazione (2,1). La fecondità complessiva degli ispanici, anche nel 1997 si attestava sul 3,0, ben al di sopra del livello di sostituzione. Quello delle donne di origine messicana residenti negli Stati Uniti era di 3,3 (National Center for Health Statistics. 1999.
National Vital Statistics Report, vol. 47, no. 18) — in effetti superiore perfino al tasso di fecondità delle donne nello stesso Messico (2.9 nel 1998 secondo il U.S. Census Bureau, su http://www.census.gov/cgibin/ipc/idbsum).
[23] Vedi nota 11, pp. 72-73.
[24] Vedi nota 11, p. 72.
[25] Secondo il National Center for Health Statistics, il TFR delle donne bianche non ispaniche nel 1997 era di 1,8 (da paragonare al 2,1 del tasso di sostituzione). Ricorrendo ai dati del Census Bureau data, si può calcolare che nel 1970 i bianchi non ispanici comprendevano l’83% della popolazione degli Stati Uniti, e ad essi erano attribuibili approssimativamente al 78% delle nascite. Nel 1994, i bianchi non ispanici comprendevano il 74% della popolazione e ad essi erano attribuibili il 60% delle nascite. Comprendendo anche l’immigrazione (circa il 90% della quale proveniente da fonti non-europee), la percentuale di bianchi non ispanici della popolazione attuale scende ben al di sotto del 50%. Secondo le proiezioni a medio termine del Census Bureau e del National Research Council of the National Academy of Sciences, tra il 1995 e il 2050, ai bianchi non ispanici sarà attribuibile il 6% della crescita della popolazione, ai neri il 18%, agli asiatici il 20% e agli ispanici il 54% (James P. Smith e Barry Edmonston, eds., The New Americans: Economic, Demographic, and Fiscal Effects of Immigration [Washington, D.C., 1997], table 3.7.) Per il 2050, le proiezioni indicano che i bianchi non ispanici saranno scesi dall’87% della popolazione degli Stati Uniti nel 1950 al 51% (table 3.10, The New Americans).
[26] James Scheuer, “A Disappointing Outcome: United States and World Population Trends
Since the Rockefeller Commission,” The Social Contract 2.4 (1992).
[27] “The Vatican and World Population Policy: An Interview with Milton P. Siegel,” The Humanist (March-April 1993).
[28] David Simcox, “Twenty Years Later: A Lost Opportunity,” The Social Contract 2.4 (1992).
[29] Stephen D. Mumford, The Life and Death of NSSM 200: How the Destruction of Political Will Doomed a U.S. Population Policy (Research Triangle Park, N.C., 1996).
[30] Carl Bernstein, “The Holy Alliance,” Time, 24 February 1992.
[31] George D. Moffett, Critical Masses: The Global Population Challenge (New York, 1994), 190.
[32] George Weigel, “What Really Happened at Cairo, and Why,” in The Nine Lives of Population Control, ed. Michael Cromartie (Washington, D.C., 1995), 145.
[33] Lindsey Grant, “Multiple Agendas and the Population Taboo.” Focus 7.3 (1997); ristampato dal capitolo 16 di Juggernaut: Growth on a Finite Planet (Santa Ana, Calif., 1996).
[34] Judy Kunofsky, da un post sul forum del Sierra Club sulla popolazione, 1997. Il Dr. Kunofsky è stato in carica nel Direttivo dello ZPG dal 1972 al 1984 e ne è stato presidente dal 1977 al 1980; Joyce Tarnow, da una comunicazione personale del 1998. Tarnow è presidente dei Floridians for a Sustainable Population.
[35] Celia Evans Miller e Cynthia P. Green, “A U.S. Population Policy: ZPG’s Recommendations.” Giornale sulla politica di Zero Population Growth, 1976.
[36] Alan Kuper, “ZPG or ZCG?”. e-mail del 10 Aprile 1999 alla lista. Kuper, membro di vecchia data del Sierra Club e tra gli attivisti dediti alla questione demografica che alla testa del referendum del 1998, evidenziava che sette delle dieci domande dell’ultimo questionario di ZPG all’Earth Day riguardavano i consumi. “Basandomi su ciò che vedo, direi che ZPG sta promuovendo presso le scolaresche degli Stati Uniti più una riduzione dei consumi che una riduzione della popolazione”.
[37] Judith Jacobsen, “President’s Message,” ZPG Reporter, Febbraio 1998.
[38] Roderick Nash, Wilderness and the American Mind (New Haven, 1973 rev. ed. [1967]).
[39] Samuel P. Hays, Conservation and the Gospel of Efficiency: The Progressive Conservation Movement, 1890-1920 (Cambridge, Mass., 1959, 1969); Douglas H. Strong, Dreamers and Defenders-American Conservationists (Lincoln, Neb., 1971, 1988).
[40] Mark Dowie, Losing Ground: American Environmentalism at the Close of the Twentieth Century (Cambridge, Mass., 1995), 127.
[41] Barry Commoner, The Closing Circle (New York, 1971).
[42] James R. Hepworth and Gregory McNamee, Resist Much, Obey Little, Remembering Ed Abbey (San Francisco 1996), citazione a p. 104, John F. Rohe, A Bicentennial Malthusian Essay: Conservation, Population, and the Indifference to Limits (Traverse City, Mich., 1997).
[43] Dave Foreman, “Progressive Cornucopianism,” Wild Earth 7.4 (1998).
[44] Una lettera per la raccolta fondi da parte del PEG rivendicava che “Ipiù popolari dirigenti del Sierra Club ci hanno detto che ‘Il Sierra Club non avrebbe vinto questo voto senza PEG’”, una valutazione che gli avversari del PEG concorderebbero probabilmente nel riconoscere come non fatta a sproposito.
[45] Brad Erickson, personal interview, Maggio 1998.
[46] Vedi nota 40.
[47] Steven A. Camarota, “Immigrants in the United States-1998: A Snapshot of America’s Foreign-born Population,” Backgrounder (Washington, D.C., 1999).
[48] Poster Project for a Sustainable U.S. Environment, 1998. Basato su dati del Census Bureau.
[49] Susan Jacoby, “Anti-Immigration Campaign Begun,” Washington Post, 8 May 1977.
[50] Sierra Club Board of Directors, “U.S. Population Policy and Immigration.” Adottato il 6-7 Maggio 1978.
[51] Sierra Club Population Report (Primavera 1989).
[52] Gerald O. Barnye, “Global Future: Time to Act,” in The Global 2000 Report to the President. Rapporto preparato per il Presidente Carter dal Council on Environmental Quality e dall’U.S. Department of State, 1981, p. 11.
[53] President’s Council on Sustainable Development, Population and Consumption Task Force Report (Washington, D.C., 1996).
[54] Emil Guillermo, “The Sierra Club’s Nativist Faction,” San Francisco Examiner, 17 Dicembre 1997.
[55] Robert Reich, The Work of Nations: A Blueprint for the Future (New York, 1991).
[56] Katherine Betts, The Great Divide: Immigration Politics in Australia (Sydney, 1999), 5, 29.
[57] Carl Pope, messaggio in linea per i membri del Sierra Club, 1997.
[58] I dirigenti del Sierra Club sembravano all’oscuro o non impressionati dai numerosi sondaggi che si erano susseguiti negli anni e che avevano indicato che le maggioranze, nell’ambito di moltissime minoranze, erano a favore di livelli di immigrazione ridotti. Per esempio, in una votazione del febbraio 1996, il 73% dei neri e il 52% degli ispanici risultarono a favore di tagli tali da ricondurre l’immigrazione a meno di 300.000 nuovi ingressi all’anno. Nel 1993, il sondaggio Latino National Political Survey, il più grande mai compiuto per quanto riguarda questo gruppo etnico negli Stati Uniti, rivelò che su 10 latinoamericani intervistati, 7 pensavano che ci fossero “troppi immigrati” — una percentuale ancora maggiore di quella rilevata tra gli angloamericani. Un sondaggio del Hispanic USA Research Group (1993) permise di rilevare che tre quarti degli ispanici credevano che dovessero essere accettati meno immigrati. In California, nel 1994, la maggioranza degli elettori di provenienza asiatica si pronunciò a favore della Proposition 187. Rilevazioni di questo genere avrebbero dovuto ridurre i palpabili timori della dirigenza del Sierra Club secondo i quali una presa di posizione (anche solo in termini di principio e strettamente basata su ragioni ambientali) contro la “sovraimmigrazione” avrebbe portato a una reazione da parte delle minoranze. Ma così non fu. Può essere che chi contava nel Sierra Club fosse più interessato all’opinione delle elite e dei loro “leader” autonominatisi, piuttosto che a quella delle minoranze nel loro complesso.
[59] Vedi nota 37.
[60] Comunicazione personale da parte di una persona presente alla conferenza, nel 1999.
[61] Georgia C. DuBose, “ZPG official says law, local action can cut population.” The Journal (Martinsburg, W.Va.), 29 Marzo 1998.
[62] Peter Kostmayer, lettera ai membri di ZPG, 30 Marzo 1998.
[63] Un importante esempio di questo modo di vedere globale è il libro del 1992 i Al Gore, Earth in the Balance (Boston, 1992). Nel 1998, il vice presidente Gore collegò ancora esplicitamente la crescita della popolazione alle questioni globali quando sostenne l’accrescimento della pianificazione familiare come mezzo per combattere il riscaldamento globale.
[64] Carl Pope, messaggio in linea sul forum del Sierra Club sulla popolazione, 16 Dicembre 1997.
[65] Brock Evans, “The Sierra Club Ballot Referendum on Immigration, Population, and the Environment.” Focus 8.1 (1998). Evans è il direttore esecutivo della Endangered Species Coalition, ed ex vice presidente della National Audubon Society, direttore esecutivo associato del Sierra Club, 1981 beneficiario della massima onorificenza del Club (il John Muir Award), e candidato al Congresso per lo stato di Washington nel 1984.
[66] Carl Pope, “Think Globally, Act Sensibly — Immigration is not the problem.” Asian Week (San Francisco), 2 April 1998. L’ironia del ricorrere all’analogia del Titanic per rappresentare la sovrappopolazione e l’immigrazione, è che se le paratie di quella nave fossero completamente sigillate (secondo un modello ormai standardizzato nelle navi odierne) invece che sigillate solo in parte, si sarebbe potuto evitare l’affondamento, poiché l’acqua in ingresso sarebbe stata confinata ad alcuni singoli compartimenti invece di passare al di sopra di ogni paratia per raggiugere il compartimento successivo. (Il Titanic poteva continuare a galleggiare anche con quattro compartimenti allagati. Se ne ruppero cinque.) Così, da questa tragedia marittima, si può trarre la conclusione opposta, ovvero che delle barriere tra Stato e Stato possono essere essenziali per impedire che il fallimento di un Paese nell’affrontare la sovrappopolazione possa divenire il fallimento del mondo intero. L’economista e filosofo Kenneth Boulding (autore di The Economics of the Coming Spaceship Earth), in un altro dei suoi saggi colmi di preziose intuizioni, scrisse che ciò che realmente lo turbava era la possibilità di convertire il mondo da un posto nel quale avevano luogo molti esperimenti, ad un luogo nel quale aveva luogo un unico, gigantesco esperimento globale.
[67] Michael Hanauer, “Why Domestic Environmental Organizations Won’t Visibly Advocate Domestic Population Stabilization,” bozza di un manoscritto non pubblicato, 1999.
[68] Vedi nota 43.
[69] Vedi nota 67.
[70] Vedi nota 67.
[71] Roy Beck, “Sorting Through Humanitarian Clashes in Immigration Policy,” articolo presentato alla Annual National Conference on Applied Ethics, Università Statale della California di Long Beach, 1997.
[72] Per descrizioni e critiche più dettagliate del globalismo basato sulle grandi compagnie, si veda Sir James Goldsmith, “Global Free Trade and GATT,” Focus 5.1 (1995), estratto dal suo libro Le Piege; Herman E. Daly, “Against Free Trade and Economic Orthodoxy,” The Oxford International Review (Summer 1995); idem, “Globalism, Internationalism, and National Defense,” Focus 9.1 (1999); Jerry Mander and Edward Goldsmith, eds., The Case Against the Global Economy: And for a Turn Toward the Local (San Francisco, 1997); e David Korten, When Corporations Rule the World (West Hartford, Conn., and San Francisco, 1995).
[73] In un post del 1998 sul forum del Sierra Club sulla popolazione, il Direttore Esecutivo Carl Pope citò un esempio ipotetico. In questo esempio, paragonava la possibilità che 100.000 contadini si spostassero dagli altopiani del Guatemala alla foresta pluviale di Peten (sempre in Guatemala), oppure che quegli stessi contadini si spostassero nella città di Los Angeles. La sua conclusione fu che il primo caso sarebbe stato alquanto peggiore per l’ambiente globale. In modo simile, il documentarista ambientale e scrittore Michael Tobias (World War III: Population and the Biosphere at the Millennium [Santa Fe, 1994]), in seguito ad una domanda postagli dopo un discorso del 1994 sulla sovrappopolazione, disse che avrebbe visto con favore il trasferimento di gente dai Paesi tropicali ad elevato tasso di crescita e con un’elevata biodiversità a rischio, verso Paesi come gli Stati Uniti, nei quali la biodiversità è inferiore (sebbene ammettesse che si tratta di un’idea “stravagante”).
[74] ZPG Reporter, Febbraio 1998.
[75] William Branigin, “Sierra Club Votes for Neutrality on Immigration: Population Issue ‘Intensely Debated,’” Washington Post, 26 Aprile 1998; John H. Cushman Jr., “Sierra Club Rejects Move to Oppose Immigration,” New York Times, 26 Aprile 1998.
[76] Daniel Quinn e Alan D. Thornhill, “Food Production and Population Growth,” documentario video sostenuto dalla Foundation for Contemporary Theology (Houston, 1998).
[77] George F. Kennan, Around the Cragged Hill: A Personal and Political Philosophy (New York, 1993).
[78] John H. Cushman Jr., “An Uncomfortable Debate Fuels a Sierra Club Election,” New York Times, 5 Aprile 1998.
[79] Ben Zuckerman, “Will the Sierra Club Be Hurt If the Ballot Question Passes?” in Population and the Sierra Club: A Discussion of Issues About the Upcoming Referendum, ed. Alan Kuper, Dick Schneider, e Ben Zuckerman (1998), articolo di otto pagine distribuito dai Sierrans for U.S. Population Stabilization.
[80] Santos Gomez, op-ed in San Francisco Chronicle, 17 Novembre 1998.
[81] Home Builders Association of Northern California, “Behind the Sierra Club Vote on Curbing Immigration: Do Environmentalists Risk Alienating the Fastest-growing Ethnic Group in California?” HBA News 21.1 (Febbraio 1998).
[82] Rochester, N.Y., Resources for Global Sustainability.
[83] Garrett Hardin, Living Within Limits (New York, 1993).
[84] Howard Gleckman, “A Rich Stew in the Melting Pot,” Business Week, 31 Agosto 1998.
[85] Alan Kuper, comunicazione personale basata su un incontro con il direttore esecutivo del Sierra Club, 1998.
[86] Vedi nota 81.
[87] Laurie Ann Mazur, ed., Beyond the Numbers: A Reader on Population, Consumption, and the Environment (Washington, D.C., 1994).
[88] Mark Krikorian, comunicazione personale, 1999.


Versione originale in inglese: fai click qui (documento in formato PDF, circa 92 KB).